Lorenzo Esposito, enrico ghezzi

Col cinema si può fingere di non essere più colpevoli di nulla. Di per sé le immagini sembrano una geometria di vuoti e di dimenticanze, un sistema galattico di buchi neri che non sono tempo perduto, ma invenzione di un nuovo spazio dove ognuno può fare la sua piccola grande rivoluzione, permanente o intermittente. Forse anche Proust intendeva questo per ‘tempo perduto’, o forse è così che l’ha inteso Raúl Ruiz lavorando su Proust. In Le temps retrouvé (Il tempo ritrovato, 1999) si vedono le persone sedute durante un concerto classico che scorrono lateralmente, forse accennando anche a un semicerchio, e sembrano combaciare col pizzicato celestiale delle corde del violino, ma intanto il tempo si sfilaccia e diventa appunto una questione di spazio ritrovato. Un film come il tempo non sembra mai uguale a se stesso, mentre lo si vede è come se si depositasse altrove, magari perdendo qualche pezzo che però è un guadagno per quando un giorno risalirà dal fondo. Perciò quando lo si rivede ci si stupisce di non riuscire più a ritrovare quella prima impressione creduta indimenticabile. Forse la linea sottile fra il dimenticare e il ricordare non è così dissimile da quella fra il visibile e l’invisibile.

Prosegue oggi, e durerà per tutta la pausa estiva della programmazione di alfabeta2 , l’anticipazione a puntate di un testo sul cinema di Lorenzo Esposito ed enrico ghezzi, che verrà pubblicato – col titolo kafkiano Il film più vicino – il prossimo autunno: nel quarto volume, dedicato al Tempo pieno , dell’” enciclopedia delle arti della modernità” diretta per Electa da Achille Bonito Oliva . Nel volume le trentadue “variazioni” saranno precedute da un dialoghetto fra i due autori, dal titolo À rebours . Ringraziamo gli autori e l’editore per il permesso accordato a questa anticipazione.

A.C.

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