Giorgio Mascitelli

Come di consueto, nei giorni di ferragosto quando i giornali stentano a riempire le pagine ha avuto un certo spazio una petizione apparsa su facebook che chiede l’equiparazione degli stipendi degli insegnanti italiani alla media europea. Naturalmente tale petizione ha le sue fondate motivazioni, se si pensa che l’ultimo contratto della scuola di durata quadriennale è scaduto nel 2009, ma è in qualche modo un segno della crisi di una normale dialettica democratica sul luogo di lavoro il fatto che si affidi tale rivendicazione a uno strumento di sensibilizzazione dell’opinione pubblica, e un tempo di supplica, come la petizione, anziché, come sarebbe ovvio, alla lotta sindacale. Sia chiaro che i promotori della petizione in ciò non hanno nessuna colpa, si sono limitati a registrare una situazione oggettiva. Tangenzialmente va detto che, quando si parla di crisi della democrazia, espressione in sé un po’ astratta, bisogna prendere in considerazione questi esempi apparentemente secondari per avere un’idea di cosa concretamente essa significhi.

In assenza di un reale movimento sindacale che ponga la questione salariale nei termini che le sono congrui, i bassi salari dei docenti sono diventati un piccolo genere mediatico o meglio un topos all’interno del discorso sulla scuola. Non mancano nella nostra vita pubblica, accanto agli efficientisti e ai populisti che dicono che gli insegnanti rubano lo stipendio, dichiarazioni da parte di qualche personalità pubblica comprensiva, l’ultima mi pare essere stata il ministro Fedeli, che ammette che sì gli stipendi sono proprio bassi, di solito i più prudenti aggiungono però che gli insegnanti dovrebbero lavorare di più, che è un’elegante perifrasi per sostenere che gli stipendi degli insegnanti vanno bene così come sono. In realtà, subendo i docenti, al pari di tutti i lavoratori dipendenti precari o meno, da anni e in maniera strutturale una contrazione dei salari reali, questo discorso specifico sul loro stipendio non avrebbe molto interesse, salvo per i diretti interessati, se non fosse che esso è a parere di molti il sintomo e la causa di una trasformazione o meglio di una svalutazione del ruolo del docente. In questa prospettiva la questione salariale dei docenti acquista un valore simbolico, che avrebbe a che fare con il valore che la società attribuisce alla scuola. Di conseguenza chi si dichiara preoccupato degli stipendi dei docenti risulta automaticamente preoccupato per l’avvenire della scuola.

Gli stipendi più bassi della media europea, a fronte di orari simili, sono in realtà semplicemente il prodotto di vari fattori non correlati tra loro da alcun disegno strategico: il livello degli stipendi pubblici da sempre più basso in Italia, la gestione clientelare democristiana che tendeva a barattare salari da poco con alcuni privilegi, il più importante dei quali la cosiddetta baby pensione non esiste più da oltre 20 anni, il tentativo di costruire un sindacalismo più sano, fuori dall’osmosi che caratterizza i rapporti tra amministrazione e sindacati confederali, e quindi più conflittuale, sconfitto tramite il ricorso a norme antisindacali, le politiche di compressione della spesa pubblica e dello stato sociale degli ultimi 30 anni. Insomma la situazione salariale degli insegnanti italiani è frutto della mancanza di una politica scolastica coerente e del generale peggioramento delle condizioni del lavoro dipendente, ma non certo di una perdita del prestigio o della svalutazione del loro ruolo sociale e professionale. Questo fenomeno è dovuto essenzialmente ad altri fattori, quali la parziale incapacità della scuola di massa a rispondere sempre a esigenze diversificate e talvolta divergenti degli studenti e, soprattutto, l’impossibilità di garantire a tutti una futura posizione lavorativa di successo o quanto meno stabile, senza trascurare naturalmente gli effetti del discorso mediatico sugli insegnanti.

La scuola di massa sembra così aver prodotto un insegnante massa, per fare il calco su un’espressione che ebbe una sua utilità descrittiva e politica, mediocre e destinato alla mediocrità e all’insoddisfazione come attestano i suoi poco lauti guadagni. Una certa vulgata lo descrive come senza preparazione culturale, senza gusto pedagogico, senza ambizione, in fin dei conti un annoiato che annoia gli allievi e, benché la maggioranza degli insegnanti svolga dignitosamente il proprio compito, questa immagine è diventata il ritratto indiscusso di un’intera categoria.

Ora l’idea prevalente presso la nostra opinione pubblica e i nostri gruppi dirigenti per riqualificare la scuola e rispondere a richieste come quella della petizione è introdurre una cosiddetta carriera per i docenti, che prevede di premiare i migliori insegnanti lasciando la maggioranza nell’attuale condizione. Se qualcuno si chiedesse chi siano i migliori insegnanti per le autorità scolastiche, che dovranno premiarli, si può rispondere che nel concreto i migliori insegnanti sono considerati coloro che si assumono responsabilità organizzative, i quali peraltro avevano già possibilità di carriera anche in passato, seguono i progetti paralleli all’attività didattica curricolare e promuovono l’innovazione didattica lungo le linee individuate dal ministero. Non è importante discutere in questo contesto se siano criteri giusti, la cosa interessante è notare che i migliori insegnanti sono in questo modo pochi e contrapposti ai molti che non lo sono. Questo fatto non è dovuto soltanto alla scarsa disponibilità economica, ma è in qualche modo connaturato all’idea stessa del premiare i migliori, dotata di un fascino simbolico irresistibile per la sua ovvia ascendenza religiosa.

La conseguenza di ciò è che la scuola nelle sue attività didattiche standard, le più importanti, verrebbe gestita da coloro che secondo questi criteri riformatori sono insegnanti massa mal pagati e ufficialmente certificati come i non migliori. È chiaro che chi ha escogitato un’idea del genere non solo non crede che la prima funzione della scuola sia quella di trasmettere un sapere in qualsiasi forma, ma ritiene che sia quella di educare a una forma di controllo sociale, in cui la scuola tramite le sue gerarchie interne promuove quelle della società. In una prospettiva del genere, dell’insegnante massa, una sorta di inserviente pedagogico incapace di sviluppare un’attività professionale autonoma, c’è assolutamente bisogno, anche se non lo si può affermare esplicitamente. In realtà anche gli insegnanti migliori avranno qualcosa in comune con gli insegnanti massa perché la loro carriera dipenderà essenzialmente non dal lavoro svolto in classe, dalla loro cultura e dalla capacità autonoma di risolvere i problemi, ma da quella di adeguarsi alle richieste di una didattica calata dall’alto.

E ciò permette di avanzare un’altra considerazione: quello che in realtà distingue l’insegnante qualificato dall’insegnante massa non è l’entità dello stipendio né la considerazione sociale che ne deriva né la possibilità di insegnare in una scuola d’élite, ma la libertà d’insegnamento e naturalmente la capacità di farne un uso costruttivo. Se si perde questa a causa di scelte politiche, o peggio ancora vi si rinuncia volontariamente in nome di una carriera, si resta un insegnante massa anche con stipendi favolosi e carriere dorate.

Quanto alla questione dei bassi stipendi nella scuola, essa si risolverà soltanto nell’ambito di una generale questione salariale del lavoro dipendente, soprattutto quando questa tematica verrà politicizzata, rendendo possibile di nuovo l’iniziativa sindacale.

Tagged with →  
Share →

Una Risposta a Lo stipendio dell’insegnante massa

  1. Annamaria manzo ha detto:

    Articolo interessante,che spiega bene la realtà in cui si vuole tenere la scuola.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi