Lorenzo Esposito, enrico ghezzi

Due esseri, due stati dell’essere del mondo, due modi di essere del cinema, due modi di essere. I vivi e i morti. La presa in consegna della differenza tra vivo e morto è la forma principale del dissidio tra la possibilità di incarnare e quella di disincarnare. Più che un conflitto è una sorta di “de-flitto”. Tutto il cinema di Dreyer è il tentativo di accedere a un catalogo di tempi morti/vivi dove l’ombra del morto è la vita del cinema. I suoi film si avvicinano e si allontanano in una serie di mosse (commosse, sommosse) che non sono tempi diversi, ma veri e propri stati di allucinazione che da Vampyr (Il vampiro, 1932) a Gertrud (1964) segnano la percezione dell’inanità del movimento. Questa ossessione di sprofondare nella differenza sospende la differenza stessa, per esempio nell’abisso aperto dallo specchio nell’interno di Gertrud. E due momenti quali la celeberrima visione da parte del soggetto, per l’appunto morto/non morto, in Vampyr e l’epilogo fatale dello stupendo terrificante spot di pubblicità progresso in De nåede färgen (Raggiunsero il traghetto, 1948 – omaggiato a sorpresa dal Leos Carax di Pola X, 1999), hanno la stessa pregnanza anche di un solo istante della Passion de Jeanne d’Arc (La passione di Giovanna d’Arco, 1928): la coppia di motociclisti naturalmente crede di andare verso la vita mentre va verso la morte; una stazione della Via Crucis può apparire da un momento all’altro e Giovanna d’Arco è tormentata da questo movimento che sembra strapparla all’infinito nella serie dei fotogrammi anch’essi dibattuti tra desiderio e paura, sono salti terribili di aggressione del corpo degli occhi e del trionfo martirizzante. La benzina di De nåede färgen è quella che fa ardere non solo il corpo di Giovanna d’Arco, ma anche la sua e la nostra illusione di salvezza e perdizione. Parlare non aiuta, e di fronte alla bara di Ordet (1955), avvolta nel sudario del cinema, è ben lontana dalle lenzuola appese al vento dell’inizio (naturalmente questa figura mentale e visiva ci può far ricordare anche l’essere/non essere del più celebre tra i morti/vivi e ci fa magari pensare che non sia del tutto irrilevante il sopralluogo amletico ai castelli di Elsinore in Et Slot i et Slot ( Un castello in un castello, 1954), e soprattutto l’appropriazione meravigliosamente indebita di Anna Karina che piange al cinema vedendo La passion de Jeanne d’Arc in Vivre sa vie (ou sa mort?) di Jean-Luc Godard.

Prosegue oggi, e durerà per tutta la pausa estiva della programmazione di alfabeta2 , l’anticipazione a puntate di un testo sul cinema di Lorenzo Esposito ed enrico ghezzi, che verrà pubblicato – col titolo kafkiano Il film più vicino – il prossimo autunno: nel quarto volume, dedicato al Tempo pieno , dell’” enciclopedia delle arti della modernità” diretta per Electa da Achille Bonito Oliva . Nel volume le trentadue “variazioni” saranno precedute da un dialoghetto fra i due autori, dal titolo À rebours . Ringraziamo gli autori e l’editore per il permesso accordato a questa anticipazione.

A.C.

Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi