Antonella Sbrilli

Una premessa: uno dei giochi da tavola più versatili degli ultimi anni - usato anche in laboratori di psicoterapia e di narrazione - è DixitIdeato dallo psichiatra infantile Jean-Louis Roubira, il gioco ha il suo centro in un mazzo di carte da 8x12 cm., su cui sono riprodotte a colori scene insolite, fiabesche, interroganti, misteriose, realizzate dall’illustratrice Marie Cardouat.

A turno, un giocatore diventa il narratore: dopo aver scelto una carta, ha il compito di descrivere - interpretandola liberamente - la scena rappresentata in essa. Gli altri giocatori, che hanno in mano 6 carte ciascuno, scelgono fra di esse quella che più si avvicina alla descrizione del narratore e gliela passano, senza mostrarla agli altri. Le carte vengono mischiate e infine scoperte: è il momento per tutti di individuare quale era la carta descritta dal narratore all’inizio.
Se tutti la indovinano, ma anche se nessuno la indovina, il narratore ha fallito e non ottiene punti. Senza entrare nei meccanismi del punteggio, chi ha giocato a Dixit sa quali strane associazioni, quanti percorsi digressivi, quante derive immaginative si possano produrre in una sessione.
Ma soprattutto sa che il fascino del gioco sta nella ricerca (e nell’ascolto) delle parole che traducano l’immagine in modo non didascalico, lasciando spazio al dubbio, all’ambiguità, alla fantasia dei compagni di partita.

Le istruzioni che accompagnano la scatola di Dixit (distribuito in Italia da Asterion), lo dicono con chiarezza, come un manuale di retorica verbo-visiva:

Se la frase del narratore descrive l’immagine in modo troppo preciso, gli altri giocatori indovineranno facilmente e lui non otterrà alcun punto. D’altra parte, se la frase ha poca attinenza all’immagine, è probabile che nessuno voti la sua carta e dunque potrebbe non ottenere punti lo stesso”.

Bisogna dunque lasciare spazio a un reciproco esercizio di intuizione e immaginazione e al piacere anche questo reciproco di nascondere e di rinvenire.

Il motto di Dixit, riportato sulla scatola arancione, è “Un’immagine vale mille parole”.

L’alfagioco in corso

Il gioco a cui ci stiamo dedicando dalla scorsa puntata https://www.alfabeta2.it/2017/07/09/alfagiochi-treparoleunquadro/ è #treparoleunquadro.
Quali sono i tre elementi che consentono di intuire di che opera darte sta parlando qualcuno, senza vedere loriginale o la sua riproduzione?

Se un’immagine vale mille parole - come recita Dixit - tre parole sono sufficienti a richiamare un’immagine condivisa?

La prima terna di parole proposta nella scorsa rubrica era questa:

giorno, notte, controluce”.

La risposta “esatta” - cioè l’immagine a cui avevo pensato nel proporla - è il dipinto L’Empire des lumières di René Magritte (Venezia, collezione Guggenheim).

Le tre parole sono state sufficienti a “riconoscerlo” per Stella Bottai, per Simona Isacchini, per Viola Fiore. Per Giulia Conte, invece, “giorno, notte, controluce” hanno prodotto l’immagine - anch’essa pertinente - dell’affresco di Raffaello La Liberazione di San Pietro.

Tre parole sono abbastanza per sguinzagliare la memoria visiva sulle tracce di una tipologia di opere con qualche affinità fra loro, ma che cosa indirizza verso l’immagine giusta?

Quali tecniche di descrizione e di soluzione vengono usate?

Il gioco è proseguito (e prosegue ancora) su Twitter con l’hashtag #treparoleunquadro e con decine di proposte fatte da altrettanti giocatori e giocatrici.

Emerge - nel gioco in corso - una strategia che in qualche modo ci riporta a Dixit: anche in questo caso, il gioco funziona se le tre parole non sono né troppo rivelatrici né troppo criptiche, né troppo centrali, né troppo periferiche.

La terna “ali, lotta, mani giunte” proposta da Mario (@mariollemm) ha indirizzato noi solutori prima verso La principessa e il drago, poi verso la Lotta di Giacobbe e l’angelo e infine al dipinto La visione dopo il sermone di Gauguin.

Bivio, vetrate, campanile” ha suscitato subito la risposta giusta, La chiesa di Auvers, di Van Gogh, perché - come nota Giuseppina Zizzo - il termine bivio è decisivo.

Nella triade “Mani, manto, indugio”, proposta da Luigi Scebba, è stata riconosciuta L’Annunciata di Antonello da Messina.

In “sabbia, uomo, cielo” Il monaco in riva al mare di Caspar Friedrich

Specchiante, azzurro, acqua”, proposta da Laura Leuzzi, prima ha portato qualche solutore verso un dipinto di Hockney e poi verso la grande installazione di Pino Pascali, Il mare (Roma, Galleria Nazionale).

Uomo, fiori, piume”, una sintetica descrizione diAlessandra Lovino (@atrapur), è stata collegata all’autoritratto di James Ensor.

Sfere, rami, plasticità” proposta da Ninninedda ha portato - con diversi passaggi - al dipinto di Dalì, La persistenza della memoria.

C’è poi chi, come Mario, propone delle composizioni di parole perpendicolari, per alludere a Mondrian, o rovesciate, per suggerire un quadro di Arcimboldo.

E chi, come Viola Fiore, acrobaticamente, unisce il gioco degli anagrammi (Biennale alla lettera https://www.alfabeta2.it/2017/06/25/alfagiochi-biennale-alla-lettera-3/con questo in corso: “Giallo, luminescenza, scritto” descrivono per la giocatrice l’opera di un artista fiorentino presente alla Biennale di Venezia. Il suo anagramma è “Riguardar cornice” e lui è Riccardo Guarneri.

Il nuovo Alfagioco

A quale dipinto corrisponde la terna di parole

mercato, pesce spada, donna di spalle”?

Si può inviare la risposta via mail a redazione@alfabeta2.it

o su Twitter @alfabetadue #alfagiochi.

Ognuno, come sempre negli #alfagiochi, può essere proponente di una terna e solutore delle proposte altrui.

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