Roberto Silvestri

Un bell'esempio di cinema popolare a piccolo budget. Siamo in pieno rinascimento “bis”, come i francesi chiamano il cinema “più sesso più violenza più delirio”. Solo che, 50 anni dopo, è già patrimonio immaginario acquisito dallo spettatore colto. Oggi è meglio alludere a “sesso violenza e delirio”, come un tempo era più efficace alludere alla politicità di un testo poetico. Nell'epoca digitale tutto questo deve infuocare solo i bordi dell'immagine. Nello scarto che esiste tra reale e realtà stiamo attenti alle tracce inquietanti. Alla potenza visionaria degli eroi qualunque.

Il regista italiano di origini britanniche Edoardo Winspeare che vive in un paese chiamato Depressa ha presentato nella sezione Orizzonti, in competizione il misterioso La vita in comune, la sua prima, originalissima, commedia di leggerezza (e serietà antisistemica) lubitschiana.

E la festa dopo l'anteprima stampa del film, al circolo del tennis del Lido, ha lasciato tutti a bocca aperta perché era dominata dalle luminarie di Scorrano, e da una autentica cupola da banda paesana, una struttura multicromatica tipicamente salentina che inneggia agli svariati piaceri (soprattutto colpevoli) “dal basso”.

Il film, o meglio questa esperienza originale di conoscenza, anche se si svolge in un inesistente paesello del sud chiamato Disperata - perché si può uscire dalla depressione anche sprofondando nell'orrore – è solo indirettamente autobiografico. Oltretutto, vera sorpresa delle elezioni amministrative recenti, Lecce, capoluogo della provincia di Depressa, dopo tanti anni, ha ritrovato un sindaco normale, Salvemini (pd).

E proprio di politica locale si tratta, obliquamente, nel film, costruito a puzzle. C'è il municipio, il primo cittadino (di nome Pisanelli, allusione alla famiglia dei sindaci antimonarchici del Salento, che pur all'interno della Dc, salvaguardarono per decenni la costa ionica e adriatica dalla speculazione edilizia), gli assessori, chi più a destra chi più a sinistra, i consiglieri d'opposizione. Ma si intrufola anche molta poesia (che vuol dire: attività socialmente utile: sapere, riflessione personale, informazione...non Arte); amicizia. La foca marina scamparsa dai mari locali. Piccoli banditi inetti. Un cane lupo ucciso brutalmente. Temibili mafiosi in gabbia. Piccoli zoo da edificare per rilanciare l'economia “depressa”. Un carcere, dove l'antica arte della riabilitazione viene messa in pratica (dunque ci sono anche forti elementi fiabeschi, commenterebbe Beccaria) attraverso corsi su Petrarca, Dante e Ungaretti. Il bar della piazza, per sfaccendati disoccupati ed ex emigranti che sognano di diventare bidelli. Sensi di colpa. Una donna memore delle antiche lotte bracciantili per la riforma agraria, contro i feudi e i loro sgherri (e altri simpatizzanti di Padre Pio) che oggi vorrebbero continuare a disporre della terra a loro piacimento, magari distruggendo gli ulivi e le vigne e il turismo “schiacciatutto”, o con la xilella o con la Tap o con il razzismo ben aizzato. Certo, la religione, dalle radici e dalle ritualità arcaiche, precristiane, o fiammeggianti e barocche, permea l'atmosfera in zona pizzica (Pizzicata è il primo film di Winspeare, molto prima che la grande festa per 200 mila turisti diventasse di gran moda). Però si attende pure una telefonata del papa gesuita moderno, Francesco.

Troppa carne al fuoco? No. Erede di quel filone italiano che si rifà a Rossellini (La macchina ammazzacattivi), va costruito, attraverso 5/6 personaggi mai bozzettistici, uno spazio, non per educare, ma almeno per istruire il pubblico a colpire qualcuno. E un punto di vista almeno destabilizzante, quanto quello di Anna Magnani nei film di Rossellini. L'elemento catalizzatore è infatti il corpo che incarna il passaggio d'epoca tra la rassegnazione e lo spirito di combattimento. È quello danzante di Celeste Casciaro, che dell'assemblea cittadina è l'anima combattente, ha una grinta inusuale, è una sorta di Jennifer Jason Leigh “nostrana-grecana”. Come si vede siamo in piena rapsodia in giallo-rosso (i colori della provincia del tacco). Il racconto però è un sistema coerente di frammenti, calcolati e organizzati, in vista di un senso da produrre, di una estetica sensuale. Il colore, il suono, il contrasto luce/ombra, i dialoghi, quasi l'odore della terra. Tutto è calcolato alla perfezione. Il labirinto ha un inizio e, forse, una uscita. E', finalmente, un film di risposte, non di domande. Ereticamente poi, per un film italiano che sembra anglosassone anche se il cosceneggiatore è Alessandro Valenti, siamo in piena “introduzione alla viragofilia”.

A proposito di film misteriosi un vero rebus è quello che Shirin Neshat, l'artista iraniana, ha costruito attorno al bio-pic Looking for Oum Kalthoun, con la complicità di Shoja Azari. Chissà perché quando gli artisti visivi, soprattutto i più concettuali e ostici, prendono possesso della macchina cinema devono per forza stupire, scandalizzare, sorprendere ogni attesa. Neshat così decide di ripercorrere la strada dello sceneggiato che più semplice da comprendere non si può. Una regista iraniana dilaniata dai sensi di colpa perché per la carriera e il successo ha trascurato il figlio sta girando al Cairo un film sulla star della canzone e del cinema egiziano che ha infiammato per decenni i cuori e le lotte di tutti i popoli arabi, dell'oriente e dell'occidente (e si utilizzano materiali di repertorio sulle lotte femministe col velo degli anni 20, sui concerti e film di Oum Kalthoun). Lei vuole rappresentarla a sua immagine e somiglianza. Per emergere in una società così maschilista una donna deve aver cancellato o irrigidito una buona parte della sua sensibilità, se no mai avrebbe potuto tenere testa né a re Farouk né a Nasser. Nel corso del film la cineasta si accorgerà che non è così, anche perché l'attrice dilettante e grande cantante che ha avuto il magico fiuto di scegliere pazientemente la psicanalizza. Strano no? Ancora musica di grande livello, alle Giornate degli Autori. Ryuichi Sakamoto Coda di Stephen Nomura Schible, è un documentario sul compositore di partiture ipnotizzanti di Oshima e Bertolucci, ex idolo delle ragazzine giapponesi degli anni 80, quando esordì con la Yellow Magic Orchestra introducendo complicati giochi contrappuntistici elettronici nella scena rock mondiale. Oggi Sakamoto che vive a New York, e viveva vicino alle Twin Towers quando crollarono, combatte contro un cancro. Ma dagli anni 90 in poi partecipa in prima persona alle lotte politiche e sociali, soprattutto contro la pericolosa sterzata militarista e anti ambientalista del governo Abe e dopo la catastrofe di Fukushima. Proprio suonando un piano Yamaha sopravvissuto (malamente) allo tsunami inizia il film. Metafora della sua poetica: fare in modo che la natura e i suoi suoni più macro e microscopici (di cui Sakamoto, un po' come Nico, fa attenta collezione al magnetofono) riprendano possesso o almeno affianchino ciò che il progresso tecnologico ha disciplinato e “snaturato” attraverso gli strumenti tradizionali, come il pianoforte, o futuristici. Non mancano aneddoti interessanti, per esempio sul suo attuale interesse per Bach, o sul “sadismo” dell'amico Bertolucci (e del produttore Jeremy Thomas), che lo obbligarono a riscrivere in mezz'ora l'ouverture di Il tè nel deserto (“Tanto se non lo fai lo chiedo a Morricone”) e sul culto dell'attore di Furyo per Tarkovskij e per la sua arte, ritmica, oltre che scultorea, del tempo. Il tempo come stato materico-musicale, più che come composto da passato, presente, futuro.

Altra riflessione sulla sindrome Obama nell'immaginario del profondo sud. Grande successo e ben tre applausi a scena aperta per un secondo film inglese in concorso ambientato negli Usa, anzi nello stato più sudista di tutti, il Missouri, “stato carogna” secondo il Naacp, che sconsiglia agli african-american di recarvisi, come se fosse l'Iraq, se non “a proprio rischio e pericolo”. Three Billboard Outside Ebbing, Missouri di Martin McDonagh è un'altra sfilata di attori supersonici, tutti in odor di premi, da Frances McDormand a Sam Rockwell a Harry Harrelson. Paesello sperduto, una banda di poliziotti che si vantano di torturare “la gente di colore”, non non nigger “perché negri è espressione razzista”, una madre bianca, Mildred Hayes, che chiede giustizia per la figlia quindicenne, “stuprata mentre veniva assassinata”. Passano i mesi, non la ottiene. E, come avrebbe fatto Judy Holliday, acquista tre spazi pubblicitari giganteschi fuori città e incolpa lo sceriffo capo di negligenza. Che fai? Ti vuoi muovere? Acchiappo o no i colpevoli? L'atto genere rabbia crescente, soprattutto tra chi ama lo sceriffo, “persona onesta, o meglio pragmatica”, e tra i suoi loschi sgherri, finché si mette in moto un pericoloso furore vendicativo da “giustiziera della notte”, causato anche dai sensi di colpa della madre (per un litigio quella notte non le volle prestare la macchina), una dei personaggi cattivi più affascinanti del recente cinema. Buca un dito con il trapano al dentista nemico, picchia due liceali, incendia con 5 molotov la centrale di polizia, imitando un black block, brucia quasi vivo il più reazionario degli agenti, Dixon, minaccia l'ex marito ed resta gelida di fronte al fatto che lo sceriffo, gravemente malato di cancro, fa saltare le sue cervella.

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