Mariuccia Ciotta

L'obiettivo è puntato sulla geografia emozionale dell'attore Charlie Plummer alias Charley Thompson, protagonista del romanzo di Willy Vlautin, ballata su un quindicenne in viaggio reale e interiore da Portland, Oregon, a Laramie, Wyoming, piccola città celebrata da Anthony Mann con James Stewart in sella a un cavallo mentre il ragazzino non sale mai in groppa al suo amato stallone da corsa Lean on Pete (concorso). Sfumature espressive di Charley alle prese con l'abbandono, una specie di Huckleberry Finn destinato a perdere uno dopo l'altro gli adulti, buoni e cattivi, che lo circondano. Parlerà di sé – madre volubile e assente, padre viveur – solo a un cavallo da corsa destinato al macello in Messico e rubato a Steve Buscemi, amabile e cinico allenatore, in tandem con la fantina disillusa interpretata da Chloé Sevigny.

Il britannico Andrew Haigh ha distillato sensibilità speciale nello scandagliare sentimenti estremi in Weekend e in 45 anni. E qui sprofonda nello sguardo annuvolato del quindicenne. Essere soli. Il vagare di Charley senza soldi, senza benzina e affamato, vira da “romanzo di formazione” in dimensione esistenziale. Il diritto di sopravvivere, di prendersi quello che ti spetta, una mappa per arrivare in Wyoming rubata in uno store, un giro di lavatrice in una casa vuota, quasi fossimo dentro un'ossesione di Kim Ki Duk, una bottiglia d'acqua, un doppio cheesecake... Solo Lean on Pete non è disumano. E se Charley sarà spogliato di ogni cosa, sotto la t-shirt mantiene sempre un'altra chance, il riflesso dei campi verdeggianti e del deserto, un percorso attraverso stagioni, deserti e Stati fino al touch-dawn (era ottimo cornerback del liceo), alla simbolica Public Library, la biblioteca pubblica di Laramie. Il film conteso alla Mostra dal festival di Telluride (dove passerà in seguito) sarà distribuito in Italia dalla Teodora.

Prendere quello che ti spetta è anche il leit-motiv di Human Flow (concorso) dell'artista cinese Ai Weiwei che in 140' attraversa Afghanistan, Bangladesh, Francia, Grecia, Germania, Iraq, Israele, Italia, Libano, Kenya, Messico, Turchia, Stati Uniti. Lui con il suo barbone e l'empatia di un agitatore pieno di humour, impegnato a girare, intervistare e a farsi buffi selfie con i profughi che scorrono in un flusso ininterrotto da qui all'altro capo del mondo, stipati in tende, baracche, privati del diritto di asilo, lasciati in agonia in campi d'accoglienza non accogliente, senza luce, acqua, medicine, sempre in cammino chissà per dove. Fino a che non incontrano frontiere, recinzioni, filo spinato, muri e allora si fermano e aspettano che l'altra metà del pianeta, ricco non certo per grazia di dio, si degni di rispettare il diritto umano. Gli scampati alla guerra, ai cambiamenti climatici, alla povertà vanno accolti da chi li ha depredati e li saccheggia ancora. Ma anche se non fosse vero, anche se si fossero massacrati da soli, avessero prosciugato i loro fiumi, bruciato le loro terre, inquinato i loro mari, anche se si fossero bombardati e avessero sventrato le montagne in cerca di coltan per gli smartphone, se avessero collezionato colpi di stato indigeni e inventato etnie contro etnie. La Terra vista dal cielo, ci informa un ex astronauta siriano, non ha barriere, e se qualcuno le vuole proprio erigere “spariamolo nello spazio”.

Una brutta notizia per i “cattivisti”, quelli che “adesso basta”, arriva da Human Flow. Non si fermeranno. La contabilità sugli sbarchi di questi giorni, lo stop all'accoglienza è un patetico gioco di rinvio. Ai Weiwei a piedi in mezzo al fango, sulle sponde della riviera, tra stracci e gommoni, scherza con i bambini, nati nei campi, e con le ragazze di Gaza che non hanno mai visto cosa c'è al di là della loro prigione. Il regista cinese sfoglia i numeri dell'esodo sovrimpressi sullo schermo, e tra questi i 5000 affogati nel Mediterraneo, i 70 muri eretti ai confini degli stati dal 1989 in poi, e quadri di estrema bellezza con vista sui nomadi forzati, ci dice che serve una rivoluzione. Non la carità e la tolleranza. Il sistema economico globale ha ridotto metà degli esseri umani in subumani. E la polveriera di rabbia e frustrazione che cova sotto le macerie ha il volto delle generazioni destinate al no-future. Questo è Human Flow, un viaggio ipnotico in un domani apocalittico che non è difficile scongiurare, almeno a sentire l'artista di Pechino. Altrimenti “spariamoli nello spazio”.

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