Mariuccia Ciotta

Chi è Rotpeter, fronte bassa, corpo peloso, abiti da professore, essere in divenire che sembra il frutto di un'evoluzione a metà tra Darwin e Bergson? Kafka dà un cervello pensante alla creatura mostruosa ma questa volta non la nasconde, ributtante, sotto il letto, anzi la fa salire in cattedra nel racconto Una relazione per un'Accademia pubblicato nel 1917, e che ha ispirato il mediometraggio di Antonietta De Lillo, Il signor Rotpeter (fuori concorso). Ideato dall'autrice di Il resto di niente insieme allo scrittore-regista Marcello Garofalo, il film ha risollevato l'umore della Mostra, sceso negli ultimi giorni dopo l'avvio trionfante.

Il testo praghese si trasferisce a Napoli materializzato nel corpo prismatico di Marina Confalone che muta a ogni istante in una performance stupefacente, lo sguardo e i gesti in bilico tra natura selvaggia e coscienza di sé, tutto nell'avvincente monologo orchestrato tra intervista con voce off e lezione universitaria. Il signor Rotpeter racconta di come passò dallo stato di scimmia a quella di essere umano, senza troppa soddisfazione. Persiste in lui la nostalgia di una vita libera, lasciata solo per trovare “una via d'uscita” quando lo chiusero in gabbia e fu costretto a imitare smorfie e tic dei suoi carcerieri, villain ubriaconi. Nozioni elementari, degrado necessario. Qualche anno dopo, 1963, Pierre Boulle riprese l'idea della scimmia filosofa e della regressione umana, conseguenza di egoismo, sopraffazione del più debole, avidità.

De Lillo compone quadri carichi di fascino, il lungomare napoletano che scorre sullo sfondo mentre il signor Rotpeter passeggia tra bancarelle e turisti, quasi un mister Hyde in pieno sole, personaggio già sperimentato da Marina Confalone sul palcoscenico. Facile per lei che viene dal teatro delle maschere, eppure incantevole per chi guarda il passaggio dall'interno di una casa dall'arredo esotico all'aula dell'università Federico II dove l'attrice napoletana si dondola con il suo gilè a righe, grugnisce e declama parole alate sul mondo tutto da rifare, e che offre ai “nuovi nati” lo zoo, il “posto fisso” o il Varietà, luogo a rischio dove si finge d'essere qualcun altro.

In contemporanea con lo scimpanzé sapiente, è passato tra i Classici La donna scimmia di Marco Ferreri.

Altro sapore di cinema nell'ultimo titolo del concorso, Jusqu'à la garde dell'esordiente francese Xavier Legrand, attore di teatro e autore di un cortometraggio premiato in diversi festival nel 2013.

“Film politico, di guerra, forse addirittura un horror” così il regista definisce la sua opera prima, che suona, però, come un gesto di deferenza per le forze dell'ordine contro la permissività incosciente della giustizia. Una magistrata permette l'affido alternato dei figli a un bestione dall'occhio turpe, munito di fucile da caccia, e che i due ragazzi chiamano “Quello” , mentre la madre illustra le violenze subite da tutta la famiglia. Immagini piatte da docu-fiction e lo stalker sempre più minaccioso in quell'andirivieni in cui il cinema francese eccelle. Legrand sa guidare gli attori che fanno del loro meglio per arrivare all'horror in una sequenza finale di assedio e follia. Ma se soddisfa le aspettative emotive di fronte alla cronaca di uomini che odiano le donne, il film, applaudito dal pubblico, prende l'aspetto di un teorema manipolatorio, un altro esperimento cinematograficamente povero sulla pelle di lei.

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