Matteo Moca

Ci sono, nella storia italiana contemporanea, alcuni rimossi che sempre più tendono a sparire nell’oblio se non fosse per strenui tentativi di non cancellare le tristi memorie nazionali. Le isole di Santo Stefano e Ventotene, oggi parte dell’Area naturale marina protetta, stanno scivolando sempre più in un vortice turistico che, in maniera sicuramente incolpevole, vive più le bellezze dell’isola rispetto alla sua nera storia. In queste due isole infatti sono esistiti due mondi diversi, distanti ma accomunati dall’essere entrambi luoghi di reclusione per chi fu costretto a scontare pene per reati o semplici grida di libertà. Da una parte l’isola di Santo Stefano, luogo di prigionia sin dalla fine del Settecento per assassini, delinquenti ma anche oppositori politici e uomini senza colpa. Dall’altra l’isola di Ventotene, trasformata invece da Mussolini in un luogo di confino per chi era contro il suo regime e quindi combatteva il fascismo.

In Non volevo morire così. Santo Stefano e Ventotene. Storie di ergastolo e di confino , edito da Nutrimenti e arricchito da una sincera e sentita prefazione di Emma Bonino, il giornalista e scrittore Pier Vittorio Buffa ricostruisce con grande intensità, in un assai interessante quadro di insieme, le vicende legate alle due isole e le storie di chi in quei luoghi ha scontato pene lunghe e spesso all’insegna della violenza; ma si inserisce pure, con intelligenza, nel dibattito mai realmente sopito sulla pena dell’ergastolo («una pena che non porta alla redenzione, ma solo alla disperazione»).

Il libro, che si mette in ascolto di «un urlo disperato che, sapendolo ascoltare, esce da ogni roccia e da ogni anfratto delle isole», è diviso in due parti. La prima ricostruisce – con rigoroso metodo storico e attraverso la consultazione di numerosi documenti dell’archivio dell’ergastolo di Santo Stefano – la storia delle isole dai Borboni allo stato attuale delle costruzioni carcerarie; la seconda invece, che occupa la maggior parte del libro, lascia la parola agli uomini che hanno vissuto e sono morti nelle isole, raccontandone imputazioni, storie personali e fine, dividendo a sua volta il materiale tra Santo Stefano e Ventotene. Ciò che immediatamente salta agli occhi, in questa seconda parte, è l’intestazione dei capitoli dedicati a Santo Stefano, in cui figura solo un numero. Si tratta del numero di matricola, quello assegnato a ogni detenuto quando varcava le porte del carcere, un nuovo nome che faceva sparire l’identità dell’uomo e che trasformava ognuno di loro in un addendo indistinguibile dagli altri. Le vicende che si incontrano sono le più diverse, ma sono tutte storie che, oltre al medesimo triste finale, mostrano come l’arrivo nell’isola costituisse il definitivo addio a qualsiasi contatto con l’esterno, in particolare con le famiglie. Troviamo quindi la storia di Salvatore Jacovitti, che per sei anni e fino alla sua morte non avrà mai risposta alle lettere scritte alla famiglia, di Bartolomeo Castellana, che si tolse la vita in una delle celle, o di Pasquale De Pascalis, che tenterà fino all’ultimo di sentirsi vivo e non arrendersi all’inedia del carcere. La storia forse più paradigmatica è quella di Giovanni Andrea Addessi che, all’interno di una vita agiata e tranquilla, deve fronteggiare l’infatuazione per una donna che non è sua moglie, bensì quella del giardiniere. Accusato per spirito vendicativo dal marito, di un delitto che non aveva mai commesso, Addessi fu trasportato a Santo Stefano, dove scriverà parole che racchiudono un pensiero comune a molti prigionieri: «L’ho detto a tutti che sono innocente, che non ho ucciso nessuno. C’è anche chi può provarlo. Ma ho capito che non interessava a nessuno fare giustizia. Per questo sono saltato giù. Ossequi Signor Direttore». Lo sfinimento, l’isolamento, l’impossibilità di verificare la sua innocenza, portarono Giovanni Adessi a togliersi la vita: la sua tomba è una delle trentanove sulla quale s’è conservato il nome.

L’ultima parte del libro, come detto, è dedicata all’isola di Ventotene e agli anni del confino fascista. Sarebbe bastato poco per lasciare quell’isola, non c’erano condanne irrevocabili ma solo delle misure di sicurezza per «pericolosi sovversivi». Per tornare a casa dalle mogli e i figli sarebbe bastato ai detenuti fare un saluto romano, dire che si era pentiti e giurare fedeltà al Fascio. Ma i politici, come scrisse Altiero Spinelli che visse il confino in quell’isola, «restavano, in ultima istanza, al confino per elezione, per fornire al paese l’esempio di gente che sa tenere duro». Celso Ghini, comunista a sua volta confinato a Ventotene, aggiunge che «l’antifascista che non fosse diventato fascista e non si fosse prostituito al regime sarebbe potuto restare al confino per il resto della vita». Tra i confinati ci sono i leader dei partiti clandestini di opposizione: tra gli altri passarono periodi più o meno lunghi della loro vita al confino, oltre ai già ricordati Spinelli e Ghini, Sandro Pertini, Umberto Terracini, Ernesto Rossi, o donne come Camilla Ravera e Adele Bei.

Quello di Buffa però, come più volte lui stesso sottolinea, non è il resoconto di vicende personali più o meno curiose ma un «simbolico ceppo per non dimenticare quel che è accaduto su quegli scogli», cioè la sofferenza e la morte di tanti che per motivi arbitrari e ingiusti sono stati costretti alla prigionia. Un racconto storico di respiro ridotto, rispetto ai secoli in cui hanno funzionato questi luoghi di prigionia, ma senza dubbio necessario per leggere questa storia in maniera completa: per non dimenticare le grida di chi non ha più voce e riconoscere, anche nel nostro tempo, la violenza della cattiva giustizia.

Pier Vittorio Buffa

Non volevo morire così. Santo Stefano e Ventotene. Storie di ergastolo e di confino

prefazione di Emma Bonino

Nutrimenti, 2017, 288 pp., € 16

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