Raffaele Alberto Ventura

Che cosa hanno in comune i millennial precarizzati e i dottori della legge coranica nell’Egitto del quattordicesimo secolo, i personaggi di Čechov e quelli di Goldoni? Appartengono tutti a quella che definisco “classe disagiata”, facendo un calco dalla Teoria della classe agiata pubblicata da Thorstein Veblen nel 1899. La ragione di questo calco è presto detta: nell’osservare il malessere della classe a cui appartengo — sono nato nel 1983 e lavoro nell’industria culturale — ho avuto l’impressione che fosse più proficuo insistere sulle sue analogie con la borghesia, dalla quale prende molte abitudini, aspirazioni e spesso anche il patrimonio, invece che con le classi meno abbienti impegnate nei settori primario e secondario.

La crisi della classe consumatrice

La teoria della classe disagiata che propongo vuole comprendere una situazione sicuramente drammatica senza però indulgere nella consueta identificazione proiettiva del nostro ceto medio con una classe “oppressa”; quella stessa relazione schizoide che porta oggi gli intellettuali neofascisti ad abbracciare una caricatura del socialismo rivoluzionario, ritagliando per il ricco il ruolo del povero. Al contrario, mi è parso che il modello più proficuo fosse di esaminare quello che accade quando una classe (relativamente) agiata si trova a fronteggiare una crisi.

Per questo è interessante partire dalle analogie con la classe descritta da Veblen oltre un secolo fa, impegnata nel “consumo vistoso” di lusso e di cultura per garantire la propria posizione sociale. Proprio come fanno i signorini nel teatro di Carlo Goldoni, che spendendo e spandendo sperano di acchiappare qualche succosa vincita al gioco o un matrimonio vantaggioso. Il consumo culturale, però, non è un’attività economicamente neutra: è il prodotto indiretto di un’enorme quantità di lavoro accumulato. Vale per il prodotto culturale, fruito per mezzo di macchinari fabbricati dall’altra parte del mondo o stampato nelle sempre più numerose tipografie che aprono in Cina. Ma vale anche per il consumatore, risultato di anni di formazione improduttiva ovvero finanziata con un surplus di ricchezza prelevata sul lavoro di altri. Hosea Jaffe, storico sudafricano del colonialismo, si era spinto ad affermare che l’intera popolazione occidentale è beneficiaria del plusvalore mondiale; e questo va ricordato non tanto per alimentare il famoso senso di colpa dell’uomo bianco quanto per fargli capire da chi e da cosa dipende quel benessere di cui sembra avere smarrito ogni consapevolezza. Check your privilege, ci direbbe un attivista afroamericano.

Di tutti i nostri privilegi, la cultura è quella con cui fatichiamo di più a fare i conti: forse perché il consumo culturale definisce la nostra identità e dal momento in cui ha trasformato ciò che siamo risulta impossibile rappresentarci in altro modo — un po’ come Don Chisciotte che prima crede di essere un cavaliere errante e poi lo diventa. Oggi il web è in grado di metterci in relazione con un convincentissimo mondo virtuale di gratificazioni capaci di rendere credibile questa identità. Nell’universo della User Generated Culture e del prosuming siamo tutti famosi per quindici persone e consumiamo la possibilità di esprimere il nostro talento. Le nuove tecnologie forniscono nuove armi per una competizione posizionale che, come ai tempi di Veblen, dovrebbe servire a definire il posto di ognuno nella gerarchia sociale.

Ma se parlo di classe “disagiata” è perché il nostro privilegio è oggi messo in pericolo dall’irruzione della realtà economica. A un primo livello di analisi, possiamo parlare di una disforia di classe proprio come per i transessuali si parla di disforia di genere: vi è uno sfasamento tra l’identità che viene imposta alla classe disagiata dall’esterno e quella che rivendica per sé, o più precisamente (come ha notato Guy Standing nei suoi studi sul precariato) tra la sua condizione economica e il suo profilo socio-culturale. Insomma questa classe non riesce ad assicurare le condizioni materiali necessarie alla propria realizzazione.

Questa tragedia si manifesta visibilmente sul mercato del lavoro, dove per la classe disagiata i posti qualificati sono pochi e (dunque) mal pagati. Ma il borghese disagiato non può accettare di scadere al di sotto di un certo livello, perché appunto la sua formazione l’ha preparato a tutt’altro. Nello stesso modo i personaggi del Giardino dei ciliegi assistono impotenti alla fine dell’antico mondo feudale, incapaci di adattare il loro cuore alle ragioni dell’economia. Ed è per questo che possiamo dire che la cultura, oltre a essere privilegio, è anche una condanna. Poiché, come già notava Veblen, ci educa a consumare sempre nuovi prodotti e sempre più raffinati. Jean Baudrillard, teorico della “genesi ideologica dei bisogni”, aveva capito fin dagli anni 1960 che si tratta di un dispositivo fondamentale per il funzionamento della società dei consumi.

Ma perché i posti sono pochi e mal pagati? Come nasce la classe disagiata? Procedendo verso un secondo livello di analisi, dobbiamo ammettere che il problema non è precisamente la scarsità di risorse di cui dispone questa classe, quanto al contrario la loro relativa abbondanza. La classe disagiata s’impoverisce perché è troppo ricca: la sua è una crisi di sovraccumulazione come quelle studiate da Giovanni Arrighi lungo la storia del capitalismo globale. Lo stesso accadeva nell’Egitto medievale se crediamo a Ibn Khaldun, che descrive in seno alla classe consumatrice la concorrenza esacerbata dall’eccesso di ricchezza accumulata. Per quanto controintuitivo, questo paradosso è fondamentale per capire il meccanismo in cui ci siamo incastrati. E per capirlo dobbiamo risalire all’origine di questa classe consumatrice, gravata di un compito storico eccezionale: ovvero sostenere la crescita economica dell’Occidente con la sua esorbitante domanda.

Sovraccumulazione e sovrapproduzione di capitale umano

Dobbiamo a Hegel la più efficace sintesi delle contraddizioni del capitalismo: «La società civile malgrado il suo eccesso di ricchezza non è ricca abbastanza». A cosa si riferisce il filosofo tedesco, lettore di Sismondi e di Ricardo, al paragrafo 245 dei Lineamenti di filosofia del diritto? A quella caratteristica dell’economia industriale che spinge ad aumentare continuamente la produttività, dunque a scontrarsi con i limiti del mercato provocando crisi cicliche. Bel problema: per effetto della meccanizzazione cresce la massa di prodotti da smerciare perché gli impianti siano redditizi, ma nessuno li può comprare. Finché nel Ventesimo secolo non giunse come un messia il ceto medio, classe eletta dalla dottrina di John Maynard Keynes al compito di consumare questo surplus.

La tendenza strutturale del capitalismo alla sovrapproduzione ha costretto lo Stato a prelevare una quota crescente di profitto da riassegnare al consumo. Nell'ultimo mezzo secolo tuttavia una parte di questa quota, invece di essere direttamente spesa, è stata accumulata dal ceto medio in forma di risparmi o beni immobiliari, per servire in un secondo tempo come investimento nella riproduzione sociale (studi e inserimento professionale degli eredi). Così questa classe consumatrice, ormai indistinguibile dalla classe agiata per abitudini e aspirazioni, si trova adesso di fronte a una crisi di sovraccumulazione: ovvero dispone di più capitali che di opportunità d'investimento. Oltretutto nel frattempo la crescita economica occidentale si è contratta, sospinta verso le sue “Colonne d’Ercole” dall’aumento incessante della produttività e della concorrenza che, come annunciato da Marx, hanno eroso i margini di profitto.

La penuria di opportunità professionali provoca una concorrenza acuta sul mercato della riproduzione sociale, degli investimenti formativi e dei consumi posizionali, che a sua volta porta a una sovrapproduzione di capitale umano qualificato. Detto in maniera più prosaica: una parte della classe disagiata prolunga gli studi e abbassa le pretese salariali nella speranza di sbattere fuori i suoi avversari dalla competizione, all’interno di un “dilemma del prigioniero generalizzato” che danneggia tutti quanti. È la Mutual Assured Destruction (MAD) della Guerra Fredda, anzi il Mutuo Declassamento Assicurato, che oggi soltanto una impopolare politica di regolazione della concorrenza potrebbe tamponare. Lo stesso accade in contesti dove la propensione al risparmio è più bassa ma l'accesso al credito più facile, come negli USA, dove sono le banche (quindi i fondi pensionistici, quindi sempre lo stock di ricchezza accumulata) a finanziare questa medesima competizione e ad alimentare un'enorme bolla finanziaria. Nell'attuale contesto di crescita rallentata, di ristrutturazione del mercato del lavoro e di rinegoziazione della catena del valore mondiale, non sarà possibile collocare tutti i membri di questa classe, e possiamo dunque ormai definirla "disagiata".

Le conseguenze di questa crisi di sovraccumulazione e sovrapproduzione sono di vario genere e quasi tutte nefaste: l'aumento del costo della riproduzione sociale rende più inegualitario l'accesso alle posizioni; molti partecipanti alla competizione non recuperano il proprio investimento formativo; lo sfasamento tra aspettative e risultati produce disagio sociale. Nel frattempo, unica nota amaramente positiva, la concorrenza a coltello "fa girare l'economia"... finché dura. Mentre attendiamo che questo ciclo di accumulazione si esaurisca definitivamente e che il cuore pulsante dell’economia mondiale migri altrove, il nostro relativo eccesso di ricchezza continuerà a impoverirci e il nostro relativo eccesso di cultura a tormentarci.

***

Nota: questo articolo di Raffaele Alberto Ventura riassume molto sinteticamente i temi che lo stesso autore affronta nel volume Teoria della classe disagiata, in uscita nei prossimi giorni per minimum fax.

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2 Risposte a La cultura come privilegio e come condanna
 

  1. Kraus ha detto:

    Ossignur che pasticcio.
    Il quadro di analisi economica è ottocentesco (principalmente ispirato a marx), e non fa che recuperare le teorie di Wagner e Sismondi, superate e non più rilevanti da oltre cent’anni.

    Paroloni, antilingua, ed errori marchiani.
    Che si confondano risorse dei fondi pensione e prestiti bancari è rivelatorio : è un problema che molta analisi economica si trascino per gran parte dell’ottocento. Se rifiuta l’analisi ortodossa prodotta negli ultimi cent’anni l’autore legga almeno Hilferding, che chiarisce il funzionamento del credito nel sistema economico pur mantenendo un approccio molto eterodosso, marxista.

    Peccato, perché le intuizioni alla base sono, a mio avviso, buone e potrebbero aprire a riflessioni ben più interessanti.

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