Lorenzo Esposito, enrico ghezzi

La Monument Valley offre il brivido di un sentimento alla sindrome di Stendhal, l’immagine di un greve (forse) John Wayne che si asciuga la fronte mentre sullo sfondo passano indiani in fila e in attesa. Monumento dentro il monumento, visto che il cinema costituisce la forma più identificabile del monumento ruderizzato a volontà, stupiscono in tutti i film di Ford il contrasto tra una certa idea di reiterazione e affaticamento e il bloccarsi in una sorta di tempo sospeso, dove la scelta del set assume spesso il ruolo di sfondo o di primo piano che attende il porsi in scena degli attori richiamati a confondersi in esso. Anche in situazioni meno apparentemente monumentali (vedi il finale di The Searchers – Sentieri selvaggi, 1956) tutto sul set sembra artificiosamente perfetto e stupendamente reilluminato. Notoriamente Ford non montava i suoi film sostenendo, anche per celia, che i suoi girati potevano essere montati in un solo modo. Insomma, il più fantastico pittore del cinema americano era in effetti un grande dissipatore della tensione accumulata, quasi incorporata, dai suoi set. Ampi respiri e gesti misurati in set anche profondamente diversi uno dall’altro, rivestono lo stesso sforzo immane e controllato. Lo sbloccarsi della tensione viene non di rado affidato a scene collettive, a rituali molto simili (vedi le scazzottate o i matrimoni: Donovan’s Reef I tre della Croce del Sud, 1963 –, The Quiet Man Un uomo tranquillo, 1952). Ciò che improvvisamente si anima proprio nel franarsi e nel sospendersi ottiene l’effetto contrario, come nelle scene sublimi de Two Rode Together (Cavalcarono insieme, 1961) con Richard Widmark e James Stewart a parlare seduti di fronte al fiume e a noi, o anche nel suo film dove il gioco spaziale si fa vertiginoso, They Were Expendable (I sacrificati, 1945), prodigioso western acquatico. L’economia semplice dei gesti fordiani, la sua capacità di trarre il massimo dalle piccole catastrofi del set quali il passaggio di una nuvola sul sole o il guardare con noncuranza un branco di bufali per poi cominciare a massacrarli in funzione anti-indiana (o il diventare sbadatamente eroe in When Willie Comes Marching Home Bill sei grande!, 1950), insieme a quel certo colpo d’occhio e gusto per l’inquadratura (!) che lui stesso umilmente si riconosce, rendono il celebre “sono John Ford e faccio western” quasi la confessione di non poter (né dover) fare che questo. Diversamente dall’istante di perfezione di Raoul Walsh o dalla sospensione statica di Henry King, Ford rende quasi tangibile lo stupore dell’immagine scaturita e intercettata nell’atto di azzerarsi mentre già si riformula.

Prosegue oggi, e durerà per tutta la pausa estiva della programmazione di alfabeta2 , l’anticipazione a puntate di un testo sul cinema di Lorenzo Esposito ed enrico ghezzi, che verrà pubblicato – col titolo kafkiano Il film più vicino – il prossimo autunno: nel quarto volume, dedicato al Tempo pieno , dell’” enciclopedia delle arti della modernità” diretta per Electa da Achille Bonito Oliva . Nel volume le trentadue “variazioni” saranno precedute da un dialoghetto fra i due autori, dal titolo À rebours . Ringraziamo gli autori e l’editore per il permesso accordato a questa anticipazione.

A.C.

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