Paolo Fabbri

Corrono tempi “revisionisti”. Per i compulsanti di wikipedia, la prima entrata del termine è western revisionista, in cui si scopre che gli indiani ragioni ne avevano, ma non sapevano a chi venderle. Diremmo lo stesso dei borbonici napoletani, delle insorgenze antigiacobine e del brigantaggio – pardon, della guerra civile meridionale? Ai posteri le storiche sentenze.

Le revisioni prediligono gli anniversari, che stentano però a tenere il ritmo vorticoso e presentista dei mediascapes contemporanei: intenti a trasformare in evento attuale la più lunga delle durate e in incidente biografico la più significativa delle date; occupati a truccarne festosamente ogni aspetto grave e a sottrarvi significato e valore; nutriti da una dieta dissociata o unilaterale di esempi.

Il 1917 è il frequentato centenario della Rivoluzione d’Ottobre e il prossimo anno si prepara l’anniversario del Sessantotto. È l’occasione allora per noi di ricordare che nel 1967 ricorre un doppio cinquantenario. Quello che prima separa l’evento russo da una straordinaria manifestazione artistica della Rivoluzione cubana, poi mezzo secolo dopo, dalle performances delle arti di oggi.

Il 16 luglio del 1967, all’Avana, ebbe luogo l’esecuzione collettiva di un vasto Murale a forma di spirale; collegato al Salon de mai di Parigi, per iniziativa di Wilfredo Lam e su un’idea di Eduardo Arroyo. In una memorabile, affollatissima notte tra danza e musica, cento protagonisti dell’avanguardia artistica europea e sudamericana dipinsero e scrissero collettivamente un omaggio a Cuba e alla sua Rivoluzione. Parteciparono Valerio Adami e Peter Weiss, César e Michel Leiris, Jacques Monory e Juan Goytisolo, Errò e Maurice Nadeau, Juan Camacho e Carlos Fuentes, Antonio Recalcati, Gilles Aillaud e Gherasim Luca. E tant’altri.

Il catalogo, edito da Ezio Gribaudo, stampato nel 1970 a Torino dai fratelli Pozzo riporta un esergo poetico di Peter Weiss: The night of the collective painting / A vision of a world / where man is free / A totality of action / opennesss for all possibilities / and joie de vivre / something of this must have been felt / when the Russian revolution / was young / when Art was a part of life. Nel testo infiammato che apre il catalogo, il critico d’arte Alain Jouffroy ricorda che nel 1961 – su iniziativa sua e di Jean Jacques Lebel – fu realizzato alla Galleria di Brera, a Milano, un Grande quadro collettivo antifascista (cm 400 per 500) contro la tortura, sequestrato dalla polizia per “vilipendio della religione dello Stato”; conservato per cinquantadue anni nelle Cantine della Prefettura Milanese e recentemente riesposto. Il quadro era firmato da Enrico Bay, Gianni Dova, Errò e dallo stesso Lebel. Jouffroy conclude così: “Lo straordinario Murale collettivo di Cuba offre la prima mappa dell’immaginazione sovversiva contemporanea: percorrerla come le circonvoluzioni del cervello dell’individualismo rivoluzionario è entrare nel gioco di una nuova avventura e di una nuova epoca della rivoluzione, in cui la vertigine e la gioia provocata dal non ancor conosciuto sostituirà infine la paura”.

Accadeva cinquant’anni fa, dieci mesi prima del Maggio Sessantotto, che riaccese un pathos. A cent’anni dalla Rivoluzione russa, sembra più facile pensare alla fine del mondo che a quella del capitalismo. Oggi prolifera la politica dei Muri e l’attività già delittuosa di dipingervi è diventata street art. Le nostre paure sono molte e cambiate ma non ci spiace ricordare anniversari come il ‘67 cubano.

Cantano le mummie di Leopardi: “Tal memoria n'avanza /Del viver nostro: ma da tema è lunge/Il rimembrar. …

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Una Risposta a Morale d’un murale cubano

  1. milli graffi ha detto:

    Bene con le mummie collettive (exquis?). Novità assoluta.

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