Lorenzo Esposito, enrico ghezzi

Sembra quasi automatico sintetizzare al ricordo il cinema di Ingmar Bergman con un volto, o il grido di una somaticità sovrapposta, la vita nel riflesso di uno specchio o di scorcio nel rito delle quinte mobili di un teatro. Altrettanto automatico però è l’affioramento continuo, in Bergman, di sequenze indecise e indecifrabili, quasi straniate nella loro illeggibilità, che proprio da questo loro stagliarsi e isolarsi traggono non solo la loro flagranza, ma il gioco di sottrazioni e inclusioni con cui la memoria dà corpo al tempo raro occasionale e disseminato con cui una vita intera o il piccolo e abissale campo di forza di un film che pretende di includerla scandisce picchi e intensità della flagranza stessa. Un bacio furtivo sulla riva (Beröringen L’adultera, 1971), la maschera che si scioglie di un attore che recita la parte dell’attore ( Il volto Ansiktet, 1958), il fruscio dei vestiti prima del tradimento (Kvinnodröm Sogni di donna, 1955). Punti di sutura di una forma di persistenza e di accanimento che non esclude a sua volta la possibilità di riorganizzarsi o di originarsi dal fraseggio musicale. Rintocco inatteso che lentamente diviene successione rapida e fragorosa unificando al suo interno elementi diversi e contrastanti: così si definisce la sarabanda, che non a caso si esplicita per ultima a riassumere e sussumere tutta la prova precedente (Saraband Sarabanda, 2003). Non certo l’apoteosi della partitura e del suo scandirsi, quanto invece l’ossessiva ricerca del punto fragile a partire dal quale incrinare l’oscenità della struttura. Meglio l’adulterio (compreso quello cinetelevisivo), meglio la scena rubata, la grana incerta della memoria, la rabbia, la disillusione, il rimescolarsi di volti e set, di vita vissuta, di bugie segreti e verità inconfessabili, tempo e tempo perduto, dove il cinema è vicinissimo all’idea stessa di sogno o all’inconscio che conduce a una ricerca vana, verso un’immagine che o è irripetibile o semplicemente non esiste, quella che finalmente non sappia di esserci né come definirsi o definirci (Paulo Rocha dice di questo aggrapparsi alla vita dopo la morte chiamandolo Vanitas, 2004, dove l’immagine allo specchio assume ciò che del cinema sempre si sa insieme narciso e vano).

Prosegue oggi, e durerà per tutta la pausa estiva della programmazione di alfabeta2 , l’anticipazione a puntate di un testo sul cinema di Lorenzo Esposito ed enrico ghezzi, che verrà pubblicato – col titolo kafkiano Il film più vicino – il prossimo autunno: nel quarto volume, dedicato al Tempo pieno , dell’” enciclopedia delle arti della modernità” diretta per Electa da Achille Bonito Oliva . Nel volume le trentadue “variazioni” saranno precedute da un dialoghetto fra i due autori, dal titolo À rebours . Ringraziamo gli autori e l’editore per il permesso accordato a questa anticipazione.

A.C.

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