Federico Francucci

L’8 maggio 2017 Thomas Pynchon ha compiuto ottant’anni. Ne aveva solo 26 quando, nel 1963, uscì il suo primo, magnifico romanzo, V.; il libro fu pubblicato in Italia, quasi un trentennio dopo, da Rizzoli (1992), nella traduzione di Giuseppe Natale ora riproposta senza variazioni da Einaudi. Chissà che questo piccolo regalo di compleanno non sia l’occasione per affrontare un romanzo, e uno scrittore, spesso da noi più citato, maneggiato, etichettato (“il maestro del romanzo postmoderno”, con quel tanto di spregiativo che ha accompagnato la categoria alle nostre latitudini) che davvero letto.

Cominciamo dal titolo e procediamo a un rapido zigzag attraverso il libro (sul quale esiste una bibliografia enorme e disperante). V. è senza dubbio l’abbreviazione di un nome proprio che non si può o non si vuole pronunciare per intero, anzi l’iniziale di una serie di nomi per lo più femminili che costituisce uno dei fattori strutturanti di un libro per altri versi frammentatissimo. Il titolo è dunque la matrice allusiva e cifrata dell’opera, ed espone fin dalla copertina quella dimensione del nascosto o criptato, su una gamma che va dall’enigmistica allo spionaggio al mistero, che tanto spazio occupa nel romanzo; la prima reazione del lettore è quella di domandarsi come quell’iniziale vada completata, e chi o che cos’è V. Proprio come fanno molti personaggi, anche chi legge è chiamato a mettersi alla ricerca di quell’entità fantomatica. Ma proviamo a resistere all’invito o alla trappola preparata da Pynchon e a prendere il titolo, ottusamente, alla lettera. La copertina della prima edizione americana (dove la lettera poggia su un terreno solcato da linee in fuga prospettica, e si staglia contro quello che sembra un cielo vuoto, con effetto geometrizzante e astratto) ci aiuta a vedere l’ovvio, ossia che V. è un elemento alfabetico adagiato su una pagina, e che dunque il romanzo prima ancora di cominciare denuncia il composto mediale che lo supporta, la stampa (impressione confermata dalla presenza, sulla quarta di sovraccoperta, di un monumento della mentalità tipografica come l’indice).

Guardiamo ora come, e agli occhi di chi, la lettera compare per la prima volta: sono i lampioni sui lati di una strada a formare due linee lievemente curve che, in lontananza, sembrano convergere e formare una specie di sghemba “V”, di fronte a Benny Profane, la figura più svagata, inconcludente, maldestra e disorientata di tutto l’affollatissimo romanzo. Non è la lettera a immergersi nelle cose, ma al contrario sono le cose a perdere spessore, a diventare superficie e infine carta topografica, mappa stradale, pagina scritta su cui la lettera può campeggiare. Ma, nello stesso tempo, sappiamo che questa “V” è un’illusione ottica che interessa un osservatore, un effetto e non una sostanza. Un effetto, potremmo dire, della contrazione, dell’appiattimento e dell’omologazione della Terra; un effetto che corre lungo le reti di trasporto e comunicazione, sempre più estese a impaniare il globo. È importantissimo nell’economia dell’opera che il simbolo della Grande Paranoia (“V.” è o sarebbe il cuore di un oscuro complotto universale di cui gli avvenimenti storici più efferati del tardo XIX e della prima metà del XX secolo sono soltanto gli epifenomeni più grossolani) sia legato, nella sua prima apparizione, al meno paranoico dei personaggi, anzi a quello che risulta impossibile da coinvolgere davvero in qualsiasi trama, occulta o “solo” sentimentale (Profane è uno “human yo-yo”, uno che va su e giù senza senso, i cui movimenti non fanno mai rete; e uno schlemihl, specializzato in scalogna e preso di mira anche dagli oggetti): uno a cui di “V.” non importa un bel niente. Ma è altrettanto rilevante – e segnala il livello di complessità e di ambiguità del romanzo – che questo borderline e le sue traiettorie invariabili siano messe a frutto proprio per consolidare una rete: Profane, dopo essersi congedato dalla Marina, lavora a riparare le strade, facendo il pendolo sulla East Coast (un rimagliatore, se vogliamo, analogo alle rimagliatrici della Zamira nel Pasticciaccio) al seguito dei cantieri. E, scopriremo, qualcuno si convincerà che Benny sia un elemento indispensabile quando la Ricerca sembrerà arrivare a un punto cruciale.

C’è dunque chi crede che “V.” significhi qualcosa (ma cosa?), e passa la vita sulle sue piste, e chi invece non ci crede o non l’ha mai sentita nominare. Su questo asse si gioca la fondamentale bipartizione del libro, riflessa su diversi livelli. Vediamone un paio. Quello cronologico: a ritmo alternato si inanellano capitoli ambientati nel presente o “tempo uno” del romanzo, che copre circa un anno dal Natale del 1955 all’autunno del 1956, e capitoli ambientati in un tempo che si estende tra la fine dell’Ottocento e la fine della Seconda guerra mondiale, e variamente distribuiti sulla carta geografica, dall’Egitto all’Italia al Sud Africa. Quello grossomodo tematico o contenutistico: il primo gruppo di capitoli narra per lo più la vita di una banda di artistoidi newyorchesi, tutta party, droga, sesso casuale e soprattutto chiacchiere pseudocolte e improduttive, banda a cui si aggregano per varie vicende anche Profane e altre figure importanti del romanzo; il secondo gruppo di capitoli traccia il diagramma di un mondo che, sebbene vicino nel tempo, è radicalmente diverso dal primo; ossia quello di diplomatici, spie, funzionari governativi delle maggiori potenze coloniali europee, nel periodo in cui i loro imperi andavano perdendo potenza e importanza. Quest’ultimo, il mondo della civiltà borghese e del suo dark side brutale e assassino, è quello che ha creato “V”.

Se la Terra è diventata una carta geografica sulla quale tracciare, come in un gioco, le linee dei rapporti di forza, o un paesaggio da visitare col Baedeker alla mano, e insomma una mutevole distesa marezzata di riflessi e priva di profondità (un cattivo romanzo, potremmo anche dire), allora “V.” è il segno superficiale di quella profondità rifiutata che torna come Nulla divorante. A mettere in contatto i due mondi stanno una tendenza profonda e un personaggio (sono di più, ma semplifichiamo) che a tale tendenza obbedisce. La tendenza, una dorsale tra le più massicce del libro, è quella che porta l’umano a incrostarsi sempre più di inanimato, che questo sia macchina, materia inerte, feticcio sessuale (nel “mondo uno” la psicoanalisi è stata soppiantata dalla psicodonzia, scienza delle protesi dentarie come materializzazione dell’anima). Il personaggio, il più tipografico dell’intero lotto, è Herbert Stencil (una piccola sagoma di carta, appunto), figlio di un diplomatico del vecchio mondo, che per capire cosa suo padre, misteriosamente scomparso, volesse trovare cercando “V.” ricostruisce, come un improbabile detective-filologo, quell’ossessiva quêteV. è dunque la ricerca di una ricerca. Ed è anche, con i suoi molti stili e registri, un romanzo sulla letteratura, altro grande gioco di superficie con cui l’occidente alfabetizzato e borghese si è divertito, magari pensando potesse rivelare qualche grande segreto.

Thomas Pynchon

V.

traduzione di Giuseppe Natale

Einaudi, 2017, 648 pp., € 16

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2 Risposte a Thomas Pynchon, alla ricerca del Nulla

  1. lorenzo ha detto:

    “V.; il libro fu pubblicato in Italia, quasi un trentennio dopo, da Rizzoli (1992), nella traduzione di Giuseppe Natale…”
    Errato: il libro fu pubblicato nel 1965 dalla Bompiani nella traduzione di Liana M. Johnson.

  2. Federico Francucci ha detto:

    Grazie per la correzione, non lo sapevo.

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