Mario Gamba

L’immagine, il segno, la dimensione visuale sono oggi i fattori di riconoscimento e di propulsione per i movimenti antagonisti? Sembra quasi che si possa rispondere di sì, assistendo al film di Officina Multimediale intitolato Crack (Land), Enter the rabid (w)hole. Ma il termine antagonisti non sarà in questo caso piuttosto azzardato? Oppure troppo largo, rispetto a un’area sociale popolata da gruppi, associazioni, factory – qualche volta persone singole – che si esercitano nella sperimentazione di lavori di arte visiva autoprodotti, del tutto indipendenti, spesso prodotti in comune, senza il carattere di una proiezione immediata nel mercato? Antagonisti è un termine che rimanda a interventi più o meno spontanei più o meno organizzati, più o meno effimeri più o meno durevoli, nelle situazioni di conflitto radicale, dall’occupazione di case alle mobilitazioni dei migranti, dalle contestazioni nelle università alle rivendicazioni dei più svariati settori di lavoro precario. Rimanda a una disponibilità allo scontro di piazza o al sabotaggio calcolato quando si tratta di difendere una comunità dalla deportazione e dalla nocività ambientale, come accade nel movimento No Tav. Rimanda all’uso privilegiato della parola nell’elaborazione e nella diffusione di teorie e di progetti della sovversione. Ma pensiamoci bene. È un termine che si adatta solo a chi «fa politica» in questi modi?

Sappiamo che non è così. Il film, il doc, di Officina Multimediale ce lo ricorda. Ci presenta con affetto e vivezza persone che «fanno politica» senza dichiararlo con questa espressione linguistica o accennandolo tra le righe, con molta souplesse (ma con altrettanta serietà). Di più: gli autori di questo film si divertono a rovesciare il senso comune sovversivo, se esiste per davvero (e chissà, forse non esiste), e danno una sorta di primato «politico» proprio ad attività creative nell’universo del visivo. Vediamo i candidi antagonisti, giovanissimi quasi tutti, tanti, sorridenti, generosi, che arrivano da tutti gli angoli del mondo a partecipare a Crack!, il festival del fumetto indipendente che quest’anno ha toccato la tredicesima edizione. Ed è stato ospitato come sempre dal glorioso Forte Prenestino di Roma.

«Il festival lo fanno loro, gli artisti, mica li convochiamo o invitiamo, si convocano e invitano da sé», spiega Valerio Bindi che nel film è il narratore. Appare a flash nella parte destra dello schermo, a volte diventa un’ombra, come nel negativo di una foto, a volte si sovrappone (ma i sensibili cineasti di Officina Multimediale evitano sempre di donargli una luce divinatoria) allo scorrere delle immagini in movimento – in fondo il film è una delle opere visive di Crack!, una in più, gioca le sue carte proprio su questa comunanza di piani operativi – che cercano di restituire il tono il calore il suono il corpo di un evento che dura quattro giorni. Che è una «mostra» come non se ne vedono mai, un morbido caos di «espositori» e visitatori, di banchi per tavole sparse o per volumi ben confezionati, di fumetti appesi al muro, confusi con le scritte, queste sì classicamente politiche, che sono state lasciate nei corridoi del Forte, nei famosi misteriosi bui sotterranei meandri del Forte, spazi per la cultura alternativa o per la controcultura – si chiama così fin dai mitici anni Sessanta –, spazi per l’underground. «L’overground di oggi», dice Bindi. In occasioni come Crack!, ma in tutte le occasioni in cui il Forte è stato la casa degli artisti indipendenti e dei mediattivisti, prima romani poi italiani poi mondiali, cineasti, musicisti, virtuosi ricercatori delle tecnologie, architetti critici, teatranti. Da quando esiste, cioè dal 1986.

Ultimo grido dei comics ma sorprendenti continuità nel gran bazar di Crack! Ricordate il John Cage del 1951 con quella Music of Changes per piano solo elaborata utilizzando il libro dell’I Ching? E ricordate quante volte durante gli anni Settanta, nelle case dei compagni, «alternativi» o militanti (o le due cose assieme), qualcuno vi invitava a giocare (a capire, a prefigurare) con il libro dell’I Ching? Ed ecco la disegnatrice che si firma con la sigla Mp5 impegnata a illustrare il suo libro Changes, 64 tavole che rappresentano 64 fasi di mutamento nella vita umana, un volume «delicato, fragile», come dice lei stessa, che si apre «come una scatola di fiammiferi», pensato a partire dalla prefazione di Carl Gustav Jung al libro dell’I Ching.

Alex Xavier Aceves Bernal del gruppo Isteria è uno dei più espliciti a parlare di «ideali politici» ben presenti nel carattere del gruppo, che si connota per «arte, attivismo, pornografia femminista». La rappresentante del Collettivo Bios decanta la bravura di una di loro, Marta, nel fare «collages e tisane». Il ragazzo di B-Popp è portavoce di tutti in una scelta strategica: «Da piccolo andavo ai rave, mi piaceva tutta quella musica e il modo di stare assieme, ma mi mancava proprio l’arte figurativa». Mancava il visivo. Le parole per dirlo non con le parole ma con le figure, le stilizzazioni delle figure, le quasi astrazioni o i veri e propri racconti. Come Una giornata scorsa, il romanzo breve (per disegni) di una città-tipo a partire dalle periferie. Si snoda in orizzontale come un lungo pannello in bianco e nero, movimentatissimo. «È un’opera collettiva», spiega Silvia Rocchi, un’esponente del gruppo che ha finito per chiamarsi come la loro storia a fumetti. «Ognuno di noi aveva una parte da disegnare e lo faceva come gli pareva». Naturalmente il risultato ha una sua coerenza, ma non si sorprendono di ciò i conoscitori della total improvisation post-jazzistica che è il luogo del comune delle singolarità.

C’è un punto del film, un punto all’inizio, che attira interrogativi speciali. È quando Valerio Bindi dice: «Crack! è un festival che comincia quando finisce la parola dentro alla storia del movimento dei centri sociali. Dopo Genova si decide in qualche modo di ripartire dalle immagini, di ripartire dal segno, di ripartire anziché dal linguaggio dalle cose che si vedono». Genova 2001 è il momento della repressione «alla cilena» a cui segue la dispersione della galassia di movimenti che ancora si definiscono no-global. L’immagine, l’operare politicamente con le immagini – perché di far politica si tratta pur sempre, e l’abbiamo visto proprio nel film di Officina Multimediale – come apertura di nuovi orizzonti e insieme come salvezza dopo una brusca battuta d’arresto? E il sopraggiungere di una critica della parola, il medium dominante, il principe dei messaggi delle insorgenze sociali. Quella parola, specie filosofica, che – come ricorda Marco Mazzeo nel suo delizioso libro Il sofista nero. Muhammad Ali oratore e pugile («OperaViva» DeriveApprodi 2017) – aveva cominciato a prendere il sopravvento su tutte le altre attività nel Ginnasio dell’Antica Grecia tra i secoli V e IV. Le prossime rivolte le vogliamo annunciare con la matita e la grafica del computer, non venite più a tediarci con il verbo rivoluzionario. È questo che ci manda a dire Crack!? Forse sì, forse no, non siamo più per fortuna all’enunciazione di metodi obbligatori.

Crack (Land), Enter the rabid (w)hole

regia di Officina Multimediale, colonna sonora di Jamendo

Crack!, festival del fumetto indipendente

Roma, Forte Prenestino, dal 22 al 25 giugno 2017

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