Andrea Comincini

Mentre il capitalismo del dopoguerra generava trionfanti narrazioni autoreferenziali, parti di società subivano l’orrore di inautentici automatismi privi di significato, trasformando il lavoro nella fabbrica e la vita in periferia in prigioni esistenziali amorfe capaci di uccidere il desiderio e la vita nella sua bellezza più autentica. Sin dai tempi di Rimbaud e Breton è stata l’avanguardia artistica, in Francia, il luogo dove qualsiasi processo di contrasto a quel mondo disumanizzato ha trovato terreno fertile; e proprio oltralpe, negli anni Cinquanta, si svilupparono le più significative istanze rivoluzionarie, colmate poi nel Maggio del ’68. Gli intellettuali degli anni Sessanta ebbero un passato culturale con cui confrontarsi: dadaisti, lettristi e realtà artistico-letterarie di ogni genere, accomunate tuttavia da una radicale e intransigente critica del reale. Chi furono dunque i nuovi Prometeo che sfidarono il dio del Capitale? Lo raccontano da una parte Gianfranco Marelli, già insegnante nei licei ed esperto di pensiero critico; dall’altra, Donatella Alfonso, giornalista e scrittrice di lungo corso. Con L’amara vittoria del situazionismo e Una imprevedibile situazione, la storia dell’Internazionale situazionista viene raccontata da due punti di vista differenti: da un lato un’analisi storiografica, dall’altro un’ottica più intima e sentimentale. Ciò che si evince da entrambi è che l’Internazionale situazionista fu una organizzazione senza gerarchie ma fortemente controllata ai vertici, senza alcuna idea di progetti ideologici e metodologici ma incredibilmente attenta al proprio programma, aperta al mondo e contemporaneamente in trincea, vittima di continue epurazioni. Compito principale dei situazionisti fu attuare “una trasformazione radicale e totale della realtà a partire dai comportamenti individuali, tant’è che il compito degli artisti rivoluzionari è anzitutto quello di abbandonare il ciarpame della cultura decomposta per vivere essi stessi in modo rivoluzionario”.

Marelli attraversa la storia dell’Internazionale evidenziandone limiti e pregi indiscutibili e, fedele a una disamina scientificamente attenta ai fatti, ai proclami e ai documenti ufficiali, mostra chiaramente come la natura stessa del movimento fosse magmatica. L’energia rivoluzionaria che l’attraversava infatti, votata a sconfiggere quella “cultura decomposta”, si trovò inevitabilmente a rivolgersi contro di sé per eccesso di intransigenza. In che modo stabilire ciò che è veramente emancipante e libero se non… decidendolo? La risposta ultima arrivò sempre dal leader indiscusso: Guy Debord bollò molti dei vecchi compagni come vittime del capitale o di idee prive di “eccezionalità”, incapaci di cogliere la loro funzione rivoluzionaria (in ciò criticando il concetto stesso di funzione) – lasciando trasparire un’intransigenza simile a quella denunciata nei partiti di sinistra. Pur dialogando con critici marxisti quali Lefebvre o Goldmann, infatti, l’Internazionale rifiutava i metodi di lotta di classe “ideologici”. Sostenitori di una rivoluzione completa, basata sul soggetto, e libera da apparati di qualsiasi natura, gli esponenti di questa forza (Pinot-Gallizio, Debord, Bay, Melanotte, Jorn, Rumney, Olmo – la cui presenza nel gruppo, come detto, fu spesso transitoria) – sostennero la necessità di “costruire delle situazioni, cioè degli ambienti collettivi, un insieme di impressioni che determinano la qualità del momento”.

Marelli evidenzia molto lucidamente i limiti che gli epigoni di questi grandi intellettuali mostrarono: ciò che caratterizzò la fine del movimento fu anche lo scimmiottamento di una spontaneità ormai estinta. Eppure, nonostante limiti personali, nel testo emerge un fattore essenziale per comprendere l’Internazionale e il maggio francese. La critica feroce al capitale e alla bulimia delle merci, la battaglia contro l’alienazione quotidiana ha finito per apparire simile – nei metodi e nei risultati – al sensazionalismo che si crea intorno al prodotto capitalistico. “Una volta passati gli ardori rivoluzionari e cancellata ogni possibilità di agire in un tessuto sociale del tutto prono alle esigenze di trasformazione produttiva imposte dalla globalizzazione economica, la critica radicale dell’Internazionale situazionista è stata frantumata, parcellizzata e adattata alla moda dei nuovi saltimbanchi della cultura e dell’arte, pronti a rivendicare la propria critica dello spettacolo mediatico, divenendo lo spettacolo critico mediatico più à la page”.

La dimensione più intima e personale è approfondita come si diceva da Donatella Alonso, la quale preferisce raccontare le origini del movimento e le passioni delle persone che lo fondarono. La giornalista spiega quanto fosse necessario al disegno rivoluzionario non solo demolire il reale, e ogni linguaggio che lo descriveva, ma anche tracciarne una nuova mappa urbana. Se la metropoli è simbolo del potere costituito, non deve stupirci che l’origine di un movimento votato letteralmente a smantellare l’arte borghese, fino a porsi avanguardia del maggio ’68, ebbe sede in un piccolo paese anonimo. A Cosio d’Arroscia (Imperia) un gruppo disparato e disperato di giovani poeti, musicisti, architetti trovò la sua naturale collocazione, trasformando un grazioso villaggio nel cuore pulsante del progetto che prenderà nome di Internazionale situazionista appunto, in cui convogliarono esperienze di precedenti avanguardie come il MIBI (movimento internazionale per una Bauhaus immaginista), o il CO.BR.A (Comitato psicogeografico di Londra).

Arte, vino ribellione: si evince dal sottotitolo quanto la storia narrata si faccia largo tra ricordi e suggestioni, intimità e pensieri sotterranei. Sono percorsi di una fratellanza segreta, esaltata spesso dall’incredibile capacità dei protagonisti di condividere lo stesso amore per lo spirito, e non spirito interiore, non solo, ma quello che arricchisce l’alcool, rendendolo un imprescindibile alleato nella dura battaglia per la rivoluzione infinita. Con gusto ed estrema perizia Alonso tratteggia un quadro a tinte vivaci di altrettanti personaggi: lo scrittore cineasta Debord, il quale inaugurava la mattinata con un litro di vino al bar del centro; il musicista Walter Olmo, un ragazzo pieno di speranze e presto sferzato dal mentore francese, o ancora Rumsay, Jorn, Pinot-Gallizio, Piero e Elena Simondo: tutti protagonisti di un’epoca raccontati lontano dalle cronache di rito, per apparire nella loro più nuda umana precarietà, sottratta a quelle luci della ribalta che da lì a pochi anni sarebbero divenute accecanti.

La vita a Cosio è travolta da pitture e psicocoreografie, musiche sperimentali e urbanistiche d’avanguardia. E dalla personalità già evidentemente ribelle dei protagonisti: “I sottoscritti Guy-E. Debord, di nazionalità francese, di professione cineasta, e Piero Simondo, di nazionalità italiana, di professione pittore, dichiarano di essere stati interrogati pubblicamente in modo insolente e arbitrario dall’agente dei carabinieri in servizio a Cosio d’Arroscia oggi, 2 agosto 1957, alle 16.30 sulla piazza di S. Sebastiano, e in conseguenza domandano al signor sindaco di voler chiedere alla polizia locale spiegazioni e scuse”. Non erano rari momenti come questi, cercati e voluti più che altro per portare avanti quella idea di ribaltare, svuotare, distruggere e ricreare la società intera partendo da gesti simbolici, da situazioni. Nel breve viaggio in cui ci conduce la Alonso tuttavia, si intravede anche una sfumata tinta di malinconia. Traspare dai grandi amori e dalle grandi sofferenze (si pensi alla nipote di Guggenheim, Peggy, raccontata in un capitolo denso di emozioni), o nei ricordi di Ilva Simondo, nipote di Piero, quando parecchi anni dopo rammenta l’allegria del tintinnare di quei bicchieri, ormai vuoti.

Se il suicidio di Debord, nel ’94, getta una luce triste sull’Internazionale, la Alfonso preferisce soffermarsi sull’aspetto spensierato di quei giorni, ricordando il legame profondo e travolgente tra gli artisti e Cosio: “C’è una porta con su scritto “Taverna”, tra i vicoli in pietra. Accanto, c’è una riproduzione di una foto di quel luglio lontano, una di quelle scattate da Ralph (Rumsay ndr): sembra un tempo sospeso. In fondo, i Situazionisti non se ne sono mai andati da qui. Una cantina si può sempre riaprire, per loro”.

Gianfranco Marelli
L’amara vittoria del situazionismo. Storia critica dell’Internationale Situationniste 1957-1972
Mimesis, 2017, 456 pp., € 26

Donatella Alfonso
Un’imprevedibile situazione. Arte vino ribellione: nasce il situazionismo
il melangolo, 2017, 94 pp., € 14

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2 Risposte a I Situazionisti non se ne sono mai andati

  1. DANILO FABBRONI ha detto:

    Rivoluzionari e alta finanza, Lsd e jet set, criminali e filosofi alla moda. E poi Parigi e la California, Hong Kong e Berlino, Londra e Milano. Nomi e luoghi, fatti e circostanze del grande inganno che prende il nome di “Sessantotto”. Danilo Fabbroni, raccogliendo e interpretando testi inediti o poco noti in Italia, ricostruisce la trama nascosta, intricata e imprevedibile della controcultura internazionale, ricomponendo l’inquietante puzzle degli ambienti libertari ed alternativi e rivelandone i mandanti nell’ombra e gli occulti ispiratori. Fabbroni indica non soltanto gli attori, ma soprattutto i registi e i produttori del tragico show planetario che, lungi dall’essere stato un fenomeno spontaneo, ha inquinato con i suoi veleni mortali il mondo di oggi. E in una vertiginosa ricostruzione delle autentiche ragioni di quella rivolta, dimostra come essa sia stata progettata e diretta da un tenebroso potere che, con demoniaca intelligenza, in nome di valori in apparenza contrari, ha manipolato e asservito la società contemporanea. Lasciandole, come funebre eredità, la disperazione e la morte che ci circondano.

  2. FEDERICO LA SALA ha detto:

    LA QUESTIONE MORALE, LA COSTITUZIONE, LA MISERIA DELLA POLITICA, E IL SITUAZIONISMO. Materiali sul tema…..*
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    Il Vaffa di Grillo ha origini nel situazionismo di Debord e Gallizio

    Non tutti sanno che il nucleo fondativo di quel pensiero trovò accoglienza nel 1957 in un paesino dell’entroterra ligure

    di Pino Pisicchio **

    Nella miseria dei giorni della politica contemporanea si sono dovute ascoltare anche le celebrazioni per il decennale del “Vaffa day”. Potrebbe essere una parabola tutta italiana, un segno dei tempi macilenti che ci toccano in dote. Eppure, forse con qualche preterintenzionalità, quelle celebrazioni hanno un senso. Anche dal punto di vista culturale.

    Infatti, ciò che la base elettorale, il vertice dei dirigenti, il sinedrio degli eletti dei Cinquestelle ma anche l’universo dei giornalisti laureati e dei maître à penser usi a invadere Tv, testate ed editrici blasonate, non sanno, è che i grillini, contrariamente a quanto si possa immaginare, un pensiero nobile ce l’hanno, eccome.

    E quel Vaffa day lo interpreta perfettamente. Il pensiero nobile grillino, però, non è quella minestra- brodo primordiale lanciata col nome di Gaia da Casaleggio senior nella rete qualche anno fa, con sembianze oniriche stile new age. No. O meglio: la storia dell’agorà virtuale è la fissa aziendale che ha mostrato di funzionare egregiamente sulla base del principio: “urla, offendi, cavalca il mostro che si muove nelle viscere della rete e farai tanti adepti”.

    La vera grande ispirazione culturale discende, invece, dai rami del Situazionismo di Pinot Gallizio e di Debord, rielaborazione dada della filosofia trozkista, nella convinzione che la borghesia crassa e decadente soggiogata dalla società dello spettacolo, sarebbe stata abbattuta con le stesse armi ma rivolte contro.

    Insomma un pensiero spiazzante, indecente e arrabbiato. Ora non tutti sanno che il nucleo fondativo di quel pensiero trovò accoglienza nel 1957 in un paesino dell’entroterra ligure, Cosio di Arroscia, in provincia di Imperia, con un grappolo di stralunati pensatori, pittori, artisti a vario titolo, provenienti da mezza Europa, una sorta di comunità beatnik avanti lettera.

    In Italia, dunque, anzi, in quella striscia un po’ nordica, un po’ mediterranea che è la Liguria. A Genova e dintorni, infatti, si insediò un nucleo di resistenti, discepoli sulla scia dell’insegnamento di Debord, tutti apprendisti stregoni della tv, sperimentatori, mischiatori di generi, ritagliatori di suggestioni e di irriverenze.

    Marco Giusti, Antonio Ricci, Carlo Freccero, Enrico Ghezzi. E Beppe Grillo. Sì, proprio lui. Che ha sublimato l’idea primigenia del situazionismo offrendo il suo corpo e la sua cacofonia alla causa. Con Grillo, infatti, Debord ha visto compiuta la sua utopia dello sberleffo al potere con i voti di quella che una volta si sarebbe chiamata borghesia e che oggi invece somiglia all’informe ventre di un popolo celibe. E nubile (per parità di genere).

    Cos’è, allora, il “Vaffa day” se non il gesto situazionista per antonomasia? Cos’è lo stesso Grillo, con la sua faccia, il suo mestiere di comico, la sua perenne coprolalia brandita come arma contundente? Ma è chiaro: è la vittoria politica di Debord nell’unico consorzio umano al mondo dove poteva attecchire il suo pensiero: la società italiana. Non a caso la Bibbia dei Situazionisti fu il suo libro: “La società dello Spettacolo “.

    ** Cfr. Il blog di Pino Pisicchio, Presidente gruppo Misto Camera Deputati, The Huffingtonpost, 11.09.2017:http://www.huffingtonpost.it/pino-pisicchio/il-vaffa-di-grillo-ha-origini-nel-situazionismo-di-debord-e-gallizio_a_23204053/

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    SUL TEMA, mi sia lecito, SI CFR.:

    GLI APPRENDISTI STREGONI E L’EFFETTO “ITALIA”. LA CLASSE DIRIGENTE (INCLUSI I GRANDI INTELLETTUALI) CEDE (1994) IL “NOME” DEL PAESE AL PARTITO DI UN IMPRENDITORE. Che male c’è?! – http://www.lavocedifiore.org/SPIP/breve.php3?id_breve=388

    LA COSTITUZIONE, LA NOSTRA “BIBBIA CIVILE” ….
    L’ITALIA, LA CARTA D’IDENTITA’ TRUCCATA, E GLI SFORZI FALLITI DEL PRESIDENTE CIAMPI DI ROMPERE L’INCANTESIMO DI “FORZA ITALIA”!!! – http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=3839

    LA QUESTIONE MORALE, QUELLA VERA – EPOCALE – http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=3811

    Per la Costituzione – e il dialogo, quello vero …
    “ITALIA”. AMARE L’ITALIA: RIPRENDIAMOCI LA PAROLA. VAFFA-DAY?! ONORE A BEPPE GRILLO. Contro la vergognosa confusione dell’ “antipolitica” in Parlamento e della “politica” in Piazza, l’invito ad uscire dalla “logica” del “mentitore”. Una lettera (2002), con un intervento di Beppe Grillo (la Repubblica, 2004) – http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=2544

    Federico La Sala

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