Angelo Guglielmi

Nel 1965 il Gruppo 63 si ritrova a Palermo per discutere sul romanzo. Siamo riuniti in una sala dell’Hotel delle Palme. Barilli e io siamo incaricati di tenere le relazioni di apertura. Sorpreso, io vedo seduto in prima fila Goffredo Parise. Non era stato invitato (questo non significa che non poteva essere presente) e comunque era l’unico per così dire estraneo. Comprensibile la mia sorpresa. In realtà era appena uscito Il padrone che era stato da me recensito sul «verri» con simpatia (di lui avevamo apprezzato Il ragazzo morto e la cometa ma non tutto ciò che era seguito a cominciare dal Prete bello fino al Padrone, in cui tuttavia erano riapparsi elementi di interesse e di novità). In più a Roma eravamo diventati quasi amici grazie all’ammirazione comune per Carlo Emilio Gadda con il quale qualche volta andavamo a pranzo insieme

Parise ascolta la mia relazione e quella di Barilli composto e in silenzio ma come assente (evidentemente non aveva trovato motivi per accendersi); segue il dibattito animandosi ai soli interventi di Eco e di Sanguineti ma non (almeno a me pare) per le argomentazioni ma per la qualità dell’eloquio (colto e elegante). Al termine andiamo a mangiare ripromettendoci di ritrovarci verso le quattro in un’altra sala dell’Hotel per proseguire il dibattito o meglio continuare a confrontarci. Qui Parise appare inquieto e insofferente, noi, forse stanchi della mattina (ma non per questo soddisfatti), ci perdevamo in chiacchiere varie. Parise più volte ci sollecita quasi severamente a riprendere il “parlare” sul romanzo. Si rivolge soprattutto a me (anche con qualche occhiataccia) attendendo un mio intervento. Capisco che vuole che parli del Padrone chiarendo e sperabilmente ampliando i riconoscimenti positivi che avevo rilevato nella mia recensione sul «Verri». Io resisto perché sentivo di non avere nulla da aggiungere; alla fine. quasi costretto dalla sua insistenza, mi alzo per un breve intervento (davvero deludente) in cui riassumo malamente quel che avevo scritto con qualche sapienza nello scritto sulla rivista. Poi ancora chiacchiere e poi tutti a fare quel che vogliono. Parise, se ricordo bene, era già uscito. Lo rivedo qualche tempo dopo a Roma senza alcun cenno all’incontro palermitano. Lui in tutt’altro occupato stava decidendo e programmando la fase dei viaggi all’estero per il «Corriere della Sera» e «l’Espresso».

Qualche mese fa esce il numero della rivista «Riga» dedicata a Goffredo Parise. Faccio presente ai due autori (Cortellessa e Belpoliti) che non avevano fatto menzione (nella loro testimonianza-riflessione iniziale) della presenza di Parise al convegno palermitano del Gruppo 63 sul romanzo nel 1985 (cioè appena prima dei suoi viaggi all’estero e dell’inizio dei famosi Sillabari). Cortellessa mi ha risposto che sapeva della partecipazione, Belpoliti che la ignorava, invitandomi a approfondire l’episodio. Lo avrei fatto appena ne avessi avuto il tempo.

Parise era della stessa città, Vicenza, di Piovene, cioè di un altro scrittore sommamente umorale (di cattivo umore) e intelligente, per nulla disposto a raccontare la realtà nella veste elementare della sua apparenza (e pronto a snidarla lì dove si nascondeva). Parise, più giovane di Piovene (nasce nel 1929), aveva accusato (sentito) più direttamente dell’altro (senza il riparo di mediazioni intellettuali) le distruzioni guerresche e la tragedia della Seconda guerra mondiale che aveva attraversato da adolescente e con la quale alla fine tra i sedici e i diciannove anni si trovava a fare i conti di scrittore. In vista solo morte e rovine, capiva che era inutile replicarle a parole e che (forse) meglio poteva rappresentarle e coglierne il senso se, piuttosto che mantenerle nelle strettoie del discorso di ragione, le inseguiva con la libertà della fantasia. E scrive Il ragazzo morto e le comete, un romanzo d’esordio straordinario (il migliore di Parise). Un romanzo in cui morte e rovine sono certo presenti ma fuori dai registri naturalistici e slanciati in avventure azzardate (a deriva nel gratuito) dove, come in una favola, la sfida all’incredibile (della storia raccontata) non cancella (semmai esalta) i segni della sottotraccia drammatica. Un romanzo rotto, che riflette (non racconta) una realtà fatta a pezzi scaraventando il lettore (e l’autore) in un vortice di emozioni tra la paura e l’orgasmo. Ne esce (chissà) sfinito e forse nemmeno del tutto cosciente del valore di novità di ciò che gli era uscito dalla penna. Sullo stesso registro, ma a un grado più basso di intensità e di riuscita, scrive La grande vacanza. E poi? Poi lui, Parise, come molti altri giovani scrittori italiani (siamo a metà degli anni Cinquanta), esaurito l’abbrivo del trauma guerresco, si scopre abitato da un vuoto che era superabile (qualcuno lo sapeva) solo con il rovesciamento delle convinzioni garantite dalla tradizione (in pratica rinnovare, sulla base dei francofortesi e dei nuovi grandi testi di Joyce, Pirandello, Eliot ecc. il concetto di realtà, ricerca di nuova capacità di rapportarsi all’esperienza, approntamento di nuove pratiche espressive) .

Parise era fatto di una pasta tutta sua e, rifiutando le questioni di teoria (a lui estranee), si accaniva a stare sul «concreto» che tuttavia scopriva essere diventato sfuggente (risultando inafferrabile). Col Ragazzo morto aveva risolto il problema intuitivamente (e felicemente), ma la soluzione d’intuito per l’occasione escogitata non era ripetibile perché strettamente legata a quel momento e a quel progetto (non si poneva certo come modello per nuove realizzazioni).

Così a Parise scrittore del «concreto» non rimaneva che la conoscenza (e l’esperienza) della città dove era nato e lì è costretto a arretrare, finendo per non trovare altro che la possibilità del Prete bello. Un romanzo di respiro ristretto, interessante solo (per così dire) per i contenuti (una travagliata storia di provincia tra ipocrisia e fede), che io qualche anno dopo – ero allora responsabile di Rai3 – con il produttore De Paolis decisi (in verità di malavoglia) di trasformare (è il destino dei romanzi che raccontano storie struggenti) in un film con Carlo Mazzacurati regista e Roberto Citran protagonista. Il film fu invitato (pur senza successo) al Festival di Venezia. Non ricordo se Parise fosse stato coinvolto nella sceneggiatura; comunque alla proiezione veneziana (con sfilata sul tappeto rosso) e alla successiva conferenza stampa non c’era o, almeno, io non l’incontrai. (N.B.: Non potevo ricordarlo perché era già morto.)

Intanto l’Italia continua profondamente a trasformarsi da Paese a struttura agricola in un grande Paese a cultura industriale, i contadini diventano operai, gli analfabeti (che negli anni Cinquanta erano ancora oltre il 50% della popolazione) imparano (se pur a modo loro) a scrivere e parlare, il capitalismo trionfa e scoppia il boom (il benessere) per tutti. Parise non poteva (e non voleva) continuare a tenere gli occhi chiusi e come gli altri giovani scrittori della sua generazione – gli Arbasino, i Balestrini, i Manganelli – avverte la necessità, se pure rifiutando la versione più drammatica dei colleghi, di rinnovare gli strumenti espressivi. E scrive Il padrone. Scrive anche lui un romanzo-non romanzo, dove ogni affermazione è l’espressione di una negazione (e ogni negazione di un’affermazione), ogni scoperta ha la luce della perdita, ogni successo di una sconfitta, ogni liberazione di una carcerazione, ogni ricchezza di un impoverimento, ogni generosità di una cattiva azione. La moglie perfetta è la scelta di una donna demente, la felicità la scelta della schiavitù, l’amore la rinuncia ai sentimenti. Col Padrone Parise mette in scena, con animo beffardo di denuncia, il tempo del neocapitalismo che oggi ha precisato (anzi allargato) i suoi confini e resa più penosa la sua presenza.

Quando il romanzo uscì io me ne rallegrai, apprezzandolo esplicitamente per il fatto che l’autore, pur continuando a impiegare la forma tradizionale del romanzo, gli aveva rabbiosamente strappato ogni pretesa di verità. Era il suo (di Parise) modo di togliergli l’aura, bruciandola con divertimento. Ma non era un divertimento a lui sufficiente. Parise continua a soffrire perché la realtà (il reale), in quanto oggetto di esperienza, continuava a sfuggire alla presa più esplicita e diretta della parola (quella almeno che lui conosceva, non credendo in una lingua diversa, artatamente trasformata, come avevano fatto gli altri scrittori suoi pari, che avrebbe raggiunto – forse fu allora che lo decise – pur non invitato al convegno palermitano sul romanzo del Gruppo 63). Parise partecipò a quel Convegno in attesa di convincimenti diversi (che pure aveva auspicato): convincimenti che non trovò, restando nelle sue sofferenze e impotenze. Non scrisse più romanzi. Continuò a viaggiare per il mondo, sciare, impegnarsi in nuove amicizie e nuovi amori.

Ma non poteva dimenticare di essere uno scrittore e dopo ogni viaggio (o durante i viaggi) si esercitava nella produzione di brevi racconti di mezza cartella o di sole tre righe. Accertata l’inimicizia tra realtà e parola (la parola della lingua italiana consegnatagli dalla tradizione e usata – se pur malamente – dai parlanti italiani) si provò a spogliare tanto la realtà che la parola di ogni sovraccarico (orpelli di bellezza, astuzie espressive – di cui lo scrittore aveva fatto abbondante uso scrivendo Il padrone – e doveri di rappresentazione e di riferimento), riducendoli alla loro strutturazione primaria, rideucendo la realtà al primo sentire e la parola (la lingua) alla sua elementarità. Nacquero I sillabari che allora io non capii scambiandoli per interventi restaurativi, prove di ritorno indietro (verso il naturalismo e il facile poeticismo). Non era cosi (come da lettura di oggi). Era il suo (di Parise) modo di cambiare la lingua scarnificandola con un uso diverso di grammatica sintassi e punteggiatura che ne spegnevano la sonorità esteriore spalancando lo spazio del flusso musicale, che riducevano le pretese di comunicazione allargando i canali di passaggio della voce di base a tutti rivolta (e da tutti comprensibile) che, annullando le modalità tradizionali precedenti, la rendevano non colloquiale ma scritta e radicale. Non si può parlare con la lingua dei Sillabari ma solo sentire (come i bambini prima che abbiano imparato a parlare). Dunque una lingua nuova di primo apprendimento (di qui la metafora del Sillabario – di antica memoria) e di scoperta di emozioni (brividi) primordiali (dunque «i sentimenti» che hanno, al contrario delle idee, una durezza inscalfibile e costituiscono la prima modalità di espressione del rapporto di relazione-rapporto con gli altri). Parise partorì una lingua per così dire biologica con il vantaggio di poterne rispettare l’assetto comune e la coerenza logica del senso.

Così a me pare, anzi questo è o potrebbe essere, a scorno della lettura trionfalistica e sdata che se ne faceva allora (e si continua a farne oggi) in chiave di «La Poesia ha vinto. Evviva!».

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Una Risposta a Controproposta per Parise. Una memoria di Palermo ’65

  1. Francesco di Branco ha detto:

    Buongiorno, grazie per l’articolo di Guglielmi anche troppo buono su Parise, i cui soli meriti si traducono nell’aver compreso la grandezza di Gadda e nel suo bel libro Il ragazzo morto e e le comete. I suoi tanto decantati Sillbari sono illeggibili.

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