Lorenzo Esposito, enrico ghezzi

“Non gli è mai piaciuto entrare nei dettagli, mai; questo è il grande punto in comune tra lui e Rossellini” (Truffaut su Godard, 1963). Ben più (s)centrato del nichelino kazaniano (De Niro in The Last Tycoon Gli ultimi fuochi, 1976) l’anello di capelli che dal continente arriva all’isola risulta non essere della taglia giusta per il dito di Catherine Deneuve. Questa sorta di inesattezza precisissima sarà fino alla fine punto di partenza e di arrivo del confronto Truffaut/Godard. “Di tutti i film di Jean-Luc À bout de souffle è il mio preferito. È il più triste. È un film lacerante. C’è dentro un’infelicità profonda […] Il miracolo di À bout de souffle è che è stato fatto in un momento della vita di un uomo in cui normalmente non si fa un film. Non si fa un film quando si è in uno stato di indigenza, nella tristezza” (Truffaut, 1963). “ In sintesi che dire? Questo: “I 400 colpi è un film di puro Candore. Rapidità. Arte. Novità. Puro Cinema. Originalità. Impertinenza. Serio. Tragico. Fresco. Ubu-Roi. Immaginario. Di pura Ferocia. Amicizia. Universalità. Tenerezza” (Godard, 1959). “Fino alla metà degli anni sessanta Godard non aveva mai fatto riferimento al passato neppure nei dialoghi”, la cosa impressiona molto Truffaut. Eppure verrebbe da azzardare che, nonostante la sproporzione quantitativa strabordante di Godard, l’uno sia l’anagramma dell’altro. I primissimi film sono fortemente intrecciati (ma c’è l’intreccio rosselliniano che li precede), Truffaut scrive per Godard e Godard scrive su Truffaut. L’uno e l’altro vogliono essere Rossellini. L’uno e l’altro vengono più volte sbeffeggiati dal maestro che viene da un cinema italiano indiano tedesco francese, di nessuna parte, apolide. Truffaut, con modestia apparente, è critico inventivo e di una passione fredda e affilata, la cui cultura autodidatta è non meno esibizionista di quella immensamente curiosa e fratta in infiniti riverberi e graffi sulla pellicola della memoria di Godard. Il mistero Truffaut resta però ancora da trovare fino in fondo, mentre il tesoro Godard ha la fretta continua di mostrare la profusione dei suoi ricordi. Sembra di esagerare, ma il tentativo di enucleare o raccogliere con il secchiello le poetiche gli intrecci di scrittura le culture li accomuna. Facendoli collidere per esempio tra Le Mépris (Il disprezzo, 1963) e L’amour en fuite (L’amore fugge, 1978), o fantasticando lo slittare delRitratto ovale di Poe letto da Anna Karina all’inizio di Vivre sa vie (Questa è la mia vita, 1962) di Godard con l’adorazione per i vivi e i morti nella Chambre verte ( La camera verde, 1978) di Truffaut. Non ci stupiremmo di vederli seduti all’interno di una stessa carrozza d’oro, Truffaut strologando tra tenerezza e cinismo, Godard a immaginare di fare un film di due tre giorni sulle vicende della Francia. L’evidenza della profusione godardiana si fa spesso schermo nello stesso momento e per lo stesso sguardo, dove balugina la bellezza inevitabile e lacerata del suo incanto visivo (Godard resta uno dei massimi pittori del Novecento). Questa varietà onnivora del soggetto lo porta a compiere la più impossibile e criminale delle opere, una sorta di autoritratto ovale. Lo stesso eterno sopravvissuto, a volte anche nei dissidi tra i due set godardiano o truffautiano, attore in comune Jean-Pierre Leaud. Non si tratta di cinema francese, ma di un’antropologia filmica che ha in Leaud il suo eroe. Quello che ne deriva è una sorta di esperimento sul mutante che quasi ci dimostra che il cinema tutto è un ritratto ovale inseguito perseguito temuto e mai realizzato.

Prosegue oggi, e durerà per tutta la pausa estiva della programmazione di alfabeta2 , l’anticipazione a puntate di un testo sul cinema di Lorenzo Esposito ed enrico ghezzi, che verrà pubblicato – col titolo kafkiano Il film più vicino – il prossimo autunno: nel quarto volume, dedicato al Tempo pieno , dell’” enciclopedia delle arti della modernità” diretta per Electa da Achille Bonito Oliva . Nel volume le trentadue “variazioni” saranno precedute da un dialoghetto fra i due autori, dal titolo À rebours . Ringraziamo gli autori e l’editore per il permesso accordato a questa anticipazione.

A.C.

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