Giorgio Biferali

Qualche tempo fa, nella metropolitana di Grenoble, hanno pensato bene di distribuire dei foglietti con sopra dei racconti destinati ai viaggiatori: racconti lunghi quanto il tempo d’attesa del prossimo treno. Come se la forma-racconto, oggi, in questi tempi così frenetici, pieni di rimandi e distrazioni, rappresentasse l’unica vera concorrenza agli smartphone nei cosiddetti tempi morti.

Chissà cosa accadrebbe se anche in Italia mettessero quei distributori nelle metro e su uno di quei foglietti, un giorno per caso, capitasse uno dei Racconti impossibili di Tommaso Landolfi. Appena ripubblicati da Adelphi sotto la cura di Giovanni Maccari, sessant’anni dopo quella prima edizione (Vallecchi 1966) uscita in libreria senza risvolti e senza quarta di copertina per volere dello stesso Landolfi, “stanco di sentirsi attribuire dai critici (o almeno dai più grossolani tra essi, e in ogni caso da chi poco lo conosce) la paternità o l’ispirazione degli scritti”. Un libro venuto dopo i suoi più conosciuti (Dialogo dei massimi sistemi, La pietra lunare, Le due zittelle, Cancroregina, LA BIERE DU PECHEUR), in un periodo in cui Landolfi ormai è isolato, lontano dalla mondanità e dai rituali della società letteraria, e nutre una sorta di indifferenza nei confronti di quello che pubblica, tanto da sembrare quasi il ghostwriter di se stesso. Come testimonia Maccari, Landolfi vive tra la Riviera ligure e il palazzo di Pico, nell’ombra; le uniche luci che vede sono quelle artificiali dei casinò. Alcuni di questi racconti Landolfi li annota in un quaderno con il titolo Galass(i)eide / (from outside), per dare un’idea dell’argomento trattato (la fantascienza) e della sua condizione esistenziale, che somiglia a quella di un esiliato nello spazio profondo.

Il primo di questi è un racconto “incomprensibile”, La passeggiata, scritto in un linguaggio arcaico, con termini desueti (ma che venne preso dai recensori, invece, come una neo-lingua d’immaginifica sintesi – tanto che di quell’equivoco in un libro successivo, Le labrene, Landolfi non mancherà di prendersi gioco): “La mia moglie era agli scappini, il garzone scaprugginava, la fante preparava la bozzima… Sono un murcido, veh, sono perfino un po’ gordo”. Si va avanti per flussi di coscienza, per esempio in un racconto (A rotoli) dove un presunto assassino riflette sul luogo del delitto, vorrebbe farlo sembrare un suicidio e deve scegliere la mano della vittima in cui lasciare la sua pistola: “Scegliere la mano giusta!” è il mantra che ripete dentro di sé, e che vale anche per la scrittura e per il gioco d’azzardo. Cosa penseranno gli investigatori? E i lettori? Perché tanto si sa, nei racconti di Landolfi “c’è sempre qualcosa che non torna”. Alla fine lo scrittore-assassino si affiderà al “capriccio del caso”, proprio come il giocatore di Dostoevskij che lui amava tanto.

In S.P.Q.R., giocando col suo passato, con l’adolescenza vissuta in gran parte nel quartiere Prati a Roma – una città “scuorante”, l’aveva definita nelle Due zittelle, “senza conforti” – l’autore inscena uno pseudodibattito leggermente grottesco, a metà tra Kafka e i fratelli Coen, per dimostrare la natura ideografica e non alfabetica della sigla appunto “S.P.Q.R.”, dove la S rappresenta un serpente, la P la “stilizzazione di un albero”, la Q una donna durante il parto, e infine la R una combinazione dei primi due segni, come un serpente che pende dall’albero. Roma che torna parodiata in Conflitto di competenze e in Pavo italicus, in cui un servitore aiuta un signore a vestirsi: “E date qua. Ovvia: ci sono? C’è altro? | A sciarpa c’aa cioffa. | Già la ciarpa. Ebbene, ora mi pare sia finita. Che ne dite? | Dico che sete proprio ’n ber corpo d’occhio”.

Il resto sono per lo più dialoghi o monologhi sui “massimi sistemi”, dalle chiacchere tra un padre e un figlio che cercano di capire insieme cosa siano la Terra – l’atmosfera, i suoni, il parlare – a un simposio sull’utilità della bestemmia, che richiede calma e un po’ di fantasia. L’unico racconto in cui Landolfi diciamo si lascia andare, e concede al lettore una piccola storia, è Alla stazione: un racconto sulla speranza e sull’inganno, che spesso nella vita si confondono, in cui un uomo confessa un’abitudine un po’ strana, quella di illudere i malati terminali che un giorno, forse, potranno guarire. L’altro uomo, che lo ascolta, è uno scrittore, e anche lui una volta tanto cade in una trappola che conosce fin troppo bene: “Per divertire voi non c’è che raccontar panzane, quelle stesse che a suo tempo voi raccontate a noi”.

Al lettore, viaggiatore o meno, che si troverà a tu per tu con questi racconti, verrà da chiedersi fino a che punto un autore possa spingersi a scrivere dei racconti così, “impossibili” appunto, dove si racconta l’impossibilità di scrivere racconti, di raccontare storie. Basterebbe ricordare una delle sue frasi più belle che è scritta in uno dei suoi diari, la BIERE (“Dicono che toccato il fondo si risalga, per questo io non lo tocco mai”), per capire che quel punto, per uno scrittore come Landolfi, non arriva mai.

Tommaso Landolfi

Racconti impossibili

a cura di Giovanni Maccari

Adelphi, 2017, 195 pp., € 14

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