Massimiliano Manganelli

Foto di Dino Ignani

Se c’è uno stigma che si addossa spesso alla cosiddetta scrittura di ricerca è quello della sua difficoltà, della mancanza di un carattere, se così si può dire, reader-friendly, se non addirittura dell’incomprensibilità. Si ignora così, o si finge di ignorare, che questa scrittura – nelle varie tipologie formali in cui si incarna – interpella il lettore con grande forza, lo chiama in causa nel processo di fruizione del testo, attribuendogli un ruolo più che mai attivo. Di qui la difficoltà, certo, perché il lettore-fruitore, per condurre il gioco interpretativo, deve passare attraverso le strettoie di una architettura testuale spesso intricata (tutti i giochi, del resto, hanno delle regole). E proprio Strettoeieè il titolo dell’ultimo libro di Marco Giovenale, uscito per le edizioni Arcipelago Itaca, nella meritoria collana Lacustrine diretta da Renata Morresi. Si tratta, spiega l’autore in una nota alla fine del volume, di «tre microraccolte pensate e assemblate nel tempo separatamente», composte tra il 2009 e il 2011. Vi si rinvengono molti degli elementi peculiari della scrittura poetica di Giovenale, nonché una parentela piuttosto manifesta con una delle raccolte più significative della sua produzione, Shelter, pubblicata da Donzelli nel 2010.

In primo luogo, Strettoie dà conto della molteplicità di forme nelle quali si condensa il lavoro linguistico di Giovenale, con un processo di aggregazione in cui gli stati della materia – in questo caso la lingua, appunto – risultano instabili e provvisori. Si passa da addensamenti brevissimi di unità verbali (tre-quattro versi) a blocchi più estesi in prosa. Se ne ricava la sensazione di trovarsi davanti a un flusso discontinuo, dove l’ossimoro della definizione sta a indicare, da un lato, le incessanti diversioni cui viene sottoposto il materiale verbale, apparentemente fluido, dall’altra i piccoli shock percettivi che deve affrontare il lettore. Uno dei procedimenti tipici di Giovenale è l’allestimento di un contesto linguistico ingannevolmente ben definito, dentro il quale s’introducono tuttavia degli slittamenti di senso che mandano in cortocircuito tutto l’insieme. C’è per esempio un testo – nella sezione centrale intitolata «A mille ce n’è» – basato su una serie di indicazioni topografiche, nel quale il senso si costruisce e decostruisce continuamente: «più avanti trova il cartello frutta vino quello / è il segno della laterale / che passa per i campi e lei allora passi per i campi, glielo si dice ma anche se non glielo, / non si faccia fermare dalla sera, dalla semisfera di cera, non importa, prima che quelli, sempre i campi, / fermino lei, / prima che siano loro cioè a passarle sopra».

Il linguaggio nasce dal linguaggio, con accostamenti ai limiti del nonsense («che mamma li mangiamo allora i chicchi di plutonio del governo? ») o del gioco verbale («siamo andati al Rotary / a rimare sui poveri»). Da questi ultimi lacerti emerge peraltro la componente politica del lavoro di Giovenale: il linguaggio comune, la lingua della polis, viene smontato sotto gli occhi del lettore, per mostrarne sì il lato spesso vuoto e assurdo ma anche, come spesso accade, un’involontaria veridicità. E si evidenzia pure, qui, un tratto essenziale della scrittura di Marco Giovenale, ossia il suo edificare e percorrere degli spazi (lo stesso titolo, del resto, è una determinazione di natura spaziale), spazi che sono al contempo rappresentati e linguistici; è ovvio dunque che a tutta prima ne possa nascere una sensazione di disorientamento. Analogamente ingannevole, del resto, è la presenza di piccoli spunti narrativi che vengono immediatamente disinnescati, come se il congegno testuale non riuscisse a emettere impulsi lineari, tanto è stato manomesso. «A mille ce n’è» era il titolo della celebre canzoncina di apertura delle Fiabe sonore; qui, però, non c’è nulla di fiabesco.

Quella di Giovenale è una scrittura fatta di materiali già dati (ma ogni parola, non ci si deve mai stancare di ricordarlo, è sempre già data, già pronunciata, non esiste un dettato sorgivo), nella quale non si intravede un soggetto organizzatore del discorso, non si capisce mai di chi sia la voce che “parla”. Altro elemento ricorrente è lo shock semantico, piuttosto caro all’autore, scatenato dalla concretizzazione dell’astratto: «la grammatica ti sveglia la notte». Il testo conosce una grande pluralità di voci e di modi che a volte, utilizzando un registro verbale amplissimo, produce incipit dall’allure falsamente classica: «Ai rincassi del portale ne aggallano figure». Più che dire qualcosa con le parole, Giovenale intende far parlare le parole stesse, esponendole come fossero cose: «lui è più algido, non si è accorto che le cose un linguaggio ce l’hanno pure (si tratta di: vederlo)». Vedere il linguaggio delle cose, ma anche le cose nel linguaggio.

Giovenale si comporta dunque come un artista visivo che utilizzando elementi figurativi compone immagini astratte, non immediatamente riconoscibili come figurative. I prelievi verbali provengono dal flusso comunicativo (quotidiano, mediale) nel quale siamo immersi, ma sono riordinati in una sequenza che li fa deflagrare, producendo un senso inedito, che il lettore è chiamato a costruire. «Il testo che ne viene è pece rebus»; sta a noi lettori decifrarlo.

Marco Giovenale

Strettoie

Arcipelago Itaca, 2017, 88 pp., € 13

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