A partire da oggi e fino al 9 settembre Alfabeta propone ogni giorno ai suoi lettori un alfa + speciale: le recensioni di Mariuccia Ciotta e Roberto Silvestri dalla Mostra del cinema di Venezia.

Mariuccia Ciotta e Roberto Silvestri

A Venezia, e prima della Mostra, la Warner Bros ha voluto autogestire l'anteprima nazionale all'aperto (all'Arsenale) del filmone sulla disfatta/vittoria di Dunkirk (per usare la parola inglese) uscito ormai dappertutto. Città di mare, proprio come Dunkerque (come si scrive in francese), Venezia, in caso di evacuazione di massa improvvisa, avrebbe difficoltà non minori. Intanto la polizia, per il festival, ha rafforzato del 30% i suoi organici al Lido. E vanta sistemi di controllo e di prevenzione alla Matrix. E gli ambientalisti, involontariamente patriottici, criticano il poco verde rimasto di fronte al Palazzo, tutto bianco, e alla Sala Giardino, un cubo tutto rosso. Certo meglio dell'amianto, a lungo riemerso a ridosso di festivalieri e cittadini, benvenuti piccoli alberi nuovi.

All'Arsenale si è temuto il peggio, per un cielo improvvisamente nero e un vento scatenato. Ma dopo che ci si stava quasi arrendendo (proprio come il primo ministro iperconservatore Neville Chamberlain), ecco la vittoriosa proiezione. Ora l'appuntamento con Dunkirk, undicesimo film di Christopher Nolan, è rimandato al 31 agosto in tutta Italia ma soprattutto a Pioltello, a Sesto San Giovanni e a Orio al Serio, dove sono in funzione le uniche sale dotate di sistema e schermo Imax (all'Arcadia di Melzo si può invece vedere il film in 70 mm). Nella gigantesca India, dove non sono mancate le polemiche degli storici per l'assenza totale, nelle sequenze di esodo, degli oltre mille soldati della Royal Indian Service Corps (su 400 mila soldati in fuga), gli Imax sono 4 e il film ha già fatto incassi sorprendenti.

Dunkirk è dunque un film sulla “meccanica della sopravvivenza”. Immaginate di essere voi il bersaglio, il cattivo qualunque di un videogame di guerra in cui i nemici hanno il controllo della terra, del mare e dell'aria. Ecco, minuto per minuto, le sensazioni che proverete di fronte al nemico vincente. Essere braccati. Correre, saltare su un muro, cercare riparo, cercare buche, non saltare in aria su una mina, sfuggire i proiettili, spogliare un cadavere e travestirsi, fingere di essere un infermiere perché i feriti sono quelli che hanno la precedenza nelle ritirate, anche se una barella “prende il posto di 7 soldati sani”, saltare dalla nave in fiamme, evitare le mitragliate degli Stuka, nascondersi sotto i ponti, salvare la vita a un compagno, farsi salvare da un compagno, rifugiarsi dentro una barca bucherellata da una mitraglia invisibile, planare sulla battigia con l'aereo in fiamme...

Ma il film non è solo questo. C'è più Sartre che Spielberg, si è scritto, perché non ricorrendo ai soliti trucchetti della computer graphic, Dunkirk “umanizza, nonostante la sua monumentalità”, accentuata dalle riprese in pellicola 65mm; dalle sequenze di combattimenti aerei degne di Howard Hughes (pare che Nolan stesso abbia pilotato uno Spitfire per rendere più realistiche le riprese e presumibilmente al grido: “Maledetto Barone Rosso!”); e dall'uso di un numero sterminato di comparse (che forse solo sul piccolo schermo appariranno formiche).

L'assenza pressoché totale di truci gerarchi tedeschi in primo piano a dare ordini disumani o a meditare davanti alle cartine geografiche, crea un denso e cupo spazio di angoscia schermica, accentuata da tutta una serie di serissimi riferimenti alla guerra razziale: “Prima gli inglesi e poi i francesi!”, ordinano i sergenti del Regno Unito, bloccando gli alleati di serie b. Che nel film sono solo francesi. Nella realtà furono mandati lì a morire presumibilmente più i soldati del commonwealth, pakistani, indiani, sudafricani, australiani, neozelandesi o dell'Africa Occidentale francese e del Maghreb arabo: marocchini, tunisini, algerini che comunque vennero salvati per ultimi, secondo le ferree gerarchie coloniali.

Dunque un film che potrebbe piacere anche a tutti quelli che detestano i film di guerra. Un'opera patriottica - grazie alle sfumature come al solito retoriche di Kenneth Branagh, e all'uso, solo come voce fuori campo, di Michael Caine - che ha convinto perfino Nigel Farage e chi l'ha vista come l'elogio della Brexit e della magica Albione. Ma anche a The Guardian che l'ha trovata, oltre che la migliore performance artistica di Christopher Nolan, anche pacifista, antifascista e “maligna” verso la May. Perché è un inno (indiretto) al Churchill interventista, cioè al primo ministro conservatore (di centro) durante la settimana fatale dell'esodo (contro l'isolazionista, o peggio, Chamberlain che lo aveva preceduto). E che ben maneggiò, in quei frangenti almeno, valori oggi desueti. Morale. Onore. Compassione. Coraggio. Spirito umanitario. Sacrificio. Comprendendo, al volo, la pancia della nazione. Dei cittadini che fecero sorprendentemente più di ciò che fu lo chiesto. Insomma. Grande soggetto per immagini ricche e emozionanti. In realtà il film “prende” dall'inizio alla fine dei 106', e se cercate di sfuggirgli, arriverà la partitura neo-futurista di Hans Zimmler mai così estroversa, vibrante, pulsante e mitragliante a irretirvi. Sul più bello le armonie diventeranno anche scioviniste, visto che in climax attinge alle Variazioni Enigma del gigante musicale inglese Edward Elgar (già ispiratrici del soundtrack di Matrix). Cosa successe di clamoroso a Dunkirk, nonostante la rotta è stato raccontato da molti film, non solo hollywoodiani. Il primo è La signora Miniver di William Wyler (1942), quasi un instant movie. La versione francese è di Henri Verneuil, del 1964, Week end a Zuydcoote, con Belmondo, che non dimentica la presenza tra gli alleati di soldati tunisini. Patriottica davvero la ricostruzione di Leslie Norman del 1958, identica nel titolo, Dunkirk per non parlare dei cinegiornali Pathé di propaganda che glorificarono le 800 imbarcazioni private che parteciparono alle operazioni di soccorso dei soldati e di traghettamento dai piccoli moli della spiaggia alle grandi navi da guerra.

Dal 26 maggio al 3 giugno 1940, dopo un colossale disastro militare sul campo di battaglia europeo che quasi costrinse Sua Maestà Britannica a mendicare l'armistizio con Hitler, ormai padrone di Austria, Cecoslovacchia, Polonia, Olanda, Belgio, Norvegia, qualcosa di miracoloso, anzi di inglese, trasformò infatti, in una sola settimana, una ritirata ingloriosa nell'ora “più bella della patria”, per usare le parole del primo ministro Churchill.

Lo “spirito di Dunkirk”, ovvero la riuscita dell'operazione Dynamo che permise di salvare 330 mila dei 400 mila soldati alleati in rotta (la previsione era di salvarne solo 30 mila), assediati dalla Werhmacht sulla spiaggia Pas de Calais, fu in realtà un micidiale e inaspettato gioco di squadra. Un cocktail velenoso per le SS.

Esercito, marina, aviazione, servizi di spionaggio, che Touring stava modificando ciberneticamente, molta fortuna, centinaia di civili che misero a disposizione se stessi e le proprie barche sfidando obici e sommergibili nemici, riuscirono a mantenere intatta la potenza operativa delle armate di terra e a rovesciare le sorti della seconda guerra mondiale. Nei combattimenti aerei gli Spitfire con motori Roll-Royce per la prima volta vinsero: distrussero gli Junkers Ju 87 in proporzione 3 a 1. Il grosso dei sommergibili e dei mortai tedeschi furono deviati dagli alti comandi hitleriani lontano da Dunkirk, sia perché si considerava assurda una evacuazione in massa da quella località sia per i virtuosismi del controspionaggio. Ma furono proprio i politici (chi lo crederebbe oggi, dopo le performance immorali del vertice immigrazione all'Eliseo) a sorprenderci di più. Churchill, per l'unica volta in vita sua, pur di far cadere Chamberlain, si alleò perfino con il diavolo, con il laburista rosso Clement Attlee! Tutto questo nel film non c'è. Gli inglesi lo sanno bene. Ma c'è la sensazione che non basta essere ben equipaggiati, armati e disciplinati per vincere le guerre. Nell'arte, come nell'arte bellica, si deve essere lottatori imprevedibili. E qui arriviamo alla parte di ambiziosa del film di Nolan, all'opera “più sperimentale tra quelle che ho diretto e scritto”. Più di Memento. Più di Inception. Più di Interstellar.

“Non amo le immagini, amo il tempo”. Era il motto della compianta cineasta Chantal Akerman. Potrebbe essere anche quello del seguace Nolan, il regista losangelino di 47 anni che viene da Londra, celebre per la trilogia Batman (più videogame). Dalle indagini inquietanti degli interni e degli oggetti domestici inquietanti e qualunque (Following, 1998, costo 6 mila dollari) fino ai voli spaziali ai confini della relatività, lì dove lo spazio diventa curvo (Inceptor Interstellar), il tempo reversibile e solo se sei uno scienziato non ti va in fumo il cervello, perché comprendi solo un terzo di quel che sta succedendo. Qui l'ambizione non è meno alta, ma grazie alla “spirito di Dunkirk”, diventato un conosciutissimo mito nazionale il disegno è più chiaro. E non c'è bisogno di molto dialogo. Allora Nolan divide la storia in tre parti. Terra (il molo), aria, acqua. Tommy, un giovane soldato in fuga raggiunge la spiaggia e cerca di imbarcarsi con un altro soldato (Ameurin Barnard, un francese travestito da inglese), con tutti i mezzi necessari e con non poche difficoltà. Un pilota (Tom Hardy) compie il suo dovere prima di arrendersi. Il padre di un pilota inglese morto (Mark Rylance, presenza spielberghiana) parte dall'Inghilterra con il figlio e un amico per andare a salvare con il suo piccolo yacht più soldati possibili. La difficoltà è che l'episodio terra dura in realtà una settimana. L'episodio acqua circa un giorno (la traversata) e l'episodio aria circa un'ora (non più di un'ora d'autonomia, per il carburante). Riuscire a raccordare tre tempi storici differenti in un tempo narrativo unico è stata la scommessa di Nolan. Evitando di raccontare la grande Storia, se non indirettamente, e ripartendo dal basso. Soldato semplice, pilota semplice, cittadino semplice. Il paradosso temporale sconfigge ogni compiacimento realistico. La fotografia di Hoyte van Hoytema, spettacolarmente deprimente, cerca di annullare la pignoleria del consulente storico. Si fa con i fatti storici pura magia. Sartre entra in un videogame. E allora il film diventa patriottico, ma a un secondo livello più ancestrale. E si torna all'anno mille. Ai sassoni sconfitti dai normanni. Al trauma della disfatta epocale che si trasformò in vittoria imperiale. Alla consapevolezza che gli inglesi, in fondo, non solo hanno una casa regnante tedesca. Ma sono “tedeschi” e “francesi” essi stessi. Insomma, ancora uno sforzo, Brexit, per capire davvero cosa hai fatto. E ritrovare lo spirito di Dunkirk.

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