Lorenzo Esposito, enrico ghezzi

Difficile dire se alla parola scritta sia ancora concessa l’energia per svuotarsi d’ogni intenzione e volontà dimostrativa, così come all’immagine (cinematografica) è stata data l’occasione – grazie al lavoro di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet – di arrischiare una volta ancora (prima che dalla morte al lavoro si giungesse alla morte del lavoro, cioè forse del cinema) la messa a punto, attraverso la resistenza di un’arte anti-psicologica, di una lingua acustica e trasparente che ha coinciso con i loro film. Straub-Huillet indicano proprio nella non-riproducibilità (per dirla alla Renoir) il mistero di ciò che si inquadra fra parola e immagine, una lingua impossibile a dirsi diversamente se non come tale, la quale anzi, se fosse o se ambisse a diventare un linguaggio, o se avesse intenzioni rappresentative, sarebbe una lingua già del tutto compromessa. In film comeChronik der Anna Magdalena Bach (Cronaca di Anna Magdalena Bach, 1967) e Othon ( Gli occhi non vogliono in ogni tempo chiudersi , 1970) i due cineasti si chiedono se l’esperienza acustica e spaziale, che conduce l’immagine al sublime quasi neutralizzandola, possa indicare un metodo anche per una nuova lingua scritta, allo stesso modo in cui il film “tratto da” non è – dicevano – una “riduzione cinematografica, ma l’interpretazione, la recitazione di una partitura”. D’altra parte è forse per questo che Adriano Aprà intitolava la prima raccolta (italiana) di scritti di Straub-Huillet Testi cinematografici (Editori Riuniti 1992), lasciando intatto il contrappunto e la bellezza avventurosa del difficile scioglimento del nodo. Il problema, è chiaro, non è disquisire su cosa sia letteratura e cosa no, ma di ricostruire la nervatura di un’opera che è capace di stringere un testo – rispettato alla lettera – fino a ridarne la cadenza profonda, conquistandogli quello spazio che, d’altra parte, ne è il carattere. Allora, questo spazio, è ancora lo spazio del testo, o qualcosa di completamente inedito? E cosa rimane dello scritto: può addirittura partecipare al rischio atmosferico connaturato al filmare? Può essere, la parola scritta, come la nuvola, o il colpo di vento, o il sole? Può essere il colpo di dadi? Non è in fondo il testo, una volta, per così dire, estratto e ridotto all’essenziale, il luogo verso cui si deve ritornare, certo molto cambiati, ma sempre tesi al reperimento della materia all’origine? Non a caso Straub amava citare di Luis Buñuel questa frase: “La vita è così poca cosa, la morte non conta”.

Prosegue oggi, e durerà per tutta la pausa estiva della programmazione di alfabeta2 , l’anticipazione a puntate di un testo sul cinema di Lorenzo Esposito ed enrico ghezzi, che verrà pubblicato – col titolo kafkiano Il film più vicino – il prossimo autunno: nel quarto volume, dedicato al Tempo pieno , dell’” enciclopedia delle arti della modernità” diretta per Electa da Achille Bonito Oliva . Nel volume le trentadue “variazioni” saranno precedute da un dialoghetto fra i due autori, dal titolo À rebours . Ringraziamo gli autori e l’editore per il permesso accordato a questa anticipazione.

A.C.

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