Giorgio Mascitelli

Il ritratto ufficiale di Emmanuel Macron: un capolavoro di centrismo, l'ha definito "Quartz"

La ricezione mediatica mainstream del recente successo elettorale del neopresidente francese Emmanuel Macron è un interessante documento ideologico della nostra epoca. Come è noto, Macron, un tecnico proveniente dal mondo bancario entrato a far parte dell’amministrazione Hollande, si dimette da ministro dell’economia del governo socialista circa un anno fa, quando ormai la sorte politica di questo è segnata, per candidarsi alla presidenza della repubblica alla testa di un nuovo movimento che vada aldilà delle tradizionali divisioni tra destra e sinistra. Il calcolo non è affatto sciocco: in Francia esiste da anni un partito centrista sottorappresentato in parlamento per via della legge elettorale, ma non privo di seguito, con cui allearsi, per la sua provenienza politica Macron ha buone possibilità d’intercettare una parte del voto in uscita dal partito socialista, gli appoggi mediatici e finanziari per un’operazione del genere non mancano di certo e, infine, arriva il colpo di fortuna che il partito repubblicano (gollista) scelga un candidato che si rivela debole per via di alcuni scandali personali. L’importante è passare al secondo turno delle elezioni presidenziali perché chiunque vi giunga, dovendo affrontare Marine Le Pen, è favorito per la logica della solidarietà repubblicana. L’operazione riesce e si ripete con maggior successo alle elezioni legislative in virtù anche dell’alto tasso di astensionismo. Il governo nominato da Macron è un abile assemblaggio di personalità politiche golliste, centriste, socialiste e indipendenti che ricorda molto da vicino un governo di unità nazionale, che è poi la formula prediletta oggi in Europa.

Se il dibattito pubblico fosse dominato dalle tradizionali categorie politiche, con un percorso del genere il principale problema politico di Macron sarebbe quello di mostrare la propria discontinuità con i governi passati. Al contrario il punto di forza del nuovo presidente è proprio la sua innovatività, l’essere l’uomo del cambiamento e addirittura l’artefice della rivoluzione liberale, per usare la formula prediletta dai suoi ammiratori italiani. La credibilità di questa immagine (perché naturalmente le campagne mediatiche possono amplificare fino a distorcere qualcosa che è perlomeno minimamente credibile, non certo rendere credibile l’incredibile specie in un lasso di tempo breve e in una circostanza specifica come una campagna elettorale) non deriva certo dal suo programma politico: l’europeismo e l’enfasi sull’asse francotedesco sono degli standard della politica francese e le annunciate riforme economiche neoliberiste sono state uno dei fattori d’impopolarità della presidenza Hollande.

L’immagine di novità di Macron dipende esclusivamente da fattori extrapolitici e personali come la sua giovane età, una carriera svolta fuori dai ranghi della politica, anche se per gli ultimi cinque anni non è poi così vero, e il fatto di essere attorniato da sostenitori e collaboratori che in buona parte hanno caratteristiche simili. Indicativo a questo proposito è l’attacco che il populismo mediatico gli lancia maldestramente obiettandogli il matrimonio con una donna più anziana quale segno d’immaturità, al quale i sostenitori del neopresidente non rispondono, come sarebbe stato lecito attendersi, che simili aspetti della vita privata non hanno rilievo nel dibattito pubblico, ma esaltando il suo matrimonio come un esempio di quelle forme famigliari atipiche che rappresentano il nuovo che avanza anche nel mondo degli affetti privati. Questo episodio, oltre a dimostrare che populismo e discorso delle élite esprimono la stessa cultura ideologica e mediatica, illustra eloquentemente come l’oggetto dello scontro sia la persona e non la linea politica. Analogamente le accuse a Macron di bonapartismo da parte di alcuni oppositori riportate dai giornali sembrano più riferirsi ad atteggiamenti personali che a un disegno politico vero e proprio, d’altra parte la fotografia ufficiale di Macron, in piedi appoggiato alla scrivania in una posa tonica con volto sereno e deciso, rientra più in un’iconografia manageriale standard che nella tradizione napoleonica.

In fondo tutta questa vicenda potrebbe rivelarsi un corollario postmoderno e spettacolare della celebre massima gattopardesca del principe di Salina, che si potrebbe riassumere con un “occorre che cambi almeno l’immagine perché nulla cambi”. L’aspetto più significativo, tuttavia, di questo discorso, è un altro: se ci si pensa bene, il discorso su Macron promuove la depoliticizzazione ossia la percezione apolitica di un fatto eminentemente politico quale l’elezione di un presidente della repubblica tramite la presentazione di un carattere politico, la volontà d’innovazione, come qualità individuale. In un certo senso è ovvio che sia così, visto che, come ci è stato ripetuto fino alla noia, con la fine delle ideologie ciò che conta non sono gli schieramenti ma le persone; meno ovvio forse è che lo sbocco naturale di un simile percorso è riportare in auge il culto della personalità perché, va da sé, grandi cambiamenti non possono che essere il prodotto dell’azione di uomini eccezionali. E che le cose stiano così è dimostrato dal fatto che quello su Macron non è una novità assoluta ma semplicemente la variante francese di un discorso che ha operato in molti paesi.

Allora il problema di fronte a questo stato di cose non è di opporre un discorso mediatico sui difetti di Macron, ma è un lavoro per porre al centro dell’attenzione la critica delle grandi scelte politiche che il discorso sulla novità di Macron tace. Si tratta di un lavoro sotterraneo, di scavo, da talpe, che non darà esiti immediati, ma si sa anche che quando le talpe scavano bene, possono sbucare all’improvviso dove nessuno se le aspetterebbe.

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