Cecilia Bello Minciacchi

Carla Vasio in uno scatto di Dino Ignani

Parco nello scrivere pagine di poetica o di teoria, nell’esplicitare le proprie scelte estetiche, Goffredo Petrassi amava, invece, dialogo e scambi d’opinione e non mancava di rispondere generosamente alle interviste. Nonostante il riserbo innato, anche acuito dalla severa educazione materna al cui insegnamento etico è rimasto grato negli anni, Petrassi raccontava volentieri dettagli dell’infanzia e della sua formazione da autodidatta fino agli studi in conservatorio a Santa Cecilia, rievocava il suo milieu culturale, le amicizie più care, le tappe della sua carriera.

Nel 1986 Enzo Restagno aveva curato per EDT un volume, Petrassi, fondando la sua ricostruzione biografico-intellettuale su un’ampia intervista seguita da interventi di musicologi e compositori. Pochi anni dopo, nel ’91, era apparso per Laterza un Autoritratto di cui era dichiarato autore lo stesso Petrassi. Lì la voce del compositore appariva sola, sempre garbata ma fluida, narrante, autonoma. In realtà c’era, discretissima e tuttavia indispensabile, la voce di Carla Vasio, ma soprattutto la sua dedizione all’ascolto – degli altri, della natura, delle arti – e la sua lunga amicizia con il musicista. Ora quella narrazione di sé torna autorialmente a chi davvero l’aveva redatta, Carla Vasio, che il primo editore aveva posto in secondo piano per ragioni commerciali. Rubricato sotto begli auspici letterari, Autoritratto di Goffredo Petrassi, nei suoi echi (come non pensare a un altro titolo, antico e celebre, Autobiografia di Alice B. Toklas?) rivela subito anche la preziosa amicizia che gli è stata nume tutelare. Molto bello il reciproco affidamento di stima e di consuetudine amicale. Probabilmente a questa corrispondenza, e all’eleganza dell’autrice, si deve la particolarità del libro, il suo mettere così in luce piena il compositore e il filo dei suoi ricordi, lasciando in riguardosa ombra la scrittrice, che sentiamo lì presente eppure mai incalzante. Prova ulteriore di una consonanza tra i due amici anche nella riservatezza, nella discrezione. Le domande si sono fatte indietro per lasciare libero campo alla continuità del racconto, al suo sgorgare ininterrotto, cortese e pudico.

Muove dai natali a Zagarolo, con «il rituale della vendemmia», l’intonazione a squarciagola del Rigoletto arrampicato «su un albero di mele cotogne», la «polpa dolce e amara» di certi «carciofi monumentali», la «leggendaria» nonna «austera e dittatoriale», per giungere al trasferimento a Roma con i sei fratelli maggiori, alle difficoltà economiche e all’«atmosfera papalina» di via Giulia, alla figura della madre «che era un ricchissimo contenitore di canti popolari antichi». Racconta delle giovanili predilezioni musicali, le opere liriche «più popolari», in piena rispondenza, mi sembra, con la letteratura inizialmente amata, le opere di Zola, di Sue e La cieca di Sorrento di Mastriani. Nelle basi della sua formazione letteraria è rammentato anche «un prete che si diceva allievo di Carducci», cultore della declamazione enfatica.

Dal tono edificante della rimemorazione – il fondamentale insegnamento alla scuola di San Salvatore in Lauro per bambini cantori, «le piccole prestazioni da corista» con cui guadagnava «qualche soldo utile in famiglia», il lavoro come commesso in un negozio di musica – il racconto passa alla formazione e alla vivacità degli incontri intellettuali. Ricorda l’affettuoso apprendistato con Casella, la frequentazione del Teatro degli Indipendenti di Anton Giulio Bragaglia, l’intesa con Massimo Mila, Luigi Ronga e Gianandrea Gavazzeni, la maturità letteraria in debito con alcune riviste coeve – «La Fiera Letteraria», «Circoli», «Letteratura», «Pegaso», «Pan» –, il felice, pluripremiato esordio di Partita nel 1932, la mancata collaborazione con Ungaretti e con Quasimodo, le intense visite al solitario Morandi, la familiarità con Casorati, l’«estrema differenza e insieme l’affinità profonda» dell’amicizia per Dallapiccola, i giorni estivi a Castiglioncello con la «colonia Pirandello, Cecchi, D’Amico», la fiducia nella cultura che è «forse l’unico rifugio per le persone sensibili», la dedizione all’impegno didattico, la soprintendenza al Teatro La Fenice offertagli nel 1937 inaspettatamente, quasi per un battito d’angeliche ali, mentre prendeva il sole sulla Riva degli Schiavoni, i sospetti sull’«offensiva seriale», il rifiuto di andare a Darmstadt «per non fare il Daniele nella fossa dei leoni».

L’Autoritratto tocca motivi intellettuali e umani, più che autoesegetici, sebbene accenni ad alcune composizioni come «le Orationes Christi, un’opera molto sofferta», Estri che divenne anche «un balletto astratto» con coreografia di Milloss e scene di Cagli, l’Ottavo concerto ove «non c’è un tema, non ci sono punti di riferimento, ci sono soltanto eventi sonori che si susseguono l’uno dopo l’altro». Anche in quest’occasione ricorda la musica per cinema, composta sempre con la mano sinistra, e il rifiuto che John Huston oppose alla partitura per La Bibbia, lavoro dopo il quale – disse a Rostagno nel 1986 – con i Mottetti per la Passione aveva espresso un «intento di purificazione rivolto non soltanto verso la spiritualità, ma verso la musica stessa». Alcune affermazioni del compositore possono non trovare (pieno) accordo: che la serialità sia ormai solo un esercizio «per farci la mano e poi abbandonarla subito», che la metà del Novecento si sia dedicata poco al teatro musicale (si pensi soltanto all’opera di Berio!), o che sia «difficile ascoltare un concerto per orchestra e indagare se c’è traccia di impegno civile o no», di «connotazione politica», giusti per noi, ormai, gli assunti sanguinetiani per cui ogni atto è politico, e inscindibile è il binomio ideologia e linguaggio.

Era necessaria proprio questa sensibilità perché una scrittrice che ha sempre cercato «il rigore di una pagina senza benevolenza», che ha piglio tanto originale e inclinazioni memoriali personali – basti Vita privata di una cultura (nottetempo 2013) –, sapesse eclissarsi leggera e nella tessitura di un racconto, con la sua penna e con il suo orecchio, sapesse porgere a Petrassi, fedelissima, la voce di Petrassi.

È soprattutto il garbo, unito al tono modesto e avvolgente della narrazione, a costituire il pregio del libro. L’elementarità del dettato e delle argomentazioni e l’incedere diretto, semplice, appartengono all’affabilità di Petrassi e collocano la scrittura del libro lontano dallo stile decantato, finissimo e acuminato di Carla Vasio. Quello stile di sperimentazione esigente che le conosciamo, pur con differenze di opera in opera, dall’Orizzonte del 1966 (poi Polìmata 2011), con la sua architettura ferrea e spiazzante e il suo presente verbale capace di abbacinare, fino ai limpidi e vibranti «affacci sul cortile» del recentissimo Tuono di mezzanotte, attraversato da una dialettica serrata e vitalissima tra il dettaglio oggettivo sbalzato, la riflessione dei personaggi seguita nel suo liquido trascorrere, e l’arcata rampante disegnata dallo slancio onirico, o – che forse è lo stesso – dall’apparizione di un fatto inaspettato e incongruo come un «tuono che esplode a mezzanotte nel nero velluto di un cielo sereno». In vite che abitano appartamenti vicini il «cupo boato» annuncia una sorta di epifania, una misteriosa catastrofe – spia lessicale ricorrente –, un rivolgimento esistenziale nell’ordinario flusso quotidiano. Una rivelazione del soggetto a sé stesso di fronte a una «Luna tranquilla» che si prende «tutto il tempo che le serve per tramontare». Di ogni solitudine alla finestra si percepisce il respiro, si ascolta distintamente l’eco dei pensieri, mentre il testo, nella sua interezza, disegna un microcosmo vibrante, in cui corrono sottili rimandi. Ogni storia, pur autonoma, manda bagliori sull’altra nello spazio di un condominio e nel tempo di un rombo: Tuono di mezzanotte è un notturno, e non privo di accenti poetici, ma un notturno poliprospettico e sincrono, plurale e urbano, intimissimo e denso come l’ombra nel cortile e i gatti «neri nel buio».

Carla Vasio

Autoritratto di Goffredo Petrassi

prefazione di Claudio Morandini

Mucchi, 2017, 174 pp., € 15

Tuono di mezzanotte

nottetempo, 2017, 73 pp., € 11

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