Manuela Gandini

Nell’ipertecnologica factory dell’arte ai margini di Milano (la Fondazione Prada) voci, immagini, opere, varietà, tg, dichiarazioni poetiche, politiche, artistiche, mondane, si sovrappongono e si accavallano in una babele mediatica post-umana. Tra amarcord e angoscia, varcati gli schermi di Mario Schifano, attraversiamo i labirinti di totem bianchi e neri invasivi e ingombranti che costituiscono l’allestimento realizzato da M/M (Paris), Mathias Augustyniak e Michael Amzalag.

TV 70. Francesco Vezzoli guarda la Rai è una mostra inquietante, intelligente e trasversale, che ricostruisce il climax televisivo anni Settanta nel quale comparivano, solo per citarne un paio, Pier Paolo Pasolini e Mike Buongiorno. La mostra evidenzia il rapporto tra la televisione e l’arte, l’intrattenimento, la cronaca e la politica. Ha scritto Vezzoli (che è nato nel 1971): “Questo lavoro è stato un viaggio nel mio passato ma anche nella memoria collettiva di una generazione la cui sensibilità si è formata davanti al televisore. La tv degli anni settanta è come la messa cantata in Duomo: non potendo contare sul videoregistratore, è un appuntamento che non puoi mancare perché non si ripete. E questo vale sia per i fatti di cronaca che per l’entertainment”.

Così, su schermi semi-trasparenti, compaiono Alberto Burri, Giorgio de Chirico, Emilio Vedova, Renato Guttuso, Fabio Mauri, Mario Merz, Michelangelo Pistoletto – a raccontare il proprio lavoro. E ad ogni intervista è accostata una loro opera reale.

Con il contributo curatoriale di Cristiana Perrella e la consulenza scientifica di Marco Senaldi e Massimo Bernardini l’artista, che ricama volti, lacrime e storie delle star e della decadenza della società-spettacolo, orchestra una complessità di visioni. Qual è dunque l’oggetto della mostra? Qual è l’opera e chi l’autore? Le voci e i volti degli artisti, degli studenti, degli operai, delle femministe e delle soubrette, degli imputati, dei giornalisti e degli stragisti, sono tutti parte di una grande opera collettiva, quella degli anni Settanta italiani. Qui è evidente quanto ciascuno sia il frammento di un universo interdipendente. Un universo che mischia cultura alta e bassa ma che con la Tv – come affermava Umberto Eco – tende a esaltare la mediocrità dell’uomo comune. Era il trionfo del pop e del piombo. Delle rivendicazioni e delle gambe delle Kessler. Dei processi per stupro denunciati in piazza e di un sottile erotismo televisivo.

La narrazione che ne risulta è efficace. Nel padiglione nero dalle pareti inclinate, piccoli vecchi monitor mandano contemporaneamente immagini e descrizioni della strage di Bologna, dell’omicidio di Walter Tobagi, del rogo di Primavalle, del delitto Moro. Le sigle dei Tg ci riportano indietro a pane e Nutella, al groppo in gola per il caos adolescenziale, alle siringhe di Lilli, Lilli, Lilli, alla voglia di un’alternativa. In questa camera mortuaria che racconta omicidi e stragi, tutti parlano e nessuno ascolta. Cantava Bob Dylan in A Hard Rain’s A-Gonna Fall: “Ho visto diecimila bocche che parlavano con le lingue spezzate… ho udito cento che sussurravano e nessuno che ascoltava e una dura, una dura, una dura, una dura, una dura pioggia cadrà”. Ecco la pioggia di piombo che alla fine del percorso dark ci catapulta in una stanza di parole nere come la pece, caustiche e affilate, niente affatto neutre. Sono i titoli e gli occhielli estrapolati dai giornali e ricomposti da Nanni Balestrini di un’apocalisse quotidiana, nella serie Non capiterà mai più (1969/72). È il cut up che sovverte il senso della comunicazione e inchioda il lettore/osservatore a una realtà indigesta. È una stanza senza orizzonti che porta dritto alla fine delle utopie, all’ingresso nell’edonismo reaganiano, alla frantumazione del sogno.

Ma poi l’edificio successivo è un ambiente tutto rosso e moquettato che ci accoglie come l’interno di un corpo. Entriamo nella scomoda sfera delle lotte femministe. Su enormi quinte teatrali sono proiettate immagini giganti e amplificate voci di rivendicazione. Autocoscienza, comizi e interviste su aborto e divorzio, analisi sulle imputazioni di colpevolezza alle vittime degli stupri e racconti personali e collettivi sono materiale d’archivio di una tv molto diversa dall’attuale. L’immersione è totale: sembra di essere lì in piazza, alle manifestazioni, in una collettività che sentiva di avere il potere della trasformazione. Le donne alla quale la Rai dava voce sono accostate alle opere di Carla Accardi, ampiamente dislocate nello spazio. È un carosello felliniano che colora l’opacità politica di quegli anni.

La forza dello sguardo di Vezzoli è immersiva, riesce a ricostruire un’esperienza condivisa anche per chi non c’era ancora. Immagini apparentemente inconciliabili, come la scrittura illeggibile dell’artista Tomaso Binga, pseudonimo maschile di Bianca Menna, sono sovrapposte ai varietà di Mina e Raffaella Carrà. Le soubrette sono giganti, l’opera di Binga ha invece la propria dimensione reale.

Immagino il bambino Vezzoli che negli anni settanta, con occhi sgranati, guarda il mondo arrivare dalla tv. Un mondo gigante, in bianco e nero, pieno di promesse e illusioni, che avrebbero portato le star a lacrimare, invecchiare e morire, nonostante l’immortalità dell’immagine e il gioco perverso e falsificante della contemporaneità.

TV 70. Francesco Vezzoli guarda la Rai

con il supporto curatoriale di Cristiana Perrella

Milano, Fondazione Prada, 9 maggio-24 settembre 2017

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