Lorenzo Esposito, enrico ghezzi

Leo McCarey, colui che è cristallino. L’uomo che, con naturale calma e studiata leggerezza, custodisce il segreto e insieme lo dona come un raccordo mancante, come una carrellata veloce spericolata e versatile che non era mai stata fatta prima e che proprio per questo resta invisibile, cioè persistente, cioè da sempre lì, parte del quadro e del fuori campo. McCarey lo guardi e sbatti gli occhi preda dell’illusione. Forse la sua grandezza è non avere e non essersi mai concesso l’immagine classica, ma sempre e solo la trasparenza della sua opacità. Di avere piuttosto l’attitudine, del classico: fingere di porsi momentaneamente come tale, mentre invece, direbbe Jean-Marie Straub, si sta scalpellando la scultura. Di non concedersi mai la possibilità auto o meta riflessiva, ma semplicemente interporsi, costituendo la giuntura fra ciò che si sta magistralmente istituendo (anche in termini di pura storia del cinema) e ciò che si sta nuovamente ri-velando. Interporre un’inquadratura che passerà inosservata per troppa contemplazione, affastellare digressioni le cui cuciture appartengono a un ordito più vasto, ancora senza nome. Uno dei modi per abbandonarsi alla fiction hollywoodiana già dalla fase muta in modo da estrarne l’infinito burlesque che è la vita, è stato per McCarey (che lavora uno dopo l’altro con Hal Roach, Charlie Chase, Laurel-Hardy, Tod Browning, Marx Brothers) capire che la prima burla è non solo di non conquistarla, ma proprio di non avvedersene. Scoprire l’estasi di aver già tutto anticipato (chiedere allo Yasujiro Ozu di Viaggio a Tokyo Tōkyō monogatari, 1953 – ma non solo), senza tuttavia rivelarne il segreto nemmeno a se stessi, tanto che l’unica verità di quella lingua eventuale chiamata cinema sarà il prolungarsi del suo mistero (Blake Edwards, che arriverà a prendere il testimone di questa lezione, ha raccontato come durante la lavorazione dell’epocale serie tv Peter Gunn, 1958-1961, passasse intere giornate a conversare con Leo McCarey e a interrogarlo sulla trasparenza inspiegabile di questi luoghi oscuri). Certo che Ozu o Jean Renoir amavano McCarey, dal momento che nei suoi film letteralmente impediva a se stesso di accadere e accadersi cioè di sovrapporsi allo svolgimento del mondo. Fino a Make Way for Tomorrow ( Cupo tramonto, 1937), dove con leggerezza e malinconia da triturare i cuori, semplicemente annota su un diario universale che la fine di una vita è il modo per indicare a chi resta una strada per il domani.

Prosegue oggi, e durerà per tutta la pausa estiva della programmazione di alfabeta2 , l’anticipazione a puntate di un testo sul cinema di Lorenzo Esposito ed enrico ghezzi, che verrà pubblicato – col titolo kafkiano Il film più vicino – il prossimo autunno: nel quarto volume, dedicato al Tempo pieno , dell’” enciclopedia delle arti della modernità” diretta per Electa da Achille Bonito Oliva . Nel volume le trentadue “variazioni” saranno precedute da un dialoghetto fra i due autori, dal titolo À rebours . Ringraziamo gli autori e l’editore per il permesso accordato a questa anticipazione.

A.C.

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