Mariuccia Ciotta

Il “brodo primordiale” di Darren Aronofsky è un infinito spazio di immagini e pensieri, deliri e cronaca da un pianeta infestato di follia così che mother! (concorso) non rinvia ad Amityville né a Poltergeist né a Shining né a La casa di Sam Raimi, ma è un compendio filosofico, un luogo dove si dispiega la genesi dell'universo. L'idea almeno era questa.

Il regista di Brooklyn, Leone d'oro 2008 per The Wrestler, abituato a levitare nell'ultramondo con L'albero della vita e Il cigno nero, si sente un Fellini capitato a casa degli Usher, il che promette visioni fantasmatiche, segnaletiche magiche, apparizioni horror. Alchimie di ogni tipo. Ma se il pavimento trasuda sangue e dietro le pareti batte un cuore gigante, l'obiettivo si distrae e punta sulla faccia tenera di Jennifer Lawrence che guarda fuori dall'inquadratura, fluttuante in un primo piano attonito.

Mentre nei western classici l'eroe fugge all'orizzonte verso l'avventura e la sua donna lo aspetta col grembiule perché rappresenta la stanzialità, qui lei è la grande “casa” a tre piani – Es, io e Super-io – metafora povera dell'abitare il cinema, immensa e labirintica, macchina psicanalitica potente, ma già sfruttata all'osso.

Ridotta in cenere da un incendio devastante – ardono le fiamme di Rebecca, la prima moglie – Jennifer da sola l'ha ricostruita per ridare al marito, scrittore di best-seller, Javier Bardem, l'ispirazione perduta. Anche Aronofsky è nelle stesse condizioni, e si affida all'attrice di Un gelido inverno, sedotto non solo artisticamente, per riaccendere le sue ossessioni.

L'attesa di una vertigine gotica si scioglie in una crescente commedia dell'assurdo alla Helzapoppin, un via vai di fenomeni e personaggi paranormali che starebbero bene in una comica di Stanlio e Ollio, se non fosse che il regista mira all'allegoria e alla metafora. Dalle pareti organiche imbiancate da Jennifer Lawrence non spuntano le braccia-candelabri della Bella e la Bestia di Cocteau e neppure le mani rapaci del Repulsion di Polanski.

Aronofsky intende sfogliare la Bibbia e si ritrova con un testo, il suo (scritto in cinque giorni), grondante un caos monotono disseminato di giocattoli da kit del piccolo mago, come il cristallo pulsante dell'arte, che guai a mandarlo in frantumi. Alla ricerca della ricetta perfetta per vendere milioni di copie di libri (o di film) a Javier Bardem gli scappa di scrivere, e si butta su penna e foglio, mentre lei, la vestale imbambolata gli ha appena annunciato che sarà mother!

La vita germoglia ma pretende di aprire le porte all'imprevisto, alle storie di esistenze molteplici, ed ecco precipitarsi nella casa fatata il fan Ed Harris con la moglie invadente Michelle Pfeiffer, seguiti dai figli bulli impasticcati, e da una valanga di ammiratori del grande genio, come piacerebbe ad Aranofsky, che strappano reliquie e santini, scorticano vivo il tempio dell'artista, beato tra i lettori, mentre Jennifer, la donatrice di sé, è costretta a pulire sangue, budini e liquami vari.

Fuori controllo, il grottesco implode in una baraonda di allucinazioni di scarto, guru invasato, squadroni della morte, zombie che chiedono autografi, scrocconi, cronisti, editori, fotografi... Lo scrittore di best-seller esulta, ma il declinare blasfemo del nome di dio in P-greco (Il teorema del delirio), non viene fuori. Ci vuole un sacrificio finale, la carne fresca del bambino sbranato dalla massa osannante, sacrificato sull'altare dell'arte come l'ostia divina. Il brodo creativo del regista, però, non produce shock mentale, dilatazione della coscienza, effetti psichedelici. È sostanza soporifera, tutta iscritta nei lineamenti addomesticati dell'eroina di Hunger Games. Mai un'attrice in campo per 120' di continui andirivieni risulta invisibile come Jennifer Lawrence, la musa di Bardem/Aronofsky.

Destinato a suscitare polemiche, come si dice, mother! testimonia la fine del post-moderno e mette in scacco l'immagine in “4d” della realtà virtuale, al quale la Mostra ha dedicato un'importante sezione, tutto a favore di un temibile dominio del “reale” , quello che evita di misurarsi con il trascendente, né Schrader né Aronofsky. Peccato.

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