Lorenzo Esposito, enrico ghezzi

Dove si comincia a leggere una figura scrittura con intenzioni divaricate tra l’uso del Carbonio14 e lo scherzo non impossibile di una gang dadaista/surrealista detournante, allora due strade si presentano e si incrociano: vedere nella caverna di Lascaux il punto più avanzato di un ritorno al futuro della preistoria, oppure assumersi la responsabilità di uno sguardo assoggettante tutti gli stati e strati del mondo (a partire dalla microgeologia di Roger Caillois fino a qualunque colpo d’occhio paesaggistico e insomma all’incontro col sublime/orrido di una natura in cerca di “riautore”). “Io vorrei creare un’inquadratura che, mostrando solo la pioggia dalla finestra, fa immaginare in maniera semplice ma profonda anche la pioggia che cade sul mare o sulle montagne” (Ozu). Yasujiro Ozu (Tokyo, 12 dicembre 1903-Tokyo, 12 dicembre 1963) evita magnificamente il rovello. L’albero che esce dal suo occhio e attraversa la testa e tutti i successivi mascheramenti e torsioni di visione e indirizzo, è insieme quell’albero lì e il segno wittgensteiniano dell’appartenenza a un unico elemento, che è l’immaginario celato in ogni immagine. Cineasta sovranamente analitico, capace di dislocare nello spazio i tempi quasi matematici di un’algebra dei sentimenti e delle storie, di un gruppo di attori – prima di tutto. Ma è solo l’esempio più evidente di un intrattenimento infinito tra sé e sé, tra l’impossibilità dell’immagine di generare altro che immagini. Vera e propria soap opera dove il remake è continuo e continuamente risezionato nell’irrimediabile disporsi congiunto di attenzione microsismica e variazioni infinitesimali. Anche i giudizi sprezzanti o riduttivi (Oshima: “Ozu è come qualcuno che cucina sempre del tofu”; Tarkovskij dopo una serata a casa di Antonioni per vederne con lui per la prima volta i film, al rientro annota: “Sembrano le tavole di Mendeleev”) colgono nel segno rovesciato di una architettura irredimibile di castelli costruiti con acqua e aria allo stesso modo dei reticoli familiari. La fragilità di Ozu è apparente, senza mai ridondare rispetto al set e alle narrazioni, si produce invece in una costante tortura che rivela il sacrificio continuo che è il cinema. Da parecchi anni è diventato impossibile accedere alle grotte di Lascaux, pare anche o soprattutto che il fiato dei visitatori stesse fatalmente rovinando le pitture. Così è stata costruita una copia esatta accanto alla caverna originaria.

Prosegue oggi, e durerà per tutta la pausa estiva della programmazione di alfabeta2 , l’anticipazione a puntate di un testo sul cinema di Lorenzo Esposito ed enrico ghezzi, che verrà pubblicato – col titolo kafkiano Il film più vicino – il prossimo autunno: nel quarto volume, dedicato al Tempo pieno , dell’” enciclopedia delle arti della modernità” diretta per Electa da Achille Bonito Oliva . Nel volume le trentadue “variazioni” saranno precedute da un dialoghetto fra i due autori, dal titolo À rebours . Ringraziamo gli autori e l’editore per il permesso accordato a questa anticipazione.

A.C.

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