Martina Russo

C’è chi la definisce la nuova malata d’Europa, e chi invece – a cent’anni dall’indipendenza dalla Russia – ne mette in evidenza primati mondiali tra organizzazione sociale, istruzione e welfare. Conoscere la Finlandia, quando la si osserva da lontano, è più complicato del previsto. Il meno scandinavo dei paesi scandinavi d’altronde svanisce di fronte alla fama, in cronaca e letteratura, dei vicini nordici, non patendo troppo, dopotutto, il fatto di mantenersi defilato agli sguardi indiscreti.

Dopo la crisi profonda nel 1991 – dovuta alla débâcle bancaria ma anche alla perdita del ruolo di mercato neutrale tra Occidente e Unione Sovietica – la Finlandia si è rialzata negli anni Duemila, grazie all’apporto di un’azienda, la Nokia, che ha fatto la storia della comunicazione, salvo poi, pochi anni dopo, non avere il tempismo di rinnovare le sue tecnologie.

La cessione a Microsoft, nel 2007, unita ad una più diffusa debolezza dell’Euro, ha gettato il paese in un nuovo periodo di crisi, dalla quale ancora non si è rialzato completamente. D’altra parte, però, l’avvolgente abbraccio del welfare pare non aver perso d’intensità e, tra le altre iniziative si sta testando (tra lo scetticismo di molti) l’ipotesi di un reddito di cittadinanza. A questo si aggiunga un sistema scolastico eccelso e una sanità rigorosamente controllata, nonché una tempra luterana che solo recentemente ha lasciato spazio alla penetrazione del consumismo sfrenato più caratteristico di altri paesi occidentali.

Cosa traspare di tutto questo nella letteratura contemporanea finlandese? In verità, per noi lettori italiani, ancora poco: gli autori tradotti figurano in numero esiguo nei cataloghi nostrani, vuoi per la difficoltà della lingua, vuoi per ambientazioni e immaginario che talvolta rimangono oscuri.

L’eccezione alla regola la fa sicuramente la casa editrice Iperborea – che della letteratura nordica fa la sua bandiera – e, in piccola parte, il mercato editoriale per ragazzi, con la pubblicazione di autori come Seita Parkkola Vuorela, Salla Simukka e Siri Kolu, senza contare i “classici” come l’illustratore Mauri Kunnas e Tove Jansson, la creatrice dei Mumin, di cui quest’anno Iperborea ha pubblicato anche Fair play e L’onesta bugiarda.

L’autore finlandese più conosciuto è di certo Arto Paasilinna (atteso per l’autunno il suo Emilia l’elefante): sottile, arguto, restituisce al lettore non finnico un panorama in bilico tra il grottesco e l’utopico. Lo ha dimostrato con capolavori come L’anno della lepre e Piccoli suicidi tra amici, pubblicati da Iperborea nel 1990 e 1994 (ma editi in patria quasi vent’anni prima) e l’ha ribadito con Il liberatore dei popoli oppressi, dello stesso editore, giunto in Italia alla fine del 2015. Qui la situazione è fin da subito surreale: decisi in tutto e per tutto a dare il proprio contributo alla lotta in difesa dei diritti umani, il glottologo Viljo Surunen e la maestra Anneli Immonen si impegnano a scrivere lettere di protesta contro i regimi dittatoriali di tutto il mondo, almeno fino a quando non si rendono conto dell’inutilità di ogni missiva. Determinati a perseverare decidono di passare all’azione, ed ecco che Viljo parte, destinazione Centramerica, per far valere le ragioni di un prigioniero politico. Inizia così un’impresa che ha del picaresco, tra incontri improbabili – dal pinguinista russo al vescovo ribelle – e la denuncia, viva e bruciante, dell’orrore di ogni regime, di un colore o di un altro. Sì, perché il protagonista si ritrova poi nella fantomatica Delatoslavia, scoprendo che anche alle porte di casa la situazione può non essere tanto diversa da quella affrontata oltre oceano.

L’osservazione pungente lascia spazio a una considerazione amara, a un umorismo pirandelliano, dove non è tanto il comico a farci ridere, quanto la realtà spogliata da ogni artificio. Una prospettiva che nella sua estrema lucidità può essere scambiata per ironia, sfuggendo forse a una comprensione più profonda dei suoi intenti letterari.

«Alcuni, come Paasilinna, hanno fatto del camouflage la loro chiave stilistica, giocando coi ruoli sociali, e con la Storia narrata al contrario: il Medioevo tra le renne» afferma Nicola Rainò, professore universitario ed esperto di letteratura finlandese, traduttore e direttore della Rondine, giornale di attualità e cultura italiana in Finlandia. «Se penso agli scrittori finlandesi più consapevoli, trovo semmai un senso realistico della storia, un desiderio di raccontare la dimensione quotidiana del vivere, legata al lavoro, all’amore frammentario del nostro tempo, alle illusioni di un benessere sociale che si va sgretolando. Quella del grottesco è più una creazione dell’industria editoriale all’estero, soprattutto in Francia e in Italia, che di fronte ad un prodotto non del tutto digeribile ha calcato la mano sull’umorismo che spesso non c’è».

Una lucidità spietata piuttosto, come quella di Jussi Rautala, cinico protagonista della Legge di natura (Iperborea 2015), portato sulla pagina da Kari Hotakainen. Un grave incidente – episodio analogo a quanto accaduto allo stesso scrittore – diventa un momento di profonda riflessione non tanto intorno alla caducità della vita, quanto al sistema sanitario pubblico, l’assistenza garantita, gli svantaggi di una vita da evasore fiscale. Quello che a noi pare un’interpretazione del tutto parodistica della realtà diventa un’iperrealistica osservazione del quotidiano: costretto nel letto d’ospedale Rautala è circondato dalla crisi; quella personale - nel suo ruolo di padre, figlio, e più generalmente, di finlandese - quella delle persone che gli stanno accanto - una su tutte l’infermiera metallara - quella del governo, ripetutamente evocata da ministri e politici alla televisione, alle prese con la necessità di tagliare le spese. Hotakainen è un osservatore scrupoloso, capace di fotografare con le parole un dissidio interiore tanto individuale quanto generale; e non è la prima volta, come ricorda Rainò: «Arrivata la caduta dell’Impero della Nokia, i finlandesi si sono scoperti privi di moralismi, quelli che li facevano vergognare di avere una casa troppo bella o un’auto troppo grande. La grande bolla finanziaria, la disoccupazione diffusa, dopo le vacche grasse, ha fatto spuntare un desiderio tutto americano di godersi la vita e i soldi (spesso a credito) e i macchinoni (col leasing) che Hotakainen ha raccontato in dettaglio in Un pezzo di uomo. Non è spensieratezza, impossibile in un mondo pur sempre luterano. È percezione dell’hic et nunc, un sentimento quasi mediterraneo della brevità della vita e della necessità di godersela. La classe media mangia e beve bene, viaggia più di prima, accoglie le mollezze delle culture del sud e dell’est del mondo con una voluttà prima sconosciuta».

La crisi finlandese, come tutte le crisi, non è poi solo economica, ma anche umana, dal momento che uno dei problemi più gravi che il paese si trova ad affrontare attualmente è quello dell’immigrazione di massa; una questione che ha acceso il dibattito politico, in contemporanea all’ascesa, nel 2015, del partito conservatore e nazionalista dei Veri Finlandesi, per la prima volta parte delle compagini del governo. Presenza che giusto un mese fa ha perso di potere, con una secessione interna al partito che ha rimesso in discussione gli equilibri di governo. La letteratura non è cieca e sorda e, anzi, talvolta pare avere poteri di puntuale previsione; così, già nel 2011, Tuomas Kyrö prendeva uno dei capisaldi della letteratura finlandese contemporanea, il già citato L’anno della lepre, e lo trasformava, tra parodia ed eccesso, nell’Anno del coniglio (giunto in Italia, sempre per i tipi di Iperborea, due anni dopo). Qui, tra le pagine strampalate in maniera squisitamente ponderata, compare anche Simo Kartonen, il capo del Partito dell’Uomo Qualunque – manifesta parodia dell’ormai ex leader dei Veri Finlandesi Timo Soini – che vedrà nel profugo rumeno Vatanescu l’homo novus della Finlandia moderna. Con tutta la dialettica surreale che ne consegue. Il romanzo racconta le disavventure del protagonista in una Finlandia schiava della globalizzazione e del populismo, in cui non può che sentirsi straniero. Certo, alla fine l’inevitabile avviene e Vatanescu è assorbito da quanto ha rifuggito per il resto delle pagine, ma quel senso di straniamento rimane ben impresso nella testa e nel cuore.

Kati Hiekkapalto in Colibrì (Atmosphere 2015) fa sentire Anna Fekete, la sua protagonista di origini ungaro-serbe, «l’ospite di una festa che viene scoperto senza invito»: la Finlandia, d’altronde, è abituata ad osservare con attenzione i suoi vicini, a difendere la propria identità pur (e a maggior ragione proprio per questo) conoscendone l’unicità.

C’è, d’altra parte, un velo apparentemente impenetrabile che la avvolge, che rende più difficile scrollarsi di dosso quella sensazione di spaesamento; ma questo, forse, fa parte di quella volontà prudente di rimanere ineffabile, continuando a offrirci squarci di Finlandia attraverso le parole dei suoi narratori.

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