Fabrizio Patriarca

Non so se dietro la magnificata “persistenza” dell’etnografia di Piovene se ne stia appiattato il luogo comune, un certo stereotipo italiano capace di attraversare – quanto rappresentazione del preteso spirito nazionale – i sessant’anni che separano la prima uscita del Viaggio in Italia da questa nuova edizione approntata da Bompiani. So che in generale il rischio dello stereotipo è disinnescato dalla natura composita del libro: qui il lettore può facilmente costruirsi la propria Italia spaziando e trascegliendo fra molte Italie che il volume consegna intatte, vivaci, eppure fotografate in un istante circoscritto. Che poi è l’istante in cui il gesto della trascrizione fedele (appunti e registrazioni ecc.) assume la definitiva coscienza (perché un’idea del Tempo lo sovrasta) di essere già contaminato dall’infedeltà.

Sappiamo che Piovene viaggiò tre anni per l’Italia, dal 1953 al 1956: il suo Grand Tour, pensato dall’autore come un “inventario delle cose italiane”, produsse materiali per un programma radiofonico di successo, che fu insieme un canto del cigno del genere documentaristico sull’etere: da lì a poco sarebbe esplosa la televisione. Dopo la radio, finalmente il libro, uscito nei “Diamanti” Mondadori nel ’57, e ancora oggi celebrato come opera di riferimento nel reportage di viaggio italiano: un libro in cui i paesaggi si mescolano agli uomini, le città si alternano ai problemi, la mole di arte che vi è descritta si intreccia a uno sguardo che non tralascia mai di segnalare le contraddizioni. È un viaggio nell’Italia del dopoguerra, con un occhio rivolto ai trascorsi secolari e l’altro impegnato sulle urgenze contemporanee, sulle incognite della modernizzazione in corso (la riforma agraria, beata “fantasia di parrocchia”: Piovene non lascia mai che la passione invalidi la lucidità del giudizio, al limite si concede un arco di pagina più vibrante quando parla del “suo” Veneto, ma è denso d’immagini apodittiche quando affronta certi malcostumi locali: “Allo Stato distrutto si sostituisce un vuoto nel quale scorrazzano gli appetiti”). Vorrei dire che il Viaggio in Italia è più della descrizione di un paese: si tratta di una trascrizione resa benigna dal metodo e dallo spirito dell’osservatore. Siamo ancora lontani dall’equivalenza documentario-denuncia. Nel libro soprattutto c’è un garbo e un’ampiezza di respiro, un giro molto ampio del paragrafo, in cui Piovene riesce a mettere insieme curiosità e senso dell’avventura, il riporto accurato di un ambiente e la riflessione anche spregiudicata sull’indole di un segmento sociale grande a piacere (gli autoctoni dell’Alto Adige, i “milanesi”, Genova a compartimenti stagni di mistero come Londra, la “potenza latente” di Palermo, araba e barocca, “carica di fantasia repressa”).

Il lungo viaggio di Piovene rimane però, nelle sue corde più stabili, un esercizio di filantropia, di dedizione agli uomini, ai loro paesaggi anche interiori – al ricorrente nume dell’amicizia che più volte lo sospinge verso un nuovo angolo d’Italia, verso un nuovo colloquio (e pranzo, e passeggiata, e insomma le attività del convivere civilmente e se possibile egregiamente). Ovvio che al suo opposto si collochi l’insofferente, caudato (in senso scorpionesco) misantropo Guido Ceronetti di Un viaggio in Italia, titolo affidato alla fragile potenza dell’indeterminativo. Dall’Italia degli anni Cinquanta a quella degli anni Ottanta, dentro un intorno (’53-56 Piovene, ’81-83 Ceronetti) che ci rivela, da un punto di vista abbastanza simmetrico, la parabola della progressiva infernalizzazione della società italiana – che ci permette, oggi, di tracciare quasi punto-per-punto la dorsale del degrado.

Se Piovene sta nel paragrafo come inseguendo i convincimenti di una buona educazione alla letteratura, all’economia, alla storia dell’arte e dell’architettura, che maturano e s’illuminano alla verifica del viaggio – quando tocca una realtà, quando osserva un particolare curioso o se appena lo colpisce una parola o un mutamento nei tratti del suo interlocutore – Ceronetti ci sembra invece seduto al centro della sua pagina come un satrapo persiano, signore di una prosa lutulenta e sdegnosa, facile all’irritazione e al dispetto, se non al disgusto, perfino. E tutto questo capovolgersi di stile e prospettiva nel giro di un trentennio, per il Bel Paese tutt’altro che modesto. Non c’è dubbio che non sia solo questione d’indole se l’uno (Piovene) appare sempre lucido a tal punto da scoprire a ogni tappa il genius loci, e rimandarcelo a chiara notifica, mentre l’altro avanza per sua stessa ammissione in un “bordello indecifrabile”. È un’Italia inselvatichita (siamo dalle parti di Inferno XIII) il cui disordine suicida Piovene non volle (ma avrebbe potuto) immaginare, semplicemente perché un Grande Caos era appena tramontato alle sue spalle – e dunque è questo uno dei modi privilegiati per affrontare il suo libro/viaggio, ovvero con la nitida convinzione di trovarsi di fronte alla lettera di una qualche aurora “sociale” – e riguardo allo specifico della letteratura di viaggio: alla consacrazione dell’incertezza quale requisito necessario di ogni avvio.

Però alla fine dietro il dubbio appena ottimista di Piovene ci senti la persuasione tipicamente “umanesimo” di poter controllare – perché di fatto è impossibile governarle – le direttrici evolutive di una nazione. È il genere di volontà di potenza, paziente flemmatica appassionata, che traspira da oggetti come gli archivi, i cataloghi, i regesti (che sono pazienti flemmatici appassionati perché avvertono che il loro destino più proprio è l’incompletezza). Spesso, quando è faccenda di ritratto, Piovene non lesina sugli aggettivi, in particolare trovandosi a riprodurre un tipo o l’altro dei suoi numerosi interlocutori di rango nobiliare, come se la nobiltà andasse introdotta (id est: spiegata) per contrasto naturale fra gli aggettivi che forniscono una fisionomia e l’eco piuttosto respingente della definizione stessa – forse nel sospetto che sia necessario umanizzarla, per così dire: è un altro riflesso di quell’istinto a una prosa “di servizio” che però non diventa mai didattica e si astiene, virtuosa, dagli sconfinamenti nel pedagogico, dato che il viaggio stesso è concepito come una specie di autopedagogia. Il principio di validità di questa autopedagogia Piovene lo affida erga omnes prima alla radio, poi al libro, e infine a una serie di documentari televisivi ( Questa nostra Italia, 1968, sedici puntate per la regia di Virgilio Sabel, in uno spazio di palinsesto all’interno del contenitore “Sapere”, già più didatticamente intitolato agli “orientamenti culturali e di costume”). Prosa di servizio, che “fia salute”, per dirla con Dante, di un’“umìle Italia” che davvero appare umilissima perfino nei suoi splendori. Da lì a trent’anni: Ceronetti, prosa di genio, attorta alla vena sacrilega, irresponsabile, di partorire il senso di un secolo (di una civiltà in una data superficie di tempo e di spazio) fermentando attorno a pochi, se non a uno soltanto, dei suoi dettagli riposti – la tattica-limite stabilita dai Passages di Walter Benjamin.

L’Italia di Piovene non è un paradiso, ma non è ancora il quasi-inferno o mondo infernalizzato in cui viaggia Ceronetti (quello dell’infernalizzazione del mondo è un tema che attraversa la nostra narrativa di fine anni sessanta, da Calvino a Santucci, a mezza strada dunque fra i nostri due diversissimi reportage): di questo paese pre-infernale Piovene è un Virgilio dantesco. Ugualmente partecipe – se la scrittura è il suo Limbo –, ugualmente compassionevole.

Guido Piovene

Viaggio in Italia

con una nota di Oreste del Buono

Bompiani, 2017, 896 pp., € 20

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Una Risposta a Guido Piovene nel limbo degli anni Cinquanta

  1. Grazie mille per quest’articolo. La testimonianza elegante e colta di Piovene in questo libro, dell’Italia dell’epoca, è preziosa.

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