Nello Speciale:

  • Valentina Manchia e Benedetta Saglietti, Silvana Barbarini, un secolo di forme in azione
  • Serena Carbone, Un quadrato nero per i rapsodi del futuro

Silvana Barbarini, un secolo di forme in azione

Valentina Manchia e Benedetta Saglietti

Fotografia di Alberto Calcinai

“La danza ha sempre estratto dalla vita i suoi ritmi e le sue forme”: inizia così il Manifesto della danza futurista con cui Marinetti si riprometteva, quasi dieci anni dopo la pubblicazione del celebre manifesto del 1909 e a cent’anni da oggi, nel luglio del 1917, di espandere lo sguardo futurista anche alla danza, secondo quelle ambizioni da arte totale che avevano preso le mosse da poesia, pittura e scultura e sarebbero arrivate, di lì a pochi anni, fino alla gastronomia.

Nella danza l’obiettivo è tendere “a quell’ideale corpo moltiplicato dal motore”, alla radice del pensiero futurista, metà uomo metà macchina, affascinato dal metallo delle fabbriche e delle armi. È, infatti, l’assolo della danzatrice-aereo, in attillata tuta argentea, un acme dello spettacolo: l’ibrido di una donna nuova, scattante, asciutta e muscolosa, dal fascino moderno (“L’arte e la guerra sono le grandi manifestazioni della sensualità; la donna è il grande principio galvanizzante al quale tutto è offerto”, così nel 1919 il Manifesto della lussuria futurista), e di una macchina che ha conquistato tutti i cuori futuristi. Vanno così in scena la velocità e l’accelerazione, già portate su tela e impresse nel bronzo da Boccioni, in primis, così come il ritmo e il concatenarsi serrato e metallico di azioni e conseguenze, come proiettili lungo una mitragliatrice.

È proprio la mitragliatrice, insieme allo shrapnel e all’aeroplano, la protagonista di uno dei momenti del manifesto del 1917 – felice unione di teoria teatrale e di sceneggiatura – che Silvana Barbarini ha portato sulla scena in Uccidiamo il chiaro di luna (1997-2015), al Teatro Alighieri di Ravenna lo scorso 1° giugno in occasione del Ravenna Festival 2017, riallestito nell’ambito del Progetto RIC.CI (Reconstruction Italian Contemporary Choreography Anni ’80/’90), la cui ideatrice e direttrice artistica è Marinella Guatterini.

Un’edizione del Ravenna Festival che annovera nel suo nutrito programma anche un versante extraeuropeo, con la rarissima opera Vittoria sul sole (1923), il capolavoro del futurismo russo, in prima esecuzione italiana sempre all’Alighieri, di cui scrive Serena Carbone in questo Speciale. Si trattava di un poker d’assi: il poeta Aleksej Krucenych, librettista, il compositore Michail Matjusin, e il celebre Kazimir Malevic, pittore, responsabile delle scene e dei pazzi costumi.

Fotografia di Alberto Calcinai

Uccidiamo il chiaro di luna nasce dalle frequentazioni futuriste di Barbarini, prima fra tutte la collaborazione con Giannina Censi, la danzatrice classica che, dismessi gli abiti dell’accademia, fu la prima e la più acclamata interprete del futurismo nella danza, soprattutto nella stagione degli anni Trenta quella in cui impazzava l’aerofuturismo di Tullio Crali, e condensa una riflessione, al contempo filologica e scenica, sui principali testi futuristi. Al fecondo dialogo di Barbarini con Censi, di cui è stata allieva, hanno dato corpo, voce e suoni i talenti della Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano.

Nello spirito di Marinetti e soci Barbarini rilegge le danze del già citato Manifesto e alcuni dei principali testi poetici futuristi, come Zang Tumb Tuuum (ovvero Il Bombardamento su Adrianopoli del 1912, apparso in veste definitiva nel 1914), nella revisione di André Laporte, a Ravenna diretto da Emanuele De Checchi: la prima delle parolibere futuriste a occupare la forma libro come un campo di battaglia e a dispiegarsi sulla pagina, lettera dopo lettera, sfruttandone il bianco in senso spaziale.

La danza, arte del corpo in movimento, è essere chiamata al confronto con la messa in scena tipografica delle tavole parolibere, in cui le onomatopee che si dispiegano da un angolo all’altro della pagina rendono sonore le macchine di cui si raccontano le gesta (Zang Tumb Tuuum, appunto) e la manipolazione dei corpi tipografici, ora enormi ora minuscoli, ora schierati in ordine ora in collisione gli uni contro gli altri, porta movimento e azione sotto gli occhi di un lettore che diventa spettatore.

Quei corpi tipografici che diventano veri e propri corpi, dotati di volontà e spessore, sulle tavole parolibere, si fanno reali nello spettacolo orchestrato da Barbarini, trasposizione dell’esplosione parolibera in movimenti scenici e coreografici che inglobano e utilizzano anche lettere e parole, attraverso l’esibizione di cartelli a mo’ di sovratitoli per legger meglio l’azione, come da indicazioni di Marinetti, o le tavole parolibere di Depero e Severini, indossate e srotolate come mantelli.

Fotografia di Alberto Calcinai

Altro protagonista sulla scena è il colore, sempre iconico, tanto nei pannelli monocromo che fanno da sfondo all’azione quanto nei costumi (Donatella Cazzola, Enza Bianchini, Nunzia Lazzaro) e nelle luci di Paolo Latini. È stato scritto che alcune danze concepite nel Manifesto della danza sono a piedi nudi e “su silenzio”: dalla danza è dunque estromessa l’antica componente principe, la musica. In verità è proprio il ritmo di piedi e di mani a scandire la parte scenica, un ritmo corporeo indicato da Marinetti nel manifesto con estrema precisione, che andava letto e interpretato con orecchio attento, e si tramuta efficacemente sulla scena con scrupolo filologico. Uno scorrere quindi di voci, canzonette, declamazioni di Marinetti, Cristiano Censi, Tullio Crali supportate dalle accurate ricerche musicali di Daniele Lombardi.

La parte uditiva guida lo spettatore in uno spettacolo così moderno da risultare poco contemporaneo: in alcuni momenti di Uccidiamo il chiaro di luna si ascolta infatti, come in filigrana, la voce guida del poeta delle parole in libertà, recuperata da registrazioni d’archivio – una radio in scena, tutta sola, lucente glorificazione della riproduzione musicale tecnologicamente più avanzata, è per un breve momento l’unica protagonista – o la lettura della sceneggiatura che regge l’insieme, come a tracciare un filo lungo l’esplorazione di un universo inedito, costituito di frammenti di opere diverse, ma accomunate da uno slancio comune.

Uno spettacolo totale trasformato, dal lavoro di ricerca di Barbarini lungo quasi vent’anni, in un’esibizione corale e non nell’exploit di un singolo danzatore, nella magnificazione di quella passione per le forme in azione che ha contraddistinto la visione visionaria di Marinetti e dei suoi.

Ravenna Festival, fino al 22 luglio

http://www.ravennafestival.org/events/uccidiamo-chiaro-luna/

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Un quadrato nero per i rapsodi del futuro

Serena Carbone

No, signor Benois, non troverete il segreto magico e non mi caccerete nel branco dei porci, perché il segreto magico è l'arte stessa di creare ed essa è nel tempo e il tempo è più grande e più saggio dei porci! E nel mio quadrato non vedrete mai il sorriso della dolce Psiche.

E non sarà mai il materasso dell'amore.

Malevič, Lettera a Benois, Maggio 1916

Fotografia di Silvia Lelli

È il 3 dicembre del 1913 quando al Teatro Luna Park di San Pietroburgo va in scena Vittoria sul sole. Solo due serate - inframezzate dalla rappresentazione della tragedia Vladimir Majakovskij di Majakovskij -, due serate per stupire, denigrare, indignare, entusiasmare.

Vittoria sul sole è un'opera teatrale ideata e realizzata da alcuni degli uomini dell'avanguardia e della rivoluzione: Aleksej Kručënych (testi), Michail Matjušin (musica), Kasimir Malevič (scenografie e costumi), Velimir Chlébnikov (prologo), quest'ultimo poeta “transmentale” nonché maestro dello stesso Majakovskij. L'opera dai toni bizzarri e drammatici si fa beffe del «vecchio romanticismo e il vaniloquio», annunciando l'avvento di una nuova era in cui la vittoria sul sole simboleggia la sconfitta della logica comune e del concetto tradizionale di bellezza.

Da allora mai più rappresentata, nel 2013 in occasione del suo centenario, Vittoria sul sole è stata ricostruita dal Teatro Stas Namin di Mosca in collaborazione con il Museo Russo di Stato di San Pietroburgo per la regia di Stas Namin e Andrej Rossinskij; nel 2017 in occasione di un altro centenario – quello della rivoluzione russa – è arrivata per la prima volta in Italia, al Ravenna Festival con un'unica data: 21 giugno al Teatro Alighieri.

Un'opera totale, un'opera da sentire - come avverte il regista a pochi minuti dall'inizio di uno spettacolo che più volte rompe la quarta parete sconfinando in mezzo al pubblico, perché non si è mai semplici spettatori davanti l'avanguardia; un'opera visionaria, ricca di accenti e genuflessioni di fronte ad un universo capovolto, in cui le finestre non aprono all'esterno ma all'interno delle case, in cui a scandire l'azione sono i ritmi incalzanti e le atmosfere dionisiache, in cui il tempo stesso è abolito in nome di un infinito, perpetuo, irrazionale e anti-illuministico periodo-mondo; un'opera che mette in scena immagini in movimento e parole spezzate, danneggiate, malconce e frantumate che nel loro essere scarto, si liberano dal vincolo della sintassi e, conseguentemente, del significato. Un nuovo mondo sorge sulle ceneri del passato, grazie ad un afflato cosmista, e si libra senza gravità, là dove tutto è velocità, tecnica abbagliante e roteante libertà.

Per progettare l’evento, i tre artisti e amici si incontrano pochi mesi prima in quello che loro stessi definiscono il “Primo congresso panrusso dei rapsodi del futuro”, nella dacia finlandese. Le formule di agrammaticalità, difatti, sono parte di un vero e proprio manifesto cubo-futurista che si propone di cambiare il mondo, e per cambiare il mondo, occorre partire proprio dal linguaggio. Sconvolge pensare che da lì a quattro anni sarà effettivamente rivoluzione, non solo di forme e di contenuti, ma di un'intero assetto sociale e politico che scioglierà ogni vincolo con un potere superiore e precostituito.

Nel non-sense generale che domina la scena, la storia è debole: vinto il sole è un tripudio di gesti, colori e suoni. Nonostante esistano due personaggi principali, il loro movimento non è nel tempo ma contro il tempo, contro lo spazio, contro una cultura identificata come nemica da annientare definitivamente. E loro stessi divengono tempo, e incarnano e sfidano al contempo il passato, il presente e il futuro con le loro armature futuriste, i loro gesti macchinosi, le loro voci squillanti. Le parole si sgretolano sotto il peso della modernità grazie all'attuazione di un metodo ben preciso che sostituisce spesso le radici latine con quelle slave. Sono gli albori del suprematismo, l'avanguardia che prima di essere un movimento artistico, si propone di essere un sistema logico di decostruzione e costruzione di una nuova spazialità.

Fotografia di Silvia Lelli

Nonostante l'opera simbolo del suprematismo, Quadrato nero di Malevič, venga esposta per la prima volta nel 1915, nel catalogo alla X mostra statale: arte non-oggettiva e suprematismo del 1919, l'artista scrive: «Il suprematismo è nato a Mosca nel 1913». A quel tempo risale, infatti, l'idea del quadrato nero che, difatti, alzato il sipario sulla scena appare proprio come décor della Vittoria sul sole. Questa geometria scura e definita è il nulla, fine ed inizio senza fine di un nuovo mondo. Del resto, tutta l'Europa è attraversata dalla sferzata irriverente dell'innovazione visuale: inutile sottolineare le evidenti comunanze con i futuristi italiani, o con le successive sperimentazioni dada; ma si può dire anche di una differenza: mentre il linguaggio dell'Europa occidentale mira a sabotare l'ordine precostituito, aggredendone in particolar modo l'immaginario (la Fontana di Duchamp è tale in virtù di uno slittamento nominale piuttosto che di una costruzione ex novo di una fontana), la pratica suprematista si caratterizza per essere dinamica e costruttiva. In Malevič come in tutti gli altri suprematisti opera una volontà “formocreatrice” che se da una parte demolisce il passato e la tradizione, dall'altra apre ed esplora nuove dimensioni in maniera ancora più radicale rispetto ai compagni europei.

È ancora il 1913, quando il gruppo cubo-futurista di San Pietroburgo - per mano di Ol'ga Rozanova - pubblica un articolo in cui vengono esplicitati i punti fondamentali della “nuova creazione”: inizio intuitivo, trasformazione personale del visibile, creazione astratta. Tre momenti fluidi che si susseguono l'uno dietro l'altro e tutt'oggi probabilmente non smettono di roteare nelle menti di chi le ha create e in quelle di chi ancora le guarda e pensa, insieme ai rocamboleschi avventurieri della Vittoria sul sole: « Il mondo perisce ma noi non avremo fine».

Ravenna Festival, fino al 22 luglio

http://www.ravennafestival.org/events/vittoria-sul-sole/

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