Lorenzo Esposito, enrico ghezzi

“Gli spettatori impietriscono quando passa il treno” (Kafka). Ai Lumière non piaceva il cinema, né era il punto centrale del loro lavoro, se non un trovatello un trovato, con modi da scienziato, ma anche capaci di organizzare per la famosissima prima proiezione pubblica al Boulevard des Capucines, il 28 dicembre 1895, il primo spettacolo a pagamento. Vedendo gli autochrome prodotti a partire dal 1903 e commercializzati dal 1907, è facile capire perché il desiderio dei ‘fratelli luce’ inclinasse su questo modo di produrre lastre a colori, alcune delle quali sembrano o sono veri e propri capolavori impressionisti. Da una parte il puntinismo, dall’altra la ricerca di una sempre maggiore nitidezza fotografica. D’altra parte la semplicità dell’oggetto macchina da presa permetteva di filmare e di proiettare con lo stesso apparecchio. Forse fu proprio grazie a questo il quasi immediato successo del nuovo apparato ludico e/o scientifico, un’invenzione senza futuro come fu definita dai Lumière stessi questa macchina (che con Stan Brakhage potremmo chiamare macchina per riprendere e ridare film). Dilagò attraverso tutti i buchi che il desiderio sempre più collettivo colmava attirando folle che al di là dello spettacolo circense trovavano senza bisogno di saperlo la profusione semplice e sorprendente di immagini in movimento, il quale movimento era tecnicamente la menzogna automatica del fermo in moto ovvero della ripetizione di immagini fittamente disposte e poi accelerate. Il film largo su grande schermo fu proiettato da Louis Lumière per la prima volta durante l’Esposizione Universale del 1900, ma i due titoli più importanti nelle prime proiezioni Lumière nel corso del 1895 restano la Sortie de l’usine e l’ Arrivée d’un train en gare de la Ciotat. Mentre intorno ribolliscono tutte le maschere della metamorfosi e dell’anamorfosi, la fatalità in atto dei fratelli luce non riesce per fortuna o sfortuna a verificare quel che è ancora da verificarsi. Il cinema sognato o profetizzato da secoli divampa bruciando quella che si credeva realtà e incenerendo il mistero stesso. Situazione perfettamente ambigua delle protoproiezioni Lumière: più veloce dello sguardo, più veloce del pensarsi e dell’essere pensato (intanto tutto il mondo diventava set per gli operatori Lumière, bucanieri pronti a riportare a casa le meraviglie di tutte le luci e le oscurità possibili). Eppure il codice e la chiave di questa situazione è già in quei due titoli: il treno, per niente spaventoso, arriva da una curva, in poche decine di metri si ferma in stazione, nessun panico, nessun rumore, sospensione di fronte a questi fantasmi così veri, ne scendono imbarazzati i passeggeri amici dei due fratelli, il treno resta lì, fermo, del tutto altro rispetto a noi spettatori, già arrivato; nell’uscita dalla fabbrica (dalla loro stessa fabbrica che produceva materiali fotografici), la rivoluzione per un istante c’è, è il presente assurdo del cinema, le maestranze che escono, anch’esse dubbiose e vagamente trasognate, sono le avanguardie di un movimento intercettato, un quarto quinto sesto settimo stato, di cui noi siamo i Pellizza da Volpedo senza bisogno di volerlo essere, entrano in campo, guardano e vengono a raggiungerci in un fuori campo (“Il cosmo è un palcoscenico e la vita è un passaggio sulla scena di questo palco: entri guardi ed esci”, Democrito, fr. 115), nello stesso tempo liberati dal lavoro e asserviti al lavoro di servitù volontaria che è lo spettacolo (l’uscita è fatalmente di nuovo il soggetto più filmato tra quelli delle proiezioni di prova e delle prime ufficiali). I Lumière pensavano che le due cose che danno senso al cinema sono una quella di introdurre nelle case un altarino video, come un soffice rinvio o sospensione della morte, e l’altra l’utilità che avrebbe avuto per i controllori dell’ordine pubblico. Il mondo infine per la prima volta nella storia dell’umanità poteva non vedere ma rivedersi.

Prosegue oggi, e durerà per tutta la pausa estiva della programmazione di alfabeta2 , l’anticipazione a puntate di un testo sul cinema di Lorenzo Esposito ed enrico ghezzi, che verrà pubblicato – col titolo kafkiano Il film più vicino – il prossimo autunno: nel quarto volume, dedicato al Tempo pieno , dell’” enciclopedia delle arti della modernità” diretta per Electa da Achille Bonito Oliva . Nel volume le trentadue “variazioni” saranno precedute da un dialoghetto fra i due autori, dal titolo À rebours . Ringraziamo gli autori e l’editore per il permesso accordato a questa anticipazione.

A.C.

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