Massimo Filippi

Il 21 gennaio 1993, pochi mesi dopo la morte di Guattari e dopo aver ricevuto copia del suo inclassificabile Ritournelles, un emozionato Deleuze scrive a Jean Baptiste Thierée: «Che testo toccante, strano, in cui si mescolano infanzia, arte, pensiero. È come se Félix fosse tornato. Anzi è come se fosse sempre rimasto qui». Oggi, grazie alla ristampa per i tipi di PGreco, si prova un’emozione simile, un misto di felicità e nostalgia, alla rilettura di Rivoluzione molecolare, raccolta di testi eterogenei di Guattari – saggi, interviste, appunti, alcuni più militanti e altri più teorici – uscita in Francia nel 1977, cinque anni dopo la pubblicazione dell’Anti-Edipo, e in Italia da Einaudi nel 1978.

Rivoluzione molecolare può pertanto essere letto come una sorta di formula alchemica o di danza sciamanica. in cui molti dei concetti chiave della concatenazione Deleuze-Guattari – rizoma, piano di consistenza e corpo senza organi, ecc. – e le coppie a-dialettiche, molare/molecolare, territorializzazione/deterritorializzazione e legge/desiderio, stanno per raggiungere il punto di massima incandescenza intensiva che consentirà la conflagrazione proliferante di Mille piani, pubblicato tre anni dopo. Da un punto di vista più generale, Rivoluzione molecolare compare nel momento in cui l’ondata gioiosa del maggio ’68, pur non essendo ancora completamente addomesticata, sta per infrangersi contro le barriere della restaurazione capitalista grazie, tra l’altro, all’inerzia burocratica e connivente dei partiti euro-comunisti.

Rileggendo Rivoluzione molecolare è forte la percezione di muoversi su un crinale molto stretto, dove è facile perdere l’equilibrio ma dove tuttavia è ancora possibile chiedere l’impossibile. Certo oggi sappiamo tutti, e fin troppo bene, da che parte del crinale siamo caduti, ma ciò non toglie nulla all’esuberante e proteiforme potenza di queste pagine che costituiscono una sorta di quinta considerazione inattuale nietzschiana: qualcosa che il tempo non ha ossificato in celebrazione museale ma, al contrario, non ha mai smesso di lavorare la presunta linearità della storia, mostrandone i vortici, le turbolenze, le fosforescenze – le sopravvivenze per Warburg, le costellazioni per Benjamin, gli anacronismi per Didi-Huberman – che la percorrono restituendola alla vita.

Rivoluzione molecolare è un libro intrinsecamente sovversivo, dal momento che si materializza nell’attraversamento, al contempo scompaginante e produttivo, di una molteplicità di vettori disciplinari – dalla filosofia alla politica, dall’antropologia alla fisica quantistica, dalla psicanalisi alla linguistica, dal cinema alla sociologia. Nonostante questo – o forse proprio per questo – la sua nervatura portante è immediatamente evidente: «la lotta contro il fascismo “microscopico”», che si annida ovunque e permette al «nemico» di «cambiare volto», assumendo le fattezze dell’«alleato», del «compagno» e di «noi stessi». In altri termini, rivoluzione molecolare è sinonimo di «desiderio di rivoluzione», rivoluzione che va condotta «a tutti i livelli dell’economia desiderante [...] contaminati dal capitalismo: a livello dell’individuo, della coppia, della famiglia, della scuola, del gruppo militante, della follia, delle prigioni, dell’omosessualità, ecc.». Rivoluzione del desiderio che, per essere produttiva, deve concatenarsi con la lotta di classe, pena il fallimento di entrambe: «La rivoluzione molecolare rimarrà un fatto locale, si farà recuperare da ogni parte, se non si fonderà sulle grandi trasformazioni sociali portate dalla lotta di classe. Ma, reciprocamente, la lotta di classe continuerà a scivolare nel conformismo e nel dogmatismo se non si farà contaminare dalla rivoluzione molecolare». Concatenazione necessaria – e in questo è evidente l’influenza della coeva riflessione di Althusser sugli apparati ideologici di Stato, liberata però dal «manicheismo delle sovrastrutture ideologiche e delle infrastrutture economiche» – per il semplice fatto che il capitalismo, per potersi riprodurre, deve riprodurre sia i mezzi di produzione e la forza-lavoro sia l’asservimento del desiderio tramite la costituzione di «individui decodificati», di corpi docili perfettamente rispondenti ai suoi bisogni e ai suoi processi.

L’analisi microfisica è il passo necessario per comprendere la natura anfibia del desiderio: la sua capacità di scatenare flussi deterritorializzanti e la sua vulnerabilità alla presa delle macchine riterritorializzanti del significato che lo bloccano, trasformandolo in legge e in «piacere microfascista», in desiderio di opprimere e di essere oppressi. Di qui la critica serrata al freudomarxismo, ossia alla riduzione di «Marx e Freud [...] allo stato di banalità dogmatiche» da parte della «realtà di merda del movimento comunista e del movimento psicanalitico», entrambi impegnati, in un modo o nell’altro, nel depotenziamento della «produzione desiderante e [della] creatività delle masse»: «Il marxismo [...] si lascia sfuggire il desiderio e si svigorisce nel burocratismo e nell’umanesimo» e «il freudismo non solo è rimasto fin dall’origine estraneo alla lotta di classe, ma per di più ha incessantemente deformato le proprie scoperte fondamentali sul desiderio inconscio, per tentare di ricondurlo, ammanettato, alle norme familiari e sociali dell’ordine dominante» (non a caso ancora oggi la psicanalisi non esita a inchinarsi di fronte al potere perfino quando assume le fattezze tristi del renzismo). Di qui la messa in guardia contro la capacità metastatica del microfascismo e contro tutte le pratiche edipiche di miniaturizzazione e di interiorizzazione del controllo , anche laddove sono più nascoste, come nell’antipsichiatria e nella ricerca ossessiva di invarianti strutturali. Per questo Rivoluzione molecolare è anche in dialogo con la contemporanea riflessione foucaultiana sulla biopolitica, riflessione che ha appena raggiunto il suo acme – nel quinto capitolo della Volontà di sapere (1978) – e sta per concentrarsi sulle pratiche di resistenza delle tecnologie di auto-costruzione del sé.

In breve, la rivoluzione molecolare di Guattari è un modo di guardare la realtà senza le lenti deformanti delle classificazioni dominanti, è la capacità di inserire fenomeni normalmente analizzati in isolamento nei flussi socio-politici con cui sono in costante interscambio, flussi perennemente recisi dalle macchine di stato. Un esempio, più di altri, è illuminante a questo proposito: la divisione tra “droghe pesanti” e “droghe leggere”. Divisione che non è inscritta nelle «caratteristiche fisico-chimiche» delle molecole, ma nella capacità delle prime di «cristallizzare le soggettività [...] nei buchi neri del potere» e in quella delle seconde di «costruire una microeconomia del desiderio», che «permette a certi individui di liberarsi delle loro inibizioni, di mettere in discussione il loro modo di vita, i loro punti di riferimento morali e politici, il loro ambiente materiale e sociale». La rivoluzione molecolare, insomma, completa la lotta di classe con la lotta alle classificazioni binarizzanti a favore dell’apertura di vie di fuga verso «una politica complessiva di liberazione», verso la «schizoanalisi» intesa come rinuncia «alla “volontà d’identità”» in direzione di «un corpo senza organi che disindividui il desiderio [in] flussi cosmici a-semiotici e [in] flussi storico-sociali a-significanti».

In questo senso, «né il pederasta né lo schizofrenico sono in sé dei rivoluzionari», ma «possono divenire il luogo di una rottura libidinale [...], uno dei punti di emergenza dell’energia rivoluzionaria desiderante, da cui il militantismo classico resta dissociato». Così come tanti altri che, con il loro transitare desiderante e pur nell’«estrema repressione», mostrano senza sconti le riterritorializzazioni fissiste del capitale. Poiché, come detto, la sensazione che ci pervade alla lettura di Rivoluzione molecolare è che Félix Guattari sia «sempre rimasto qui», è certo che oggi analizzerebbe con immutata lucidità la violenza istituzionalizzata esercitata sui migranti e sui queer. E, lo vogliamo sperare, anche quella sugli animali, visto che già allora parlava del «piacere microfascista [di] strappare le ali a una mosca».

Félix Guattari

Rivoluzione molecolare. La nuova lotta di classe

traduzione di Bruno Bellotto, Anna Rocchi Pullberg e Alfredo Salsano

Pgreco, 2017, 247 pp., € 19

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