Roberto Silvestri

In questa parodia satirica e musicale di Gomorra e La La Land si fa l'elogio di Ciro, un sicario spietato della Camorra, guardia del corpo del boss del pesce e delle cozze napoletane. Giubbotto alla Terminator, tecnica di combattimento Bruce Lee, in coppia con l'adorato amico del cuore, entrambi tifosi dei Cincinnati Bengals, il killer è responsabile della morte di decine di sgherri avversari.

Veramente immorale, no? Se poi vi potessimo raccontare anche il finale tropicale, strana interpretazione del Fujtevenne 'a Napule di Eduardo De Filippo....

Non ci fosse al fianco di Ciro un personaggio ricciuto dal miracoloso nome di Fatima, infermiera onesta buona e incensurata, ma furba come una fan di Daniel Craig, che trasforma quel gelido assassino sopranominato la “tigre” in un bello classico da romanzo rosa capace finalmente di anteporre i sentimenti individuali all'onore del clan, Ammore e malavita diretto dai Manetti Bros potrebbe sembrare uno dei pochi successi festivalieri non “parrocchiali” di una Mostra d'arte mai così sacra come nel 2017: gli esorcisti di Friedkin, i calvinisti puniti di First Reformed, i musulmani aggrediti di The Insult, i creazionisti confutati di The shape of Water, gli anglicani semiclandestini di Sweet Country. E perfino l'Escobar di Javier Bardem, in Loving Pablo, prima della punizione divina, sembra padre Bergoglio che assiste i poveri delle favela di Buenos Aires nel film di Luchetti. Due battute però non sono male nel biopic di Fernando Leon de Aranoa (fuori concorso) dove tutti, da Medellin a Calì, parlano inglese: “Il terrorismo è la bomba atomica dei poveri”. E, ce lo ricorda Penelope Cruz, nel ruolo della amante opportunista ma antiimperialista del boss della coca: “alla Dea non interessano i soldi e le attività della Mafia, basta che restano negli Stati Uniti, ma solo i dollari del cartello di Bogotà, che si fanno in Usa ma tornano qui in Colombia”.

Comunque produrre oggi pensiero e immagini parrocchiali, con il rovesciamento di fronte avvenuto al vertice del Vaticano, non è disdicevole. E in Three Billboards il clero cattolico conservatore è comunque stato distrutto come merita da una sola battuta dalla McDarmond. Human Flow di un orientale come Ai Wei Wei deve aver turbato tutti perché la sua invasione “barbarica” di profughi, più che essere contenuta e devitalizzata come nei tg nostrani da una pietà paternalistica e populistica, in 140' spiega al mondo cosa significa davvero il concetto dispiegato in modo radicale e consequenziale di “libertà” e perché è giusto riaffermarlo sempre e per tutti, anche se può mettere in grande difficoltà non solo Pechino (che lo ha messo all'indice assieme a quello di eguaglianza), ma anche chi se ne riempie la bocca in continuazione. L'Occidente, per esempio.

Ma torniamo a Ammore e malavita. Il gioco pop messo in piedi a ritmo hip hop dai fratelli Manetti, fin dai loro esordi, ha sempre un po' di retrogusto orientale e di passioni West Coast. E questa volta è ancora più sofisticato e divertente. Tutti i personaggi che affollano il film, infatti, hanno il loro doppio. La parte yin, nera, e la parte yang, bianca. Il canto, che è contagioso e fa ballare sempre tutta la città, come se fossimo dentro un musical di Mamoulian o Minnelli, dà spinta all'azione e svela ricchezza interiore e disperazione esteriore di questa metropoli unica. Si dirà. Musica e crimine fanno Napoli. Basta. La Napoli dello stereotipo. Eppure spunta d'incanto una versione di What a Feeling , da Flashdance; Ciro, il gangster che nessuno riesce mai a uccidere, fa la parodia del sosia di Jerry Lewis nel Ciarlatano, e scompare nelle acque bucherellato dal mitra; i diamanti vengono nascosti in un modellino d'auto diBack to the Future, Maria, la pupa del gangster (una Claudia Gerini particolarmente in parte) inventa strategie criminali basandosi sulla sua collezione di dvd degna di quella dell'ex ministro Gava… Insomma l'iconografia e la mitologia del cinema hollywoodiano viene abbondantemente divorata e riscodellata, così come molto panorama musicale, e non neomelodico, del momento. Non a caso ecco Raiz, degli Almanegretta. La musica e le canzoni (Pivio e Aldo de Scal, Nelson e Franco Ricciardi) sono degne delle sapienti panoramiche aeree, marine e terrestri, diurne e notture, della direttrice della fotografia Francesca Amitrano, che non dimenticano di indicarci la Napoli di Ferdinango Fuga oltre che delle motorette in fuga dei piccoli scippatori. A proposito. Grandi risate e applausi a scena aperta soprattutto per il tour thrilling alle Vele di Scampia dei turisti americani inebriati dall'effetto Matteo Garrone e serial tv Gomorra. Carlo Buccirosso, nella parte del boss e di un suo sosia buono, ha tempi comici e tragici perfetti. Insomma un riuscito esempio di cinema dell'irreale.

Dominano i piaceri puri del fumetto (Diabolik e anime Jap), le astrazioni etiche del cinema dei supereroi (da Badham ai Marvel), il musical south system alla Tano da morire di Roberta Torre, pioniera, e perfino la commedia slapstick quando Fatima (la radiante Serena Rossi) incatena con le manette il suo amore di gioventù perduto e ritrovato e trasforma Ciro (Giampaolo Morelli) da cupo in riconcupito. E i due fanno un po' Katharine Hepburn e Cary Grant in Susanna di Hawks.

Un camera d'or a Cannes, l'aborigeno australiano Warwick Thornton, racconta, con superbia fotografica e memore delle lezioni paesaggistiche fordiane, tragedie della storia aussie di inizio 900 e del suo popolo schiavizzato e martoriato in Sweet Country (concorso, e tra i migliori film finora) ispirato a fatti davvero accaduti attorno al 1920. Un servitore aborigeno uccide un allevatore bianco particolarmente crudele e razzista. Caccia all'uomo. Processo. Assoluzione. Il giudice venuto dalla città osa opporsi ai “selvaggi bianchi” linciatori che vorrebbero vedere impiccato il 'nigger' Sam Kelly, riconfermando il loro diritto suprematista. Il verdetto parla invece di “legittima difesa”. Il morto aveva violentato la moglie e sparato, per primo, contro l'accusato. Un piccolo testimone aborigeno non ha avuto il coraggio di parlare. Sta crescendo a metà, tra i valori del suo popolo, e quelli occidentali. Un po' come l'eroe di A Ciambra, dovrà prima o poi decidersi.... Qualche elemento più umano della comunità, la proprietaria di un hotel, lo sceriffo (Bryan Brown, il Clint Eastwood di Sydney) e un allevatore cristiano (Sam Neill, irriconoscibile sotto la barba) non possono nulla però contro la legge reale, e non scritta, dei territori nord dell'Australia, ancora non del tutto “civilizzati”. Arriva in piazza un film muto. La saga dei fratelli Kelly (anche Tony Richardson nel 1970 ne ha fatto una bella versione con Mick Jagger protagonista). Gli irlandesi “banditi” che sfidarono le ingiustizie della legge britannica d'occupazione. Pagarono con la vita la loro ribellione. Ma il mito dei fratelli Kelly e di Sam Kelly ha aiutato il paese ha diventare più civile e democratico. E capace di fare i conti con il proprio passato più rimosso.

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