Piero Del Giudice

Sarajevo, ‘the people’s museum’  (daniel schwartz)

per Bahrudin 'Bato' Čengić

era quasi inverno - ottobre del 2007 – quando,
come in una pastorale, qualche decina di noi
lo salutavamo nel cimitero inclinato del Leone.
Faceva la fame nell'assedio e mendicava qualche regia.

«Sono tornati quelli che abbiamo cacciato nel ’45», sintetizza Abdulah Sidran (in privato) a fine assedio di Sarajevo, nel 1996. Tornano i padroni, i proprietari espropriati dalla rivoluzione socialista e quelli nuovi che hanno arraffato nella guerra e nel dopoguerra. Per es. vengono rastrellate con pochi marchi le «lettere di credito» rilasciate mensilmente dal governo bosniaco ai combattenti, sorta di salari di guerra esigibili a guerra finita, rimesse sul mercato per l’acquisto di fabbricati, alberghi già dello stato, ospedali; Bakir Izetbegović, figlio di quell’uomo pio che era Alija – presidente nell’assedio di Sarajevo, padre della Bosnia islamica – gestisce 2000 miliardi di lire della ricostruzione della città. Sempre nell’edilizia postbellica – a Tuzla, in scala ridotta – Naser Orić, il comandante di Srebrenica fuggito dall’enclave poche ore prima dell’attacco e della strage. «Per sette volte ho rifiutato di lasciare l’enclave, per sette volte sono sceso dall’elicottero», dice poi. All’ottava cambia idea e fugge. Con lui i più stretti ufficiali. Srebrenica doppiamente indifesa diventa un mattatoio.

Finisce con la Jugoslavia un sogno dell’umanità. Il Novecento delle rivoluzioni finisce con il bombardamento di Belgrado nel 1999. Dino, nella scena finale di Ti ricordi di Dolly Bell (pièce teatrale e poi sceneggiatura di Sidran per il film di Emir Kusturica), legge al padre comunista morente il giornale di partito: «... ma la scienza e la tecnica moderna sono così avanzate da permettere all’uomo di influenzare a suo piacimento il cambiamento del clima, al punto che si sta valutando di correggere l’asse della Terra... Tutto il lavoro necessario per realizzare questo progetto potrebbe essere svolto da un esercito di cento milioni di tecnici, ingegneri e scienziati di tutti i paesi del mondo, in una sola generazione...». Sembra una buona idea: una eterna fresca estate, il pianeta fertile e ospitale per miliardi di uomini, l’uomo faber che vivrà centinaia di anni.

Della guerra di classe jugoslava e dei suoi mallevadori globali (il capitalismo senile degli Stati Uniti, gli oligarchi con i manubri delle auto in oro della Russia turbocapitalista) nessuno ha scritto durante il conflitto e, a dire il vero, neanche dopo. Le cronache della guerra civile distraevano non poco – e non senza fascino – dai movimenti tellurici di fondo. Cronache, sintomatologia di un popolo. Lo stupro, la riduzione a schiava sessuale della donna, sono frequenti. Villaggio nei pressi di Mostar, donna di quaranta-quarantacinque: «Mi hanno portata da questo Adrian che comandava lì, mi ha fatto spogliare e sdraiare sul divano. Mi è venuto sopra. Alla fine ha detto “Puzzi”, gli ho risposto “Sei tu che puzzi”». «Gli ho detto così» ripete. Foča, estate 1992: «Eravamo in sette musulmane prigioniere nella javna kuća, la “casa pubblica”. Pulivo le stanze, lavavo le loro divise e anche i loro piedi, mi picchiavano, poi mi violentavano a turno. Io e Emira siamo state scambiate, sulla pista dell’aeroporto, con un loro soldato. Hatiba è scappata con uno di loro, un Ivan, delle altre non so». «Scappata con Ivan?» «Sì, si era innamorata». Hanefija P., un berretto verde, un paramilitare, viene fermato dall’esercito regolare con una donna al seguito legata alla cintura con una corda. Nell’interrogatorio Hanefija mostra una sorta di badge – un cartiglio – a firma del comandante della sua compagnia in cui si afferma che «può» utilizzare come schiava sessuale la donna. Nome e cognome. Certo, è la guerra; cronache impietose e quelle pietose si ignorano. E poi sempre – anche nel dolore, nella vergogna senza consolazione – quello scarto protervo spazio-temporale tra realtà e maschera, la mistificazione che sempre vince.

Una lingua comune per gli abitanti della Croazia, Serbia, Bosnia Erzegovina, Montenegro, e una comune letteratura per noi – gli amati compagni, siedono con noi nelle fumose kafane, Ivo Andrić (1892-1975), Miroslav Krleža (1893-1981), Miloš Crnjanski (1893-1977), Meša Selimović (1910-1982), Mehmedalija «Mak» Dizdar (1917-1971), Danilo Kiš (1935-1989), Alexandar Tišma (1924-2003)... – hanno una prima organizzazione nel 1850. Un secolo dopo, nel 1954, negli anni del socialismo, la definitiva ratifica con gli «Accordi di Novi Sad» (firmano, tra gli altri, Andrić e Krleža): «la lingua popolare di serbi, croati e montenegrini è un’unica lingua. Per tale motivo anche la lingua letteraria che si è sviluppata sulla base di essa intorno ai due centri maggiori, Belgrado e Zagabria, è un’unica lingua con due pronunce, la ekava e la ijekava»

«Una data è indiscutibile: 28 di marzo del 1850. A Vienna in quella data, molto probabilmente nell’appartamento di Vuk Karadžić, oppure nella celebre taverna di Gerlović in Baumarkt, otto Jugoslavi (essi stessi si diedero tale nome) si riunirono e firmarono un manifesto con il quale invitavano gli Slavi del Sud ad accettare il cosiddetto dialetto meridionale come loro lingua letteraria... Cinque di loro erano croati: Dimitrija Demeter, Ivan Kukuljevic Sakcinski, Ivan Mažuranić, Vinko Pacel e Stjepan Pejaković. Due di loro serbi: Ðuro Daničić e Vuk Stefanović Karadžić. Uno sloveno: Fran Miklošić: “I sottoscritti, considerato che un unico popolo dovrebbe possedere una letteratura unica, e biasimando la situazione odierna per cui la sfera delle Lettere è lacerata non soltanto in merito all’alfabeto, ma anche nella grammatica, si sono radunati in questi giorni per discutere su come accordarsi ed unirsi nel modo migliore sul tema della letteratura”» (Sinan Gudžević, La casa viennese serbocroata). «La cosa interessante è che nel testo dell’accordo non si dà nome alla lingua comune, non sono usati aggettivi come “serba”, “croata” a proposito della lingua, ma si parla di “nostro popolo”, “nostra letteratura”. È stato scelto il dialetto “del sud” (ijekavica) come base per la lingua comune con chiari argomenti: perché la maggior parte dei popoli parla così; perché è il più simile alla vecchia lingua slavena e così anche a tutte le altre lingue; perché quasi tutti i canti popolari sono scritti in questo dialetto; perché tutta l’antica letteratura di Dubrovnik è stata scritta in questo dialetto; perché la maggior parte dei letterati dell’est e dell’ovest già lo usa scrivendo» (Rajka Glušiċ, docente di linguistica generale, Università del Montenegro).

Il poema epico montenegrino sulle guerre con gli ottomani, Il serto della montagna di Njegoš pubblicato nel 1848 a Vienna, è uno dei principali testi cui fa riferimento l’aspirazione a una lingua comune. È l’Ottocento dei popoli, della ricerca e del richiamo alle radici nazionali, sono gli anni della invenzione della tradizione. Nell’ultima guerra nei Balcani (1991-1996) i versi di Njegoš vengono cantati – con l’accompagnamento delle guzle pastorali – dalle bande četniche mentre sgozzano gli abitanti delle cittadine lungo la Drina (bosniaci uguale turchi) e oggi il poema tragico di Njegoš è innominabile.

Già negli anni del conflitto Franjo Tudjman, ex-generale di Tito e bano della cattolica Croazia, mentre cerca di spartirsi con Milošević la Bosnia Erzegovina, lavora sul ritorno della lingua alla «purezza dell’idioma patrio». Il tentativo di smembramento dell’unica lingua è la tragicomica attività cui si dedicano la corporazione degli insegnanti e le così dette intelighencija locali. Andrić, per esempio, è censurato dai bosgnacchi, Selimović ignorato dai serbi, Kiš il grande antinazionalista sempre messo all’indice...

Si istituiscono gare e premi per nuovi vocaboli a sostituzione di quelli comuni (ambasador diventa veleposalnik gran ministro inviato; il passaporto pasoš è adesso putovnica documento di viaggio; Evropa Europa; compito zadatak cambia in uradak prodotto; aerodrom in zračna luka, il porto dell’aria; operaio radnik è djelatnik, dipendente, e così via). Si disseppelliscono intraducibili gergalità autoctone, si cambia la fonetica e la scrittura. In Bosnia trionfa la dizione aspirata, la h, prima ovviata, diventa la bandiera del ritorno ai turchismi, per una nuova età asinina. In Serbia, dove prima coesistevano le due scritture, latina e cirillica, ora c’è soltanto l’alfabeto panslavo. Una stessa scuola, in uno stesso edificio, è divisa in corsi distinti (bosgnacco e croato), i documenti amministrativi e giuridici tra le Repubbliche, pur scritti in una medesima lingua comprensibile a tutte le parti, vengono tradotti, le pellicole cinematografiche sottotitolate quando in sala tutti capiscono tutto, così come i programmi televisivi («Nel maldestro tentativo di sottolineare le diversità si usano dei sinonimi o semplicemente si cambia una preposizione. Per chiunque e in particolare per un traduttore di professione può risultare un po’ scandaloso il fatto che qualcuno venga pagato per fingere di tradurre...» D. Djordjevic, traduttore). Soldi, soldi, la panzana ipernazionalista, l’inganno, il raggiro all’incanto. È la Kultura laži, la «cultura della menzogna» (Dubravka Ugrešić). Materia prima inesauribile per i «Nadrealisti» e il loro cabaret surrealista. Come Totò con «Galileo Galivoi» risponde alla imperiosa modifica di nomi e pronomi nella bonifica linguistica dell’Italia fascista degli anni Trenta (l’anti-lei; bar in mescita; tennis è pallacorda; hangar diventa aviorimessa; croissant sarà bombolone).

Nella conversazione con due miti coniugi musulmani di Sarajevo, ritornati da qualche anno dall’esilio italiano, seduti – lei in pigiama – sul sofà del modesto appartamento di periferia, il discorso cade su recenti vandalismi: «Al vecchio cimitero ebraico sono stati dei ragazzi, si sa – dicono – per i Buddha giganti di Bamiyan in Afghanistan, quelli li hanno distrutti i (comunisti) cinesi».

Smembrare il corpo di una lingua che si parla e si scrive non è impresa semplice. Il viaggiatore non avverte oggi differenze quando attraversa la pianura della Sava dalla Croazia alla Serbia, o frequenta le kafane di Sarajevo – una aperta di recente si chiama Tito. «I nazionalisti non sono capaci di mettersi in testa che è più facile uccidere uno Stato che una lingua. Non è neanche possibile dimostrare loro che è più facile creare un nuovo Stato piuttosto che una nuova lingua» (Sinan Gudžević).

Il 30 aprile di quest’anno, a Sarajevo è stata presentata la Deklaracija o zajedničkom jeziku, la «Dichiarazione sulla lingua comune». Alla domanda se in Bosnia Erzegovina, Montenegro, Croazia e Serbia si parli una lingua comune, la risposta è affermativa. Si tratta di una lingua comune di tipo policentrico. Questa lingua ha nomi diversi ma questo non la fa diversa. La Deklaracija, firmata all’inizio da duecento linguisti, scrittori, critici, traduttori da Belgrado a Lubiana, in pochi giorni viene sottoscritta da decine di migliaia di cittadini dei Balcani. Al proposito Abdulah Sidran dice: «i popoli la chiamano come vogliono, ma la lingua è comune». Jakob Finci, presidente della comunità ebraica (l’unica che avrebbe in realtà una propria lingua, il «giudeo-spagnolo»): «La lingua è chiaramente comune». Dževad Karahasan: «Una lingua come la vogliono gli accademici nazionalisti non serve alla comunicazione, ma alle singole identificazioni nazionali e al riconoscimento delle differenze».

Josip Bozanić, arcivescovo cardinale di Zagabria e capo della chiesa cattolica croata, nell’omelia pasquale attacca la Dichiarazione sulla lingua comune: «Cari fratelli e sorelle... la patria ha le proprie roccaforti chiave, tra cui la lingua. Ogni qual volta si vogliono demolire i valori croati, si colpisce la cultura e la lingua come preparativi per le campagne di conquista politiche e militari». Lo zagabrese Sinan Gudžević risponde con una Lettera al cardinal Bozanić: «Non sto preparando nessuna campagna politica o di conquista e non conosco nessuno che si farebbe venire in mente una cosa del genere. Ho firmato la Dichiarazione perché so che la lingua scritta e parlata in Croazia, Serbia, Bosnia Erzegovina e Montenegro, è una lingua. Quelli che la parlano si comprendono l’un l’altro senza la mediazione di terzi e senza strumenti lessicali. Il Suo messaggio pasquale lo comprendono a Čakovec (Croazia), a Cetinje (Montenegro), a Zenica (Bosnia Erzegovina), a Sjenica (Serbia), a Vranje (Serbia) o a Kikinda (Vojvodina), perché è scritto nella lingua che a tutta quella gente è comune, comprensibile, regolamentata, codificata o, se preferisce, standardizzata. E tale standardizzazione è stata compiuta prima che fosse creata la Jugoslavia, quando lo spazio in cui quella lingua si parlava, era costituito da un regno (Serbia), un principato (Montenegro) e due imperi (austroungarico e ottomano). Lei può chiamare quella lingua croato, chi preferisce può chiamarla serbo, altri bosniaco, altri ancora montenegrino, ma è una sola lingua con le differenze usuali per questo tipo di lingua. La matrigna di mio padre chiamava questa lingua, questa in cui vi scrivo turco ("Bambini, fate tornare il bestiame dai campi dove fanno danni, lo capite il turco in cui vi parlo?”, diceva, e non conosceva la lingua turca)».

Qui la Chiesa è un gran bordello, dai mercanti insediati a Medjugorje al ponte di Mostar (orribile manufatto), dalla chiesa nazionalista di Zagabria a quei francescani trovati con armi nel doppiofondo del camion umanitario del «pane di San Francesco». Nella guerra i giovani soldati portavano sotto la fibula delle spalline la cinghia del Kalashnikov e la collana in grani del rosario (bianco). Nelle caserme croate, dietro le cattedre dei comandanti, il ritratto di Ante Pavelić con la scritta Primo Stato croato. La lingua è – scrive ancora Gudžević – nelle mani di devoti «revisori linguistici che di fatto sono una polizia linguistica. Lavorano negli istituti, nelle redazioni dei giornali, alla radio, alla televisione, nelle case editrici, sui portali internet e il loro compito principale non è quello di correggere il testo nel senso della chiarezza, del corretto uso dei verbi o la consecutio temporum, ma, prevalentemente o quasi esclusivamente, quello di cancellare le parole che i loro superiori hanno dichiarato sgradite, serbismi o in odore di serbismi. Da ferventi serbocroatisti sono diventati accesi croatisti. Mentre la materia di cui si occupano non è cambiata. Intanto, per adeguarsi al cappello nuovo, appassionatamente e servilmente hanno cambiato la propria testa».

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