Giorgio Biferali

Troppe metafore, troppe parole poetiche, troppi discorsi intorno alla nobiltà e alla sacralità dell’arte, scriveva nel 1947 Witold Gombrowicz in un saggio che fece tanto arrabbiare Ungaretti, intitolato Contro i poeti. Poeti che secondo lui non facevano altro che elogiarsi a vicenda, vivendo lontani anni luce dalla realtà, «mentre noi rimaniamo alla base, a terra, un po’ confusi». «Il mondo della poesia – continuava Gombrowicz – è un mondo fittizio e falso, non mi piace per la stessa ragione per cui non mi piace lo zucchero puro, che va bene con il caffè, ma non da solo».

Chissà che Ben Lerner, poeta e scrittore americano classe 1979, non si sia ispirato a quel saggio per scrivere il suo Odiare la poesia, appena pubblicato in Italia da Sellerio. La premessa fondamentale è il disprezzo – anzi l’odio, appunto – per le poesie una volta che vengono scritte: un odio condiviso da chi le legge e da chi le scrive, che alla fine si affida sempre a quel «neanche a me piace» di una poesia di Marianne Moore dove poi è possibile scoprire, però, «uno spazio per l’autentico».

Nel suo secondo e per certi versi autobiografico romanzo, 10:04 (pubblicato in Italia sempre da Sellerio col titolo Nel mondo a venire), che l’ha portato a essere conosciuto in tutto il mondo – in cui si racconta parte della vita di uno scrittore ebreo americano nato nel Kansas nel 1979 alle prese con problemi cardiaci, un’amica in crisi per via del cosiddetto orologio biologico e le aspettative per il secondo romanzo –, il protagonista di tanto in tanto nomina qualche poeta che è stato importante per la sua formazione, da Whitman a quelli della Scuola di New York, confessa di essere diventato poeta dopo aver ascoltato un discorso di Ronald Reagan, e un giorno rimane sorpreso quando la sua agente gli dice: «è stato più facile mettere all’asta l’idea del tuo prossimo libro che le pagine che veramente scriverai». «L’idea mi piaceva moltissimo – dice – il mio romanzo virtuale valeva più del romanzo reale».

Ed è proprio lo scarto tra virtuale e reale a muovere quel libero flusso di pensieri che è Odiare la poesia. Il poeta, secondo Lerner, è una «figura tragica», e la poesia è «la testimonianza di un fallimento». Durante l’infanzia ci confondono, ci illudono, ci mettono in testa l’idea che siamo tutti poeti, che le poesie le hanno inventate apposta per noi, per i sentimenti che proviamo e che non riusciamo a tirar fuori con i gesti e con la voce. Lerner chiama in causa ovviamente Platone, che nella Repubblica attacca i poeti colpevoli di alimentare, soprattutto nei giovani, il cosiddetto elemento erotico dell’anima, allontanandoli da quello razionale; ma anche Philip Sidney, che in Difesa della poesia sostiene che la poesia è superiore sia alla storia che alla filosofia, capace di commuoverci e «non solo di insegnarci i fatti»; e Percy Bysshe Shelley, secondo il quale «la poesia più magnifica che sia mai stata comunicata al mondo è forse solo una fievole ombra della concezione originaria del poeta». All’eufonia di Keats Lerner preferisce la dissonanza della Dickinson, riflette sull’io vastissimo di Whitman che «contiene moltitudini», e si mette dalla parte di quelli che, come lui, hanno scritto delle poesie, ma che un giorno hanno avuto il coraggio di smettere perché hanno capito che la poesia è impossibile, che esiste solo quando viene immaginata, e una volta che finisce sulla pagina scompare. Il «problema fatale» della poesia, in fondo, saranno sempre le poesie.

Ben Lerner

Odiare la poesia

traduzione di Martina Testa

Sellerio, 2017, 88 pp., € 12

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it

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