Roberto Silvestri

Un vero manifesto teorico, forse troppo esplicito e gridato (l'intenzione sembra buona: indicare un sentiero per uscire dalla morsa “verismo, realismo, neo-neo realismo e cinema del reale, in un sol balzo”) è il film scelto dalla gang della Settimana della critica per aprire la sezione di frontiera del festival. Gang in senso Oshima. Fare cinema e farne critica è sempre “compiere un atto criminale”.

Il cratere (niente a che fare con il Vesuvio, come sembrerebbe) è opera di coppia, diretta, prodotta e scritta con straordinaria strafottenza narrativa e spettacolare, anche nel rapporto tra finzione e documentario, da Silvia Luzi & Luca Bellino. Girata in digitale nei veri luoghi dell'azione (suburbi poveri di Napoli e Senigallia), è la radiografia implacabile, a camera sfacciatamente intrusiva, di un rapporto di coppia estremamente strano. Tra un padre che vende alle fiere pupazzetti in lotteria e la figlia adolescente, talento canoro naturale, una Maria Nazionale in erba, che potrebbe essere la soluzione di ogni problema finanziario ed esistenziale (se non psicotici). Sharon, sempre perseguitata dal padre, come Jerry Lewis in Quel fenomeno di mio figlio, tratta però il suo dono come qualcosa di giocoso non di professionale, vista la sua giovane età. Incide dischi, va in tv, certo, ma qualcosa non funziona ancora. La ragazza è troppo distaccata, non mette tutta se stessa nell'interpretazione, non arriva al cuore delle persone. Bisognerà addestrarla. Si distrae troppo. E allora. Niente amiche. Niente gioco con le palle. Va seguita. Va addirittura controllata con quattro telecamere.... A questo punto dovrà diventare invisibile, come Crater, che è una costellazione che diventa invisibile a causa della sua esagerata luminosità per sfuggire alla prigione edipica in cui lei e lui sono invischiati...

Padre e figlia sono gli stessi interpreti, Rosario Caroccia e Sharon Caroccia, indivisibili. Ma in maniera differente dal film, più convenzionale nello sviluppo narrativo, e molto meno perverso, che fu bocciato a Venezia due anni fa ma poi fece indigestione di premi. La prima scena di Il Cratere, infatti, svela tutto. Sharon, allo specchio, ripassa, ma danzando come fosse in uno show tv, la lezione di italiano e di francese: cos'è il verismo? Cos'è il realismo? Verga e Flaubert (e Balzac, Zola, Courbet, Grosz, Stroheim, De Sica, Visconti...). L'oggettività della raffigurazione, il non prendere posizione, da una parte, privilegiando marginalità, povertà e oppressione; lo scavo psicologico che si introduce fin nelle parti più intime della spiritualità, dall'altra.

E nel fuori campo uno pensa già alla contrapposizione tra tipi sociali, che ci introducono alla comprensione della lotta di razze e di classe, dei cambiamenti epocali reali, ovvero al cinema “europeo” che gira sempre attorno al concetto di realismo (da Aristarco a Lars Von Treir passando per Bazin), contrapposto al cinema dei modelli ideali, che dall'antica Grecia Hollywood classica ricicla, in più generi, per affermare, back to the future, alcuni concetti trascendenti, ereditati dalla cristianità, per esempio i valori irrinunciabili ed eterni della libertà (anche di sfruttare) o della sacra proprietà privata.

Che il mondo immaginario dell'arte possa produrre un forte effetto di realtà è l'obiettivo delle numerose tendenze realiste (o che ne subiscono l'egemonia, astrattismo compreso) che cercano di recuperare, contraddittoriamente, una certa capacità di idealità (il rispetto per ciò che si “sfrutta”, la non manipolazione visiva, la tensione problematica, la serietà oggettiva, il fastidio per l'intrusione degli elementi comici e satirici alla Michael Moore...) per dire qualcosa sulla realtà non solo momentanea (ed ecco il “realismo socialista” e il “realismo poetico”) e non solo “umanistica”. Insomma qui si prende di petto sia il cinema della trasparenza, estremizzazione realistica che inneggia al piano sequenza e al “montaggio proibito”, perché trufferebbe il senso di realtà, sia quello di chi afferma che il mondo ha la virtù di parlare da sé. Dunque non siamo solo dentro un labirintico intrigo di editing, ma anche in pieno “regime cristallino”. Se si rompe il tempo cronologico, se non è il movimento senso-motoria che fa andare avanti la storia, ma “situazioni sonore ottiche” esplorano il tempo e lo rendono visibile, ecco apparire il carattere, almeno duplice, del presente, che è sempre passato nel momento in cui sembra “just in time”. L'immagine-cristallo è la metafora di questa coincidenza tra reale e virtuale. Trattare tutto questo con umorismo partenopeo e serietà Farocki è fecondo.

Jane Fonda e Roberto Redford hanno regalato alla Mostra, in occasione del premio alla carriera, meritatissimo, un loro ennesimo duetto di attori pressoché perfetto (i loro scambi di sguardi non fanno invidiare i passaggi tra Messi e Neymar, purtoppo finiti), partecipando al bel film di Ritesh Batra Our souls at night. Due vedovi di provincia dopo decenni che si conoscono appena, decidono di passare insieme qualche notte insieme e poi si innamorano, tra lo scandalo della loro piccola comunità. Ma il passato, i figli, i loro errori esistenziali, peseranno sempre contro di loro, nonostante il bellissimo rapporto che instaurano con il nipotino e il suo cagnolino. Si respira aria di Colorado, e, non solo per le camicie a scacchi, non si può non pensare ai film che Jane Fonda dedicò al papà Henry, On Golden Pond o a Sfida senza paura.

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