Matteo Moca

Di Alberto Savinio si parla sempre troppo poco. Se l’attenzione dei critici o dei lettori incrocia raramente il suo itinerario letterario e pittorico, in maniera ancora più rada invece si analizza la sua vicenda musicale, non solo di compositore qual era, ma anche di critico. Eppure chi ne conosce l’opera sa bene che la scrittura di romanzi e racconti in senso stretto è costantemente in relazione con il suo linguaggio musicale, perché la musica rappresenta forse più di ogni altra cosa la vera pietra angolare della sua opera e della sua vita, ad essa strettamente e continuamente legata in un binomio difficilmente scindibile. Come ebbe modo di scrivere lo stesso Savinio, «chi ha visto le mie pitture, chi ha letto i miei libri, chi ha udito la mia musica, sa che mio unico compito è dare parole, dare forma e colore, e una volta era pure dare suoni a un mio mondo poetico», alla ricerca di una coesione del discorso che si svolge «dalla musica alla poesia, dalla poesia alla pittura e dalla pittura al pensiero “puro”», legame attestato dai continui rimandi ai propri quadri e alla sua musica che si rintracciano nei suoi libri.

Sarà anche per la sua infanzia da bambino prodigio che lo vide a soli dodici anni diplomato in pianoforte al conservatorio di Atene, ma la musica e il suo linguaggio rappresentano il faro del suo agire, anche nel periodo a Monaco di Baviera (dove si perfezionò con Max Reger e compose la sua prima opera lirica, Carmela, da lui stesso distrutta), nei soggiorni italiani o nel periodo parigino. La realtà, per come appare dalle sue parole, sembra suggerire un coinvolgimento talmente forte e impetuoso, da dover obbligare lo stesso Savinio a interrompere per sempre la sua esperienza, poco più che ventenne nel 1915, un anno dopo le «scènes dramatiques d’après des épisodes du Risorgimento» dei Chants de la Mi-Mort, per cui scrisse la musica e dipinse i bozzetti delle scene e dei costumi: «Musicista, io mi sono allontanato nel 1915 all’età di ventiquattro anni dalla musica, “per paura”. Per non soggiacere al fascino della musica. Per non cedere totalmente alla volontà della musica. Perché avevo sperimentato su me stesso gli effetti deprimenti della musica. Perché da ogni crisi musicale io sorgevo come da un sogno senza sogni. Perché la musica stupisce e istupidisce».

Per tutti questi motivi, non può che risultare più che gradita la ristampa del Saggiatore di Scatola sonora di Alberto Savinio, a più di sessant’anni dalla prima edizione (Ricordi 1955) e a quaranta dalla ripresa einaudiana: il libro raccoglieva, dopo la morte dell’autore, la sua grande mole di scritti musicali e viene adesso ristampato con la curatela appassionata e partecipe di Francesco Lombardi e Mila De Santis e con l’aggiunta notevole di parti omesse dalle edizioni precedenti. Il curatore Lombardi, in un’intervista, ha spiegato che «grazie agli studi effettuati in questi anni e alla disponibilità di fonti all’epoca non rintracciabili ha 52 articoli in più della precedente e una struttura completamente riformulata sulla base dei nuovi contenuti». Da segnalare anche l’introduzione dell’indice dei nomi, assente dalle precedenti edizioni, che facilita una consultazione più maneggevole del volume.

A partire dalla metà degli anni Venti Savinio iniziò a tenere una rubrica sulla rivista Il Secolo XX, nella quale proponeva articoli dedicati all’evoluzione del pensiero musicale contemporaneo, recensioni a spettacoli per lui significativi o particolarmente negativi, nonché piccole e fulminanti schede su autori del canone musicale occidentale. Nella sua interezza il volume costituisce una visione d’autore del mondo musicale, che si aggiunge a quelle già disseminate in opere come Narrate, uomini la vostra storiaAscolta il tuo cuore, città o Hermaphrodito (definito quest’ultimo dall’autore, «concerto»). Gli scritti assumono però anche un valore diaristico, particolarmente evidente nelle situazioni quotidiane che irrompono nelle descrizioni (il tram che ritarda, il percorso per arrivare a teatro, la maschera che gli impedisce di entrare al concerto o il timido saluto, dopo la rappresentazione, a una cantante nel suo camerino). Questi episodi, uniti al racconto di incontri con le memorie famigliari, costituiscono il piano della narrazione che non si attesta mai su un accademismo noioso, ma invece si anima continuamente di vivaci resoconti. Ciò che risulta evidente è però come la musica, cacciata a forza per quanto riguarda la composizione, rappresenti la necessità più intima della sua vita: sicché lo scriverne diventa una seppur debole compensazione di tale assenza. Allo scopo, Savinio utilizza tutta la sua conoscenza e competenza sulla musica, desideroso di far comprendere a ogni lettore l’importanza fondamentale dell’impartire un’educazione musicale a tutti: tassello necessario, a suo parere, per la costruzione di una società civile e superiore (e qui spiace dire che la sua scommessa è stata persa).

Scorrendo il corposo indice del volume salta subito all’occhio la vastità degli argomenti e degli autori trattati: tra i soggetti degli scritti di Savinio gli amati Beethoven e Mozart, spesso omaggiati anche in opposizione ai più deboli contemporanei; la maggior parte dei musicisti citati non sfugge però alla ghigliottina dell’autore, sempre pronto a mettere alla berlina le incertezze o le inesattezze da lui avvertite. Così non dovrà sorprendere leggere che Haydn è «una mente del tutto sfornita d’intelligenza, e che tutte le forme laudative con cui i critici musicali hanno circondato finora la musica di Haydn possono essere riassunte in queste due parole: musica stupida», oppure il divertente appunto su Rossini («l’atarassia che Rossini portava nella musica, mio zio la portava nella vita sessuale»), il giudizio perentorio su Wagner («è un autore superato e prossimo a prendere stanza nel deposito delle inutilità») o su Berlioz («il musicista più sfornito di sonorità») o infine la dura disamina belliniana («gli mancava la suprema saggezza dell’artista, gli mancava la suprema astuzia dell’artista; di sapere che l’arte è gioco, è divertimento, un seguito di sorprese; gli mancava di sapere che l’arte è l’altra parte delle cose. E scrisse interamente da questa parte»). Ci sono però anche parole positive, come quelle per Arturo Benedetti Michelangeli, ascoltato nel 1942 («quando attaccò Michelangeli, sembrò che un angelo si fosse seduto al pianoforte»), o come quelle dedicate al suo direttore d’orchestra prediletto, il veneziano Antonio Guarnieri («capisce tutto che di segreto è nella musica»), al quale Savinio dedica una pagina tra le più intense di tutto il volume: «dirige l’orchestra da medico. E più che dirigerla, la cura. La sorveglia. Le tasta il polso. L’ascolta. Le sente i bronchi (che sarebbero i corni, questi rauchi cronici), le misura la circolazione del sangue (che sarebbero i violini), l’aiuta a espettorare il catarro (che sarebbero i contrabbassi), le cauterizza le adenoidi (che sarebbero i clarini, l’oboe, il corno inglese, il fagotto e altri strumenti nasali). E l’orchestra, da grande malata, cosciente e orgogliosa dei suoi mali reagisce docile al medico curante, ora sdraiata in un mormorio tranquillo, ora alzando un dito nel canto solitario di un flauto, ora tirandosi su tutta quanta, e scuotendosi la batteria di dosso in tremende crisi di isterismo».

In Lettori selvaggi (Giunti 2016) Giuseppe Montesano, parlando di Savinio, conia una mirabile definizione, perfettamente calzante anche nel caso della scrittura sulla musica: «Savinio se ne va in giro tra le idee come se fosse sempre lievemente drogato o ebbro, lontano da ogni centro perché pronto a trovare il centro ad ogni angolo di via, a ogni sussulto del pensiero sul selciato sconnesso delle cose». L’andamento dei diversi saggi che compongono Scatola sonora segue questo itinerario, sempre sostenuto però da una chiarezza stilistica invidiabile. E si configura, nella sua interezza, come un momento unico per l’approfondimento e lo studio dell’opera di Savinio.

Alberto Savinio

Scatola sonora

a cura di Francesco Lombardi, postfazione di Mila De Santis

il Saggiatore, 2017, 600 pp., € 34

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