Simona Brunetti
In una Biennale che sarà ricordata, da una parte, per i giovani e anempatici no human della performance di Anne Imhof al Padiglione Tedesco e, dall’altra, per la perturbante riproduzione e decomposizione iconica di Cristo nel laboratorio/obitorio ricostruito da Roberto Cuoghi nel Padiglione Italiano, il gallese James Richards completa la triade degli artisti che hanno messo a segno un nuovo immaginario sul corpo, sulla sua relazione con il medium tecnologico. L’operazione non era semplice. Il rischio era quello di liquidare la questione inseguendo le logiche semplificanti di una certa estetica cyborg anni Ottanta, quella che intravide, senza mai poterla sperimentare fino in fondo, l’epoca della contaminazione umano-tecnologico e la tradusse in ingenue visioni di innesti di “carne” e protesi inorganiche. L’universo delle immagini corporee, invece, non solo si configura oggi molto più complesso che in passato, ma è tale da richiedere, quasi come antidoto a questa sua stessa complessità, di essere re-indagato nei termini di quel Neoumanesimo a cui fa più volte riferimento Christine Macel nel testo introduttivo al catalogo di questa Biennale da lei curata. E’ un universo che, grazie ai mutamenti indotti dalla cosiddetta rivoluzione tecnologica, ha a che vedere sempre di più con una dimensione “altra” che travalica i confini di ogni canonica rappresentazione e per questo vive costantemente “in tensione”, subendo lo stress del mutamento e recando in sé una componente lirica che la Macel ha saputo cogliere attraverso questi tre lavori che puntano direttamente al cuore.
Tra questi, What weakens the flesh is the flesh itself , video presentato da James Richards al Padiglione del Galles, nella Chiesa di Santa Maria Ausiliatrice, è quello che più di tutti si lascia andare ad un lirismo dai toni melanconici. L’espressione si riferisce alla condizione di indebolimento del corpo nel suo continuo ri-processarsi in una società che elude qualsivoglia dicotomia tra umano e tecnologico. Il video si configura come mash-up di immagini tratte dall’archivio privato di Albrecht Becker, produttore cinematografico, fotografo e attore fatto prigioniero dai nazisti a causa della sua omosessualità: autoritratti rielaborati da Becker si alternano a fotografie di tatuaggi, di organi genitali modificati, rappresentazioni tratte da un immaginario classico di luoghi e figure erotiche che si duplicano e si moltiplicano, in un lavoro ossessivo di post-produzione dell’immagine del corpo. Sono immagini che raccontano di una carne ridotta allo stremo e costretta a fare i conti con una realtà distopica in cui i sogni del post-umanesimo rincorrono a fatica una realtà che è nei fatti ancora oggi contraddistinta dalla mancanza di argomentazioni e soluzioni condivise sui grandi temi come l’inizio e la fine della vita, il gender, la gestione politica dei farmaci, il rapporto con la tecnologia. Nel suo lavoro Richards descrive tutto questo tramite un cut and paste di linguaggi di varia natura, attraverso una continua staffetta linguistica in cui la narrazione si sposta continuamente da un piano scientifico-oggettivo a un piano personale-soggettivo, da un registro visivo ad uno letterario e sonoro. Su quest’ultimo registro si muove Migratory Motor Complex installazione elettroacustica a sei canali, nonché audio-collage di suoni che incorpora, tra l’altro, la voce dello stesso Richards, nata con l’obiettivo di rendere partecipe il visitatore di altrettante micro-esperienze emotive basate sulla dissonanza tra il freddo linguaggio digitale e il calore della grande pittura ed architettura classica della chiesa. Il registro testuale, lo si incontra invece, sempre nel lavoro di Richards, in un libretto distribuito all’interno della mostra, contenente un testo di Chris Mc Cormack intitolato Head of Voice sul tema dell’irrompere improvviso della voce maschile in età adolescenziale. Anche qui il costrutto narrativo slitta continuamente dal piano scientifico a quello intimo, avvalendosi, alternativamente, nel racconto, della prima o della terza persona. In questo, come negli altri lavori presenti nel Padiglione gallese, Richards fa perno sul discorso per cui, grazie alle possibilità offerte dall’editing digitale e dalla quantità infinita di informazioni a cui è possibile avere accesso tramite i nuovi media, un’immagine non può mai essere percepita come in sé conclusa, bensì composta da una panoplia di altre immagini.
Tutto trova ancora una volta la sua metafora nel processo di costruzione e de-costruzione, composizione e de-composizione del corpo nell’installazione di Cuoghi al Padiglione Italiano. E’ qui che si compie, appunto quell’Imitatio Christi che dà il titolo al lavoro. Il corpo di Cristo, viene infatti riprodotto artificialmente, per poi essere sottoposto ad un procedimento chimico che ne intacca la materia, dalla superficie fin dentro la carne. Il processo è continuo ed è mostrato nei suoi vari stadi in questa moltitudine di corpi che, a partire dall’immagine iconica per eccellenza dell’arte classica, dà luogo ad un corollario di immagini che ingloba in sé il preistorico “Uomo di Similaun” come l’umanità sacrificata e scarificata di vivi e morti insieme nei campi di sterminio. In un mondo ipertecnologico che cambia alla velocità della luce, il Cristo rimane dunque l’immagine più potente di quella continua ri-generazione identitaria che, per ritornare al discorso di Richards, indebolisce il corpo “di carne e sangue” e ne rafforza la natura ologrammatica. La tecnologia, quella utilizzata da Cuoghi per riprodurre e far degenerare i corpi, è ancora una volta il medium attraverso cui tutto questo si realizza.
Il discorso viene in parte ripreso dalla Imhof nella performance dal titolo Faust, dolorosa messa in scena di una generazione di giovani post-gender imbrigliati in un universo fatto di farmaci, pratiche sessuali estreme, dispositivi tecnologici e capi d’abbigliamento brandizzati, che si muovono, guidati da messaggi testuali trasmessi da telefoni cellulari, impercettibili strumenti di micro-potere. Sono corpi che, come afferma Susanne Pfeffer, curatrice del padiglione tedesco «sembrano permanentemente trasformarsi in immagini consumabili; vogliono diventare immagine, merce digitale». I performer si muovono continuamente, abitano lo spazio, avvicendandosi nei vari livelli architettonici del Padiglione, annichiliti nella ricerca di una fuga che rimane irrealizzata - se pur nella realtà dei fatti possibile - di un contatto con l’altro che resta sospeso nella superficialità di un gesto, di un’attitudine significante che resta senza significato. Rispetto agli altri due lavori citati, questo della Imhof ci restituisce forse la visione più brutale e agghiacciante del destino dell’umanità che starebbe per compiersi. Visione tuttavia anch’essa non immune da un sentimento di tenera compassione per quella capacità dei performer, di sfidare, nella loro ricerca impossibile di una connessione con l’altro, l’ oggettivazione del corpo nonostante l’attrazione verso il loro naturale divenire merce. E’ l’ultimo atto di resistenza possibile? Forse. O forse, come invece sembra suggerire la Macel, è un punto di partenza per ricominciare a parlare del corpo alla luce dell’emozionalità che esso naturalmente possiede e trasmette. Un emozionalità che pur evolvendosi e assecondando il suo tempo, si pone ancora oggi come ideale punto di partenza e di ancoraggio del pensiero.

Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi

THIS ARM / DISARM
Le macchine armate di Paolo Gallerani in un filmato di Maurizio Gibertini - Milano 10 marzo guarda il trailer