Lorenzo Esposito, enrico ghezzi

Per realizzare il progetto intitolato nel 1952 Angélica (più volte sceneggiato e modificato e infine anche pubblicato, prima ancora di diventare un film, nel 1998), a Manoel de Oliveira servirono sessant’anni. Ma a parlar d’anni e di tempo con Oliveira si rischia grosso, così come un progetto incompiuto, o un’immagine incompiuta, sono lì a chiedersi se è proprio tale incompiutezza a de-finirli. Intanto non è forse un caso che la prima versione di Angélica coincida con la prima delle mitiche pause nella carriera di Oliveira, i quindici anni circa fra Aniki-Bóbó (1942) e O Pintor e a Cidade (1956), quasi a siglare quel rapporto fra ironico desiderio d’eternità e attaccamento alla vita tale da usarla per comprovare la morte (perfettamente bataillano, come già in passato notò di lui João César Monteiro parlando di un altro film dalle perigliose terminazioni temporali, O Passado e o Presente Il passato e il presente, 1971). CosìO Estranho Caso de Angélica (Lo strano caso di Angelica, 2010) non solo basterebbe a chiosare ulteriormente l’impronunciabile età del cineasta al momento della successiva disparita (centosei), ma di per sé è sufficiente a scandire tutta la sua opera, la quale non ha mai smesso di ripetere, in forma di raddoppio (si pensi aFrancisca, 1981, a Mon cas, 1986, fino a Belle toujours Bella sempre, 2006), come davvero lo scarto più impercettibile fra due immagini può contenere l’intero universo. Non si può far altro e non si possono fare film su null’altro che la misura fra ciò che separa la macchina dalla realtà, la cinepresa dagli attori, l’occhio dall’immagine, la vita dalla morte. Ne fa le spese un piccolo fotografo ebreo in fuga, più che dalle persecuzioni, dalle immagini, di nome Isacco, la cui storia biblica viene citata anche da Jean-Luc Godard in Film Socialisme (sempre del 2010), e che permette anche a Oliveira di soffermarsi sulla povera Europa d’oggi, la cui crisi viene discussa in una colazione metafisica, con tanto di pure constatazioni aritmetiche degne di un Fibonacci. Isacco ne fa le spese facendo i conti con l’impasse tecnico della sua vecchia Leica (neanche fosse Georges Méliès col passo uno), che di primo acchito sdoppia l’immagine e quindi va in cerca della messa a fuoco giusta. Se fra il fuori fuoco e l’a fuoco una ragazza morta ti sorride, quella sutura sconvolge il tempo e lei, così pallida e immateriale al punto che serve una lampadina più forte a illuminarla, può dirsi il solo spazio reale. A quel punto anche la vendemmia sui pendii del Douro sembra allora un cantico perduto, il sogno di uno smarrimento già avvenuto, la sostanza di una umanità sepolta. Angélica viene tutte le notti a trovare Isacco, portandolo via in volo (come in Aurora, 1927, di F. W. Murnau, come nell’Atalante, 1934, di Jean Vigo, come in Subida al cielo Salita al cielo 1952, di Luis Buñuel), non solo per tornare alla vita attraverso la morte, ma proprio per riaversi in altra vita.

Prosegue oggi, e durerà per tutta la pausa estiva della programmazione di alfabeta2 , l’anticipazione a puntate di un testo sul cinema di Lorenzo Esposito ed enrico ghezzi, che verrà pubblicato – col titolo kafkiano Il film più vicino – il prossimo autunno: nel quarto volume, dedicato al Tempo pieno , dell’” enciclopedia delle arti della modernità” diretta per Electa da Achille Bonito Oliva . Nel volume le trentadue “variazioni” saranno precedute da un dialoghetto fra i due autori, dal titolo À rebours . Ringraziamo gli autori e l’editore per il permesso accordato a questa anticipazione.

A.C.

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