Raffaella D’Elia

Per rendere conto delle condizioni che accompagnano l’uomo di fronte all’opera d’arte, Didi-Huberman ricorre a delle immagini. Non potrebbe essere altrimenti, per chi vi ha dedicato l’esistenza. Davanti all’immagine (Devant l’image, Minuit 1994), ponendosi sin dall’inizio sotto il segno del “visuale”, traccia un percorso in cui la comprensione della storia dell’arte e degli strumenti in uso agli storici dell’arte non potrebbero darsi senza quella componente umana in nome della quale i capolavori si differenziano tra loro ed esistono. Ma per riconoscere ciò che è visibile, e lasciare in qualche modo avvicinare ciò che visibile non è (il visuale, appunto), occorre una forma di sapienza antica e moderna.

Di fronte a un’immagine dipinta (che si tratti del Mandylion di Edessa, o della Veduta di Delft), per sanare e stanare le posizioni di cui già il mondo può impadronirsi, la parte principale è dei convitati invisibili. Il reagente, se così si può chiamare, Didi-Huberman lo coltiva un passo in là dalle teorie già esercitate e ben spese, giustamente accreditate. Si prendano le pagine del testo dedicate all’ Annunciazione di Beato Angelico, all’interno del convento di San Marco a Firenze. L’attenzione dell’autore è per il bianco, il colore in nome del quale non succede e succede tutto, nell’ affresco. Per afferrarne l’importanza, lo storico dell’arte e filosofo francese invita a sapere e insieme non ricordare, invocando uno sguardo che sappia riconoscere, discernere, ma poi dimenticare. Parla di un’attenzione “fluttuante”, in cui occorre lasciarsi catturare dall’immagine: “lasciarsi privare del proprio sapere su di essa”. “Il bianco”, prosegue Didi-Huberman “non rileva un codice rappresentativo: al contrario, apre la rappresentazione in vista di un’immagine che sarà assolutamente epurata – il bianco come vestigio, sintomo del mistero. […] Questo bianco frontale non è nulla di più di una superficie di contemplazione, uno schermo di sogni – in cui però tutti i sogni saranno possibili. Sembra che chieda all’occhio di chiudersi davanti all’affresco”.

Da Vasari a Panofsky, da Kant a Freud, Didi-Huberman (autore, fra i tanti altri, del bellissimo L’invenzione dell’isteria. Charcot e l’iconografia fotografica della Salpêtrière, Marietti 2008) invita al massimo dell’approfondimento invocando sempre al suo fianco l’imprevisto, quella “maglia che non tiene” che è l’unica veracategoria a fare da filtro a tutte le altre.

Davanti all’immagine non solo analizza ciò che viene visto, ma illustra e racconta lo sguardo di chi guarda: che, se inficiato da un sapere molesto, manca il centro, il bersaglio. Alla ricerca del sintomo generato da ogni espressione umana, e quindi anche artistica, Didi-Huberman rifiuta i territori battuti e già in conto all’arte, rivendicando invece quella libertà che è l’unico lasciapassare per l’autenticità. L’opera di scardinamento viene compiuta dallo studioso proprio richiamando in causa quegli stessi strumenti che di per sé non sono una colpa, ma l’ammissione di una rinuncia alla responsabilità – quando si mostrano esaurire le molteplicità di senso di un’opera artistica.

“Dov’è la specificità della vetrata gotica? Assolutamente da nessuna parte. Si trova nella cottura della pasta di vetro, nella lunga strada dei negozianti di minerali pigmentati, nell’apertura calcolata dall’architetto, nella tradizione delle forme ma anche nello stiletto del monaco che copia la sua traduzione eriugeniana dello Pseudo Dionigi l’Aeropagita, si trova in un sermone domenicale sulla luce divina, nella sensazione tattile di essere colpiti dal colore e di guardare semplicemente verso l’alto l’origine di questo contatto”. Solo quando, tornando a Beato Angelico, il bianco diviene una “superficie di attesa”, il significato dell’opera, legato a filo doppio col mistero, può trovare espressione.

Viene in mente il libro di Giovanni Agosti, Su Mantegna ILa storia dell’arte libera la testa (Feltrinelli 2005), un lavoro anch’esso capace di indirizzare lo sguardo ben dentro e oltre la pagina, misura di una forma di conoscenza da ridimensionare (arricchire) nel segno di una sempre mai raggiunta condizione definitoria, in grado di accogliere e sostenere ogni espressione artistica tanto quanto è garantita la sua possibilità di trasformazione. L’unica negligenza concessa al nostro sguardo, sembra ribadire Didi-Huberman, è nell’attimo di riposo (lungo un secondo, un’ora, un anno) in cui ci distraiamo prima del cambiamento, e che rende la nostra rivoluzione oggetto e soggetto dello sguardo, scintilla nascosta e da far esplodere dietro un battito di ciglia.

Georges Didi-Huberman

Davanti all’immagine. Domanda posta ai fini di una storia dell’arte

a cura di Matteo Spadoni, introduzione di Daniele Guastini

Mimesis, 2016, 356 pp., € 26

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