Patricia Peterle

Negli ultimi mesi sono stati almeno due i libri pubblicati che parlano di vite o, per meglio dire, di forme-di-vita: il primo è Autoritratto nello studio di Giorgio Agamben, il secondo Leggenda privata di Michele Mari. Da un lato il filosofo più arguto e dall’altro il prosatore più inquietante degli ultimi tempi. Libri che parlano di percorsi, di persone conosciute, di scelte fatte; insomma, un fitto ventaglio il cui dischiudersi si trasforma pian piano in un vero e proprio dispiegarsi dell’autentico.

Parole e pensieri condividono lo spazio della pagina con delle fotografie selezionate che accompagnano il ritmo della voce narrante – sempre uguale e sempre diversa. La fotografia qui non viene intesa come semplice illustrazione di ciò che le parole cercano di tessere, ma piuttosto assume un ruolo essenziale facendosi portatrice di potenzialità. È, questa fotografia, un nodo intimo e allo stesso tempo un evento-avvenimento che lascia dei segni incipienti in quell’esistenza “nomade” che abita in ognuno di noi. Come dice Sebald quest’immagine, che spesso “fissa” un attimo di una situazione appartenente ormai al passato, è anche un “appello” rivolto all’osservatore, affinché inneschi col suo sguardo racconti e immaginazioni a partire da questi “attimi”. Guardarli diventa dunque un gesto, quello di un’entrata: fatto di reminiscenze, sensazioni, percezioni, odori di un mondo fino ad un momento prima silenzioso, ma carico di voci e rumori. L’Autoritratto nello studio si rivela allora una paziente raccolta di indizi, frammenti di memorie, lacerti del vissuto, assieme ad annotazioni proprie e altrui, resti di viaggi, libri letti, collezioni fatte, incontri con persone diventate care e poi perdute. Vestigia dell’evolversi di una vita, con i suoi sentieri e percorsi. Le foto selezionate da Agamben propongono, come detto, un gesto: come pensare a questa forma-di-vita? È attraverso i vari studi (spazio in cui si studia e studio vero e proprio) che ha inizio questa passeggiata, uno spazio interiore quindi, quello delle riverberazioni, un «dentrificare il Fuori». Tra la pazienza e l’impazienza della partizione.

La prima foto dello studio di San Polo, a Venezia, era già apparsa in To Whom is Poetry Addressed? (in New Observations, 130, 2015), nelle fattezze di un riverbero. E non a caso la prima parola del nuovo libro di Agamben è «soglia»: spazio nebbioso, limite non sempre chiaro tra un dentro e un fuori, termine che in senso letterario può assumere persino il valore di «casa». È proprio qui, nell’ambivalenza, sensazione confermata da un altro termine, «porta» – vano, accesso, adito, limite –, che si delinea il territorio di questa scrittura «anfibia», della mano che trema, della vita fatta e intrisa di contingenza. «Le porte del mistero lasciano entrare, ma non lasciano uscire […]. Non che il mistero si infittisca, al contrario – semplicemente sappiamo che non ne verremo fuori», come scrive Agamben. La sensazione è quella di «essere a casa nel non ritrovarsi», momento in cui le certezze vengono meno. I luoghi abitati, le persone incontrate, i momenti del vissuto «chiedono di entrare», allo stesso tempo in cui diventano «intimamente stranieri a se stessi». Questi tasselli dell’incompiuto mosaico, di una partitura musicale alimentata proprio da piccole-grandi cose che vengono rivissute, evocate, ascoltate «al buio», permettono un articolato incrocio di tempi, un’archeologia del continuum.

Ecco qui la dimora aperta nel varco tra passato e presente e, di conseguenza, il debito «incalcolabile» con Walter Benjamin: «la capacità di estrarre e strappare a forza dal suo contesto storico ciò che interessa per restituirgli vita e farlo agire nel presente». I testi di Benjamin, studiati, ricercati, in alcuni momenti addirittura con ossessione, diventano orme dei sentieri oscuri dell’intuizione e della dedizione allo studio, che fanno sì che nel 1981 Agamben, nella Bibliothèque nationale, veda poggiare sul suo tavolo delle buste gialle con dei manoscritti «persi». Fine di una peregrinazione, dunque, i cui residui restano in una foto: nei vari quaderni-laboratori dei libri pubblicati. Questi quaderni, archivi da leggere iniziati nel ’79, sono oggi una trentina e occupano uno scaffale nello studio di Venezia; in verità essi sono ormai il vero studio, la cui descrizione possibile è solo esteriore, proprio perché, con una calligrafia frettolosa e spezzata, essi sono la parte più viva e preziosa della vita e al contempo ne rappresentano gli inerti cascami.

È quindi nel territorio di un collezionista alla Benjamin o alla Warburg, operando dei montaggi, che Agamben invita il lettore a percorrere i suoi studi, fisici e allegorici. Lo studio visto come laboratorio vivente, con tutti i suoi strumenti e, soprattutto, come spazio peculiare di quella mano tremante, in cui si trovano conservate le «minute della creazione»; proprio per questo, «provare a descrivere il proprio studio significa allora provare a descrivere i modi e le forme della propria potenza – un compito, almeno a prima vista impossibile». Due aspetti che emergono da questo percorso nello studio sono l’amore e l’amicizia. Amore per l’altro, per la vita, per lo studio, cose che ci permettono veramente di conoscere e di uscire da se stessi. E l’amicizia come una manifestazione della condivisione, la partizione senza oggetto, un co-sentire che segna anche la politica (per ricordare il saggio del  2007 intitolato appunto L’amico).

Il percorso offerto in Autoritratto inizia con la fotografia insieme a Heidegger scattata durante il seminario di Le Thor, nel 1966. Il paesaggio provenzale, con le rovine del castello di Lacoste, è «il primo luogo in cui ho voluto nascondere il cuore». In effetti questo è il primo di quegli incontri decisivi riportati dal filosofo, a cui ne seguiranno tanti altri. «Vi sono nella vita eventi e incontri a tal punto decisivi, che è impossibile che entrino completamente nella realtà. Accadono, certo, e segnano la vita – ma non finiscono, per così dire, mai di accadere. Incontri, in questo senso, continui»; infatti, l’Autoritratto non è che una collezione di questi momenti decisivi, continui, che vengono rievocati tramite alcuni ricordi, ormai rovinosi che tuttavia restano: «e ciò che va al di là della vita è ciò che resta di essa». Cosa resta, allora, di Heidegger, Benjamin, Arendt («trovai il coraggio di scriverle»), Stravinskij, Urbani, Chiaromonte, Debord, lo studio di piazza delle Coppelle ereditato da Manganelli, Bachmann, Ginevra Bompiani, Bergamín (Pepe), Giorgio Pasquali, Giorgio Colli, Ruggero Savinio, Caproni (il poeta più ammirato), Morante, Pasolini, Betocchi, Calvino, Claudio Rugafiori, Patrizia Cavalli, Jean-Luc Nancy, Monica Ferrando? Forse una filosofia vissuta come intensità che penetra in qualsiasi ambito, in particolare quello poetico, perché il linguaggio è una dimora, come avevano capito Hölderlin e lo stesso Caproni. E cosa resta delle letture di Melville, Dostoevskij, Weil, Campana, Leopardi, Pascoli, Dante, Hölderlin, Landolfi, Walser, Kafka, Warburg, o ancora di opere come quelle di Tiziano, Arikha, Salgado (la fotografia di una bambina – «sarà lei a giudicarmi […] a condannarmi, come sembra suggerire la sua espressione sofferente e severa, o ad assolvermi»)? Cosa resta di questi incontri e contatti che ci fanno continuare? Il Pulcinella di una foto, appartenuto a Totò (personaggio rivisitato da Watteau, Callot e Magnasco), non è un caso: è colui che oscilla fra vita e sogno, sfera reale e virtuale, sfiorando una dimensione etica del tutto particolare. Forse perciò, alla fine di Pulcinella ovvero Divertimento per li regazzi (il saggio che ha inaugurato due anni fa la collana «Luce mediterranea» diretta da Ginevra Bompiani, e del quale di conserva all’Autoritratto nello studio è uscita una nuova edizione aumentata), si legge: «la vita propriamente umana è, infatti, quella che, rendendo inoperose le opere e le funzioni specifiche del vivere, le fa, per così dire, girare a vuoto e, in questo modo, le apre in possibilità. Non vi è, in Pulcinella, una vita vegetativa separa dalla forma di vita, una zoe che possa essere distinta e separata dal bios. Egli non è, in verità, né l’una né l’altro. È, piuttosto, il terzo che appare nella loro coincidenza».

L’Autoritratto è il bilancio di una vita ricchissima, desiderata, ricercata, alimentata nel corso degli anni, i cui minuti tasselli sono sparsi nei ricordi, nei vari oggetti conservati negli spazi intimi degli studi. Un camminare che si fa intermittente, «un torbellino de palabras», per non dimenticare uno dei punti più alti del libro, quello dell’amicizia con Bergamín. Il percorso di una vita si accompagna alla ricerca del libro assoluto e perfetto: «Così continuiamo a cercare senza sosta per anni, finché comprendiamo che quel libro non esiste da nessuna parte e che l’unico modo per trovarlo è scriverlo noi stessi». La foto finale dell’erba è appunto un altro moto di questo esercizio di vita.

Giorgio Agamben

Autoritratto nello studio

nottetempo, 2017, 174 pp. ill. col., € 18

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