Mariuccia Ciotta

Le casette a schiera color pastello di True Stories con tutti gli orrori nascosti della middle class americana, passano dalla regia stralunata di Davyd Byrne a quella dell'attivista, ai tempi del KKK di ritorno, George Clooney. La figura del bianco perbenista e razzista è convertita in stereotipo, silhouette satirica, qualcosa come i disegni dei grassi capitalisti col cilindro di George Grosz, ed è un nonsense accusare di manicheismo Suburbicon (concorso), luogo della felicità, un'altra “città ideale” dopo quella in miniatura di Alexander Payne.

1959, l'iconografia d'epoca è stampata sulle Cadillac con le pinne e su Julianne Moore, acconciatura ondulata, rossetto sgargiante, gonne a ruota, modello Doris Day. E se la perfezione è deturpata da una sedia a rotelle, ecco la gemella tutta nuova prendere il posto. Julianne si sdoppia accanto a Matt Damon, di nuovo (dopo Downsizing) americano medio e irreprensibile, ma...

Non siamo dalle parti del Buio oltre la siepe, anche se gli anni sono gli stessi o quasi, 1960 il romanzo, 1962 il film, perché in Suburbicon c'è il segno dei fratelli Coen, autori della sceneggiatura inedita scritta nel 1986, poco dopo Blood simple, scartata dai produttori e acquistata nel 2005 da Clooney. Questo, però, non è un film da presidenza Obama e la sceneggiatura dovrà aspettare il ritorno degli anni Ottanta di Reagan per visualizzare le sagome dei suprematisti bianchi all'assalto di una “casetta bianca”, dove abitano i nuovi inquilini William e Daisy Meyers, african-american elegantissimi, protagonisti reali delle lotte per i diritti civili.

L'assenza dei Coen si fa sentire. Ed è una fortuna. La bandiera dei confederati brucia meglio sui davanzali di Suburbicon nella regia dell'autore di Good Night Good Luck, che versa Cocacola su irriverenza autoriale e humour yiddish e preferisce il pop americano, la commedia politica dichiarata. Suburbicon non ha la pretesa del mondo sofisticato e cinico dei fratelli, e sceglie la comicità spaventosa e grottesca di una storia vera, più vicina all'iconografia del fondatore dei Talking Heads.

Musica hitchcockiana di Alexandre Desplat (molto richiesto, firma tra l'altro il film di Del Toro) per il thriller psico-razziale, una moglie e una famiglia black di troppo, e al centro il ragazzino Nicky (Noah Jupe, splendido) che farà amicizia con il coetaneo nero dirimpettaio, in comune un serpentello e il baseball, e dovrà sventare un complotto criminale in famiglia, tra killer, soda caustica, coltelli, strangolamenti, sangue a fiumi. Delitti paralleli dentro e fuori le mura di casa. Presenza dei Coen anche nelle vesti di Oscar Isaac, interpretazione da premio, l'attore di A proposito di Davis che qui interpreta un assicuratore sulfureo, capace di sentire l'odore della truffa oltre il profumo dei pancake. La coppia diabolica sogna il paradiso di Aruba, Caraibi, ma la macchina da presa sale e inquadra l'inferno di Suburbicon dove solo due bambini con guantone e palla sopravvivono.

Leone d'oro 2009 per Lebanon, Samuel Maoz torna nel claustrofobico mondo del soldato israeliano (il regista era un mitragliere), passando dall'interno di un carrarmato (Lebanon è girato tutto all'interno del mezzo) a quello di un furgone sprofondato nel fango a guardia di un check-point. Foxtrot (concorso) tre segmenti, il primo e l'ultimo si svolgono a casa di una coppia che riceve la notizia della morte del figlio, accolta dal padre con una performance ad altissimi decibel di dolore. Ma il figlio è vivo. E vince la noia del check-point raccontando storielle buffe di sesso e torah ai commilitoni, disegna fumetti osé (animati) e sogna Jessica Rabbit. Intanto i palestinesi passano in auto e si umiliano e muoiono davanti ai soldati, scene fotocopia a rovescio della surrealtà magica di Elia Suleiman, il Buster Keaton di Nazareth. Un dromedario solitario passa e ripassa la barriera. Simbolo del destino. Previsione della carneficina. Che brutta la guerra dice Maoz, meglio impugnare la macchina da presa. Anche quella uccide, però, se vincitori e vinti restano sullo stesso piano. Attraverso lo sguardo del soldatino impaurito e senza colpa, Maoz, il Farhadi israeliano, avvolge nelle sue spire compassionevoli e anestetizzanti.

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