Il rock gotico di William Friedkin

Roberto Silvestri

Pre-inaugurazione della Mostra con un capolavoro del muto (più orchestra dal vivo) che si credeva perduto, restaurato dal Moma di New York da una copia positiva ritrovata in Russia. È Rosita di Ernst Lubitsch, il primo film hollywoodiano del cineasta tedesco. Chiamato nel 1923 per dirigere Faust da Mary Pickford, attrice, sceneggiatrice e produttrice, Lubitsch accettò invece (a fatica) di realizzare, senza final cut, e assistito da Raoul Walsh (non parlava inglese), una commedia romantica in costume ambientata nella Siviglia carnascialesca del XVIII secolo. Lei è una sorta di Carmen, poverissima, ma adorata folk-singer anti-sistema. Verrà corteggiata e arricchita (assieme a tutta la famiglia) dal Re (noto dongiovanni, straordinario l'attore, Holbrook Blinn) che non sa come sbarazzarsi di un conte nobilissimo, innamorato veramente (George Walsh, il fratello di Raoul) che finirebbe davanti al plotone di esecuzione se non lo salvassero una Regina gelosa e il “touch Lubitsch”: ciò che trasforma la notte in luce, cioé un polpettone melodrammatico in fine satira di costume, zeppa di sapidi e buffi dettagli. Compreso qualche sberleffo a Shakespeare. Mary Pickford si sentì un po' a disagio nel ruolo della sensuale popolana mediterranea, ben diverso da quello dell'avventurosa adolescente americana, ideale angelo della porta accanto che maneggiava abitualmente anche se ormai trentenne, e che l'aveva resa celebre nel mondo (paese dei soviet compresi, e fu proprio in occasione di un mitico viaggio tra i rossi che lei e il marito Douglas Fairbanks donarono la copia del film alla cineteca di Mosca). Forse per questo il film sparì per sempre dalla circolazione. Non ci fossero stati i comunisti...

Un vero horror, non capisco perché fuori concorso, firmato William Friedkin, è The Devil and Father Amorth, poco più di un'ora di documentario, raccontato in prima persona singolare maschile dal regista di L'esorcista, che ha avuto l'autorizzazione di filmare un vero esorcismo – non come i suoi, che erano frutto di pura fantasia – e solo con la sua telecamera, senza troupe e senza luci, da padre Gabriele Amorth, decano degli esorcisti vaticani (scomparso poi a 91 anni pochi mesi fa).

Le riprese sono state effettuate a Roma il primo maggio 2016 e 45 anni dopo la famigerata testa rotante che emetteva liquame verdastro, le cose non sono molto cambiate: sacerdote e diavolo duellano ancora. L'esorcista cerca di cacciarlo questa volta dal corpo di una donna trentenne, architetto, cattolica praticante, affetta da “trance da possessione”, che urla e gesticola ritmicamente come il cantante dei Sepoltura, vantandosi di non tradire mai il Maligno e di odiare la croce, la benedizione e Cristo e tutto il resto. Il set però è molto più impressionante perché nella stanza del rito c'è l'intera famiglia della ragazza, genitori zii nonni fidanzato e cugini... Oltre alle foto di papa Woytila sul tavolo e di Papa Bergoglio in alto sulla parete. A controllare. Il montaggio c'è, però. Insomma Friedkin sceglie solo i momenti salienti delle urla e delle imprecazioni, un po' in stile “C'era una volta Hollywood”, che prediligeva solo gli apici dei musical. Senza le parti noiose. E alla fine ti viene voglia da tifare proprio per quella parte da urlatricec che la ragazza cerca invece sinceramente, e cristianamente, di espellere da sé e che indica resistenza, creatività, ribellione. Friedkin ci dice che in Italia mezzo milione di persone all'anno cercano un esorcista. Su 60 milioni di persone. Mi sembrano un po' pochi. Forse il cattolicesimo è in declino. Inoltre sorprende che Padre Amorth (il nome non lo avrebbe potuto inventare così macabro neanche Dario Argento), che era stato partigiano antifascista insignito di medaglia al valore prendendo i voti molto dopo, non fa che coinvolgere tra i suoi “assistenti morali” anti-Satana perfino Padre Pio. Al cui nome la ragazza si arrabbia davvero. Non mancano scienziati, psichiatri e artisti (come Bill Blatty, autore del romanzo L'esorcista) a commentare queste immagini impressionanti (oltretutto l'esorcismo non è riuscito e la ragazza continuerà a esibirsi in danze e ululati satanici perfino nella chiesa della natia Alatri, mesi dopo, mentre il fidanzato minaccia di morte Friedkin se oserà mostrare le immagini). Insomma la struttura di controllo disciplinare dei corpi da normalizzare formata da preti, scienziati e famiglia qui si vede in tutta la sua orribile potenza di fuoco. Grazie Friedkin.

Nella sezione competitiva di Orizzonti una cupa produzione italo-belga, Nico, 1988 terzo lungometraggio della millennial Susanna Nicchiarelli, studi in filosofia, Csc e set morettiani. All'attrice e cantante danese Trine Dyrholm (premiata a Berlino per La comune di Vinterberg) e che ha scritto negli occhi la noia infinita che prova nel sentire e figuriamoci rifare il gothic rock, Nicchiarelli ha assegnato la missione impossibile di travestirsi, anche vocalmente, da Christa Paffgen che al grande regista Nico Papatakis copiò il nome d'arte e la passione per una vita spericolatamente rivoluzionaria. Il film racconta però in maniera punitiva per lei e per noi (concerti-fiasco, sterotipi da rock-movies, antipatiche interviste radio...) solo gli ultimi due anni di vita e di opere (e di decadenza fisica) della bellissima ex modella e musa di Andy Warhol e dei Velvet Underground, che dal 1969 al 1979 partecipò al fianco di Philippe Garrel alla grande avventura del cinema francese sovversivo. Di questa fiammeggiante parte della sua vita, compresa la sceneggiatura del film La cicatrice interieure, c'è solo un acido accenno da parrocchia “ci facevano solo di lsd in quegli anni” e una battuta, sul palco, che è il titolo del film che Garrel le dedicò dopo la rottura della loro relazione: “Non sento più la chitarra”. Chi la conobbe e frequentò, invece, anche poco prima dell'incidente di bicicletta a Ibiza, durante gli anni di Manchester, e dei tour a Anzio (la parte più curiosa e viva del film, con frammenti quasi da Grifi) e a Praga con il manager Richard, cioè musicisti e giornalisti, la stimavano e adoravano sia dal punto di vista artistico che umano un po' di più di quanto non appaia in questo ritratto che deve troppo forse ai ricordi, giustamente distorti, del figlio Ari (di Alain Delon, mai riconosciuto) che fu per lungo tempo abbandonato da Nico e affidato alla educazione dei genitori di Alain Delon. Insomma la sua vita non è stata affatto scombinata, scombinato è il modo di raccontarla, con sotto-plot che non arrivano da nessuna parte, forse a causa della cattiva qualità delle canne di oggi.

La piccola città ideale di Alexander Payne

Mariuccia Ciotta

Il bianco accecante del piazzale davanti al casinò con suoi alberelli gracili e ordinati in fila, tutto nuovo come la facciata del Palazzo liberata dagli scudi rossi, adesso irta di palloncini trasparenti, è lo scenario giusto per il primo film in concorso, Downsizing di Alexander Payne. Scenografia post-umana.

Nel laboratorio del Nutty professor i corpi organici si trasformano, le cellule impazziscono come in Tesoro, mi sono ristretti i ragazzi, i “rubacchiotti” della favola si animano, i soldatini in plastica di Joe Dante vivono.... ma Payne è nato a Omaha, Nebraska, e con lui quasi tutti i suoi film, commedie nere malinconiche sulla ricerca di sé. In About Schmidt N'dugu rivela a Jack Nicholson, vedovo on the road, qual è il senso della vita, nascosto forse nella Santa Ynes Valley per i due amici in viaggio di Sideway oppure a Lincoln, la capitale, secondo il Bruce Dern di Nebraska, ballata struggente di Bruce Springsteen.

Allora si ride in Downsizing con le battute (sceneggiatura del regista più Jim Taylor) al fulmicotone di Christopher Waltz (cult di Tarantino) precipitato nella “città ideale” di Truman Show e in quella di Wall-E dove i terrestri sopravvissuti alla catastrofe ambientale vivono in un modo asettico e robotizzato. Un mondo in miniatura. Idea di uno scienziato norvegese per fronteggiare l'aumento della popolazione, fermare il saccheggio delle risorse e salvare il pianeta dal default. Al contrario di The Incredible Shrinking Man di Richard Matheson (e film inarrivabile di Jack Arnold), Matt Damon, triste fisioterapista del lavoro a Omaha, si fa colpire volontariamente dalle radiazioni Bx che non lo faranno rimpicciolire “tre millimetri al giorno”, ma subito.

Downsizing inizia dentro un film di fantascienza old fashion, colori, scenografie, abiti, qualcosa come Occhi bianchi sul pianeta terra condito con The Shaggy Dog, Il mondo dei robot, La fuga di Logan... Un mondo dal caldo colore ai confini della realtà dove ti aspetti che il topo-cavia del laboratorio norvegese cominci a parlare o a ingigantirsi, tipo la Tarantula di Arnold. E invece il dramma esistenziale si insinua nella vita vuota di Paul Safranek (Damon), nome storpiato da tutti perché Paul non è nessuno. “Butti in patetico” gli darà il vicino di casa festaiolo (Waltz), miniaturizzato anche lui, abitante della piccola città chiusa sotto una campana di vetro. I “piccoli” della Terra, gli ultimi, i poveri si restringono da soli. A Leisure Town, la città del “tempo libero”, un dollaro ne vale cento, e puoi avere una villa faraonica con la rendita di un impiegato. Eppure Paul non è felice nel “paradiso amaro” di Payne, che lo riempe di storie e metafore, lo affolla come l'Hollywood Party del vicino trafficone di cose di lusso illegali. A cominciare dalla dissidente vietnamita arrivata in un scatolone, resa minuscola per punizione, protestava contro le enormi dighe erette nel Far-East che allagano interi villaggi. Mah. Sarà colpa dei paesi in via di sviluppo l'inquinamento globale? Sfumature di grottesco nella figura di Kristen Wiig, gamba amputata, tuttofare, benefattrice di una comunità al limite della sopravvivenza nella periferia di Leisure Town. Payne scopre gli sfruttati anche nella copia del modello disneyano di Epcot, edificato in scala ridotta a Orlando e in formato gigante col nome di Celebration sempre in Florida. La “città ideale” non esiste, e il regista costruisce un'arca di Noé, deviando dalla surrealtà di genere, la serie B preveggente del futuro, e parte per i fiordi verso una realistica incursione sul tema “fine del mondo”. Il topolino-cavia è rimasto nella sua gabbietta.

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