Filippo Polenchi

Torna in libreria dopo anni di assenza dai cataloghi Cosmo di Witold Gombrowicz (prima uscita: 1965) per i tipi del Saggiatore, con la traduzione di Vera Verdiani, a cura e con una bellissima postfazione di Francesco Cataluccio. Assenza appena «interrotta» dalla trasposizione cinematografica nel 2015, quando un altro polacco che girava in Francia, il «maudit» Andrzej Żuławski, vinceva a Locarno il premio alla regia per il suo terminale Cosmos. Due personalità affini, scrittore e regista, che si sono confrontati con il caos e l’ordine prima di morire.

E così torniamo a leggere questa labirintica soggettiva dello sguardo, un occhio che si apre appena un attimo dopo aver ricevuto il battesimo del risveglio, un occhio che si muove come la steadycam di Shining all’inseguimento del piccolo Danny, pedinando le sue imprevedibili rotte lungo il «nostro frammentario, caotico, trascurato, abietto e vile rapporto con ciò che ci circonda».

Mimesi dell’esperienza di conoscenza, questo oscuro e bizzarro romanzo poliziesco, che Gombrowicz definiva «un romanzo sulla fabbricazione della realtà», è l’episodio tardo ed estremo di un percorso epistemologico, diciamo pure macronarrativo, iniziato negli anni Trenta – acme della nuova letteratura modernista – e di un autore che da Ferdydurke (1938) a Transatlantico (1953), dai racconti di Bacacay (1957) a Pornografia (1960) fu amato dai «novissimi» neo-avanguardisti, Sanguineti in testa.

I due giovani Witold e Fuks, sospinti dal vento della noia in un’estate polacca slavata di disperazione, biancastra, sovraesposta di luce e insensatezza, sono in viaggio, entrambi in fuga provvisoria da Varsavia, il primo dai genitori, il secondo dal terribile capufficio Drozdowski. La visione di un passero impiccato lungo la strada e poi l’incontro con due bocche speciali nella casa dove alloggeranno – una è la bocca bellissima di Lena, l’altra è quella sfigurata di Katasia – scateneranno una serie di complicazioni, «combinazioni possibili» e conseguenze che seguiranno una logica aleatoria, una «realtà che si fa scrivendo».

«Sto annotando dei fatti. Questi e non altri. Perché proprio questi? Guardo la parete. Puntini, pustole. Ne emerge qualcosa, come una figura. No, la figura svanisce, è svanita, restano il caos e quella sporca profusione». Il dissidio fra caos e cosmo, fra «lusso del disordine» e gli «indizi» di un ordine è lo specchio di un altro dissidio, quello tra «sozzura» e «angelicità». Se, per dirla con Lacan, il soggetto del desiderio si nasconde nel linguaggio, allora il «berg», la parola (forse di origine yiddish?) d’impossibile traduzione, alla maniera del dantesco «Pape satan aleppe», è l’allarme linguistico di una irriducibilità dell’«inconscio fisico». Gombrowicz prende in parola Freud quando, per spiegare la pulsione, utilizza l’immagine di una «bocca che bacia se stessa». Le due bocche, che prima si sovrappongono e poi creano una specie di essere transgenico, una mutazione orale che ossessiona il protagonista, sono proprio incarnazione della pulsione, che ha trovato la sua naturale via di comunicazione con l’esterno.

Se i due ragazzi, immaginando indizi inesistenti (una freccia disegnata sul muro indicherebbe dove indirizzare le loro indagini), inverano le stesse supposizioni, ciò accade perché dalla bocca l’immaginazione sfrenata – dominio, onnipotenza – ha collaudato il suo esperanto: da questo varco ora tutto è possibile. Come in Doppio sogno di Schnitzler, il tradimento immaginato è più di un’onda cerebrale, è emanazione fotonica, è incarnazione di atti e passioni. È l’erotismo delle cose che chiama all’azione i due onanisti (come in Ferdyduke) annoiati: il loro viaggio – e da un certo punto in poi il viaggio del solo Witold – è quello dell’investigatore nel labirinto dei possibili, nel mistero che fa esclamare: «come si fa a sapere qualcosa, non si sa mai nulla, niente è mai certo». È il richiamo della pulsione, lo spazio dell’informe, del caos, che può rompere la paralisi dell’inazione: è un esilio primigenio, l’esclusione da quella specie di big bang dei fenomeni della realtà: «Possibile che niente possa mai essere realmente espresso [...] possibile che non si riesca a riprodurre il balbettio dell’attimo nascente?».

Il romanzo, poi, deflagra con l’irruzione di Leon, con il suo linguaggio allarmato, patologico, balbuziente. «Oh oh oh oh, dov’è la fiaschina mammina, facciam la piscettina, mungere il cognac, patapum patapàm!». L’esplosione del determinismo allucinato, che presiedeva alle investigazioni dei due improbabili Holmes & Watson, avviene proprio a partire dalla comparsa in scena dell’ex-banchiere perverso: perché è Leon il vero angelo della follia. È per via della disarticolazione del linguaggio, grazie al virus della parola – ancora pillole per bocca potremmo dire – rappresentata dal «berg», che si «introducono i [...] fantasmi nel mondo reale». Con Leon Cosmo rivela la sua natura di generatore di angosce, ectoplasmi deviati che polverizzano ogni barriera fra interno ed esterno. Vale la pena, dunque, di rileggere con attenzione questo capolavoro di letteratura sì parodistica e carnascialesca, ma anche critica, clinica: letteratura di crisi, per una crisi affatto provvisoria, ma anzi, destinata a durare quanto dura l’essere umano e il suo esilio dalla perfezione del proprio piacere. La realtà è questa: distanza, apprendistato alla perdita. Come dice Heidegger: «L’angoscia rivela il Niente».

Witold Gombrowicz

Cosmo

traduzione di Vera Verdiani, a cura e con una postfazione di Francesco M. Cataluccio

Il Saggiatore, 2017, 240 pp., € 24

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