Serena Carbone

Christian Boltanski Animitas (blanc), 2017 video con sonoro / video with sound, 16/9, HD © C. Boltanski

Come si rende percettibile l’esperienza del ricordo? Quand’anche gli oggetti evochino il passato, esso è e resta una dimensione intangibile, mentre la sua rimembranza si combina e si confonde tra le visioni della quotidianità. Allora l’unica strada per esprimerlo passa dall’esplorazione del funzionamento della memoria, non risparmiando capitomboli nella sfera affettiva, emozionale, sentimentale, umana; attraversando il pathos.

Christian Boltanski, pertinace investigatore di memorie, ricordi, oblii, storia e storie, ritorna a Bologna a vent’anni di distanza dalla prima grande mostra italiana, Pentimenti, allestita a Ville delle Rose nel 1997, e oggi come allora a curare il progetto espositivo è l’ex direttore della GAM, Danilo Eccher. Anime. Di luogo in luogo – questo il titolo della mostra – non è solo l’antologica realizzata al MAMbo che ripercorre gli ultimi decenni del lavoro dell’artista francese, ma anche un progetto diffuso in più sedi e declinato in più linguaggi: all’Arena del Sole per quattro sere consecutive (dal 27 al 30 giugno) è andata in scena l’installazione performativa Ultima; all’ex polveriera bunker Giardino Lunetta Gamberini trova posto l’opera in situ Réserve, cinquecento chilogrammi di abiti dismessi e disposti sul suolo; mentre per le maggiori vie periferiche campeggiano su trenta cartelloni pubblicitari altrettanti sguardi anonimi: è Billboards, un intervento di arte pubblica composto da trenta foto che riproducono i dieci sguardi dell’installazione Les Regards che – realizzata in occasione della personale del ’97 e anch’essa esposta al MAMbo – a sua volta riproduce parti isolate e ingrandite di alcune delle fotografie dei caduti nel Sacrario dei partigiani di Piazza Nettuno. Ancora, se solo da settembre all’ex parcheggio Giuriolo sarà visibile il lavoro Take me (I’m Yours), in questa ardente estate completa il “tour Boltanski” l’installazione permanente realizzata dieci anni fa al Museo della Memoria di Ustica, dove intorno al relitto ottantuno specchi e ottantuno lumi, tanti quante le vittime della strage del volo che nel 1980 partì da Bologna diretto a Palermo per precipitare nel nulla all’altezza dell’isola di Ustica, pulsano ancora al ritmo soffuso di un battito cardiaco, mentre dentro nove scatole nere gli oggetti delle vittime trovati in mare giacciono nell’oblio per sempre: di loro non restano che i nudi nomi, una Lista degli oggetti personali appartenuti ai passeggeri del volo IH870, custodita dal museo.

Christian Boltanski Billboards veduta / view, Bologna, 2017 Photo credit Matteo Monti Courtesy Istituzione Bologna Musei

Si consolida nel tempo, insomma, il legame tra Boltanski e Bologna; e tutti gli elementi che compongono il progetto a cielo aperto ritornano sotto il tetto protettore del museo: dalla prima sala, dove risuona ancor più forte e ancor più nitido il rumore di un battito cardiaco, insieme a una luce fioca di lampadine e al riflesso di oscuri specchi neri (Coeur, 2005) alla sala delle ciminiere, dove è installata Regards (2011), quaranta teli bianchi su cui si intravedono occhi che fanno parte di volti: quaranta volti anonimi che funzionano da pareti mobili attraverso le quali perdersi, ritrovarsi, abbandonarsi come in un labirinto tanto caduco quanto sempiterno e immortale – come le stanze generate dalla memoria. Se alzi la testa all’insù, in alto a destra e in alto a sinistra, vi sono delle insegne luminose che indicano le possibili vie di entrata in blu e uscita in rosso (Arrivée, 2015 e Départ, 2015), ma è tutto inutile se lo sguardo rimane dritto impiantato ad altezza d’uomo. Intorno sono disposte opere già note, come Monuments (1980-1990), Autel Chases (1987), Le grand mur de Suisses morts (1990), Contacts (1988) e Ombres (1985). Ma tra le venticinque opere in mostra ve ne sono due più recenti, esposte per la prima volta in Europa: Volver, una grande piramide rivestita di coperte isotermiche che richiama le immagini dei primi soccorsi ai migranti, e Animitas (blanc), posta sul finire del percorso.

Quest’ultima è una videoproiezione di un unico piano sequenza che inquadra centinaia di pali metallici cui sono legati campanelli giapponesi che tintinnano al vento in un campo ricoperto di neve sull’isola di Orleans, in Québec. Installazione effimera, accompagnata al MAMbo da un prato di fieno e fiori, Animitas (blanc) immerge lo spettatore nel ciclo della natura, con il profumo della terra e il suono dei campanelli che volteggiano nell’aria come «piccole anime» bianche e pure. «Nelle mie opere ci sono molte persone, migliaia di svizzeri, centinaia di bambini polacchi. E tonnellate di abiti, perché fin dall’inizio ho pensato che la foto di un essere umano, un abito usato, il battito di un cuore, un corpo morto fossero equivalenti: mostrano tutti l’assenza», dice Boltanski in conversazione con Eccher (testo in catalogo: Christian Boltanski. Anime. Di luogo in luogo, Silvana Editore, 2017). Tutta la poetica dell’artista, in effetti, si caratterizza per l’assenza. Un’assenza che, narrata, immerge l’uomo che osserva e ascolta nel flusso della storia, tanto da divenire esperienza e ricordo. Boltanski si conferma così uno dei più grandi cantori del Novecento: gli stracci, le foto in bianco e nero sfuocate e sgranate, le luci artificiali, agiscono – direbbe Proust – come morsures de la memoire, che nella loro stessa impossibilità di rappresentare il passato, in quello scarto tra vita e non vita, prendono corpo come ricordo, rivelando il funzionamento della memoria.

Dai grandi mali perpetrati dall’umanità non c’è assoluzione, se non – in termini cristiani – ammettendoli all’interno della confessione. E proprio l’atto del confessarsi rappresenta per antonomasia il parlare con l’altro. Ma, sconquassati i sacri arredi, chi è chiamato ad assolvere? Chi può impartire la penitenza? Forse solo nell’incontro, nella comunione, seppur infernale, con l’altro può avvenire il racconto della Storia e di una e tante storie, fatte di piccole lacune, grandi vuoti, frastagliate isole. E non c’è inferno, né limbo o purgatorio o paradiso che non passi da un immaginario collettivo, da una visione condivisa, da un insieme di valori culturali diffusi, introiettati, esperiti. Allora vengono in mente le parole di Tadeusz Kantor, artista del resto molto ammirato da Boltanski, il quale, al celebre motto «Alzatevi, siete accusati» di Picabia, replicava che di fronte a giudici e spettatori – a più di cinquant’anni dall’esperienza dadaista – si può dire solo «Ho dimenticato». Ho dimenticato per ricordare, ancora.

Christian Boltanski

Anime. Di luogo in luogo

a cura di Danilo Eccher

Bologna, MAMbo, dal 26 giugno al 12 novembre 2017

Billboards

installazione diffusa, Bologna, varie zone periferiche, dal giugno all’agosto 2017

Réserve

Bologna, ex polveriera bunker Giardino Lunetta Gamberini, dal 26 giugno al 12 novembre 2017

Ultima

Bologna, Teatro Arena del Sole, dal 27 al 30 giugno 2017

Take Me (I’m Yours)

Bologna, ex parcheggio Giuriolo, settembre 2017

***

Il Cantiere di Alfabeta è uno spazio di dibattito online e dal vivo concepito per sostenere e ampliare il lavoro quotidiano della rivista. Per i soci è ora attivo un gruppo di lettura: il primo libro condiviso è Il selfie del mondo di Marco d'Eramo.

Entra anche tu nel Cantiere di Alfabeta!

Tagged with →  
Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi

THIS ARM / DISARM
Le macchine armate di Paolo Gallerani in un filmato di Maurizio Gibertini - Milano 10 marzo guarda il trailer