Nello Speciale:

  • Marco Dotti, Un'industria basata sull'empatia del divertimento

  • Elisabetta Marangon, Stefano Cerio, anatomia comparata dell’assenza

    Le immagini proposte nello Speciale appartengono al ciclo Night Games di Stefano Cerio

Un'industria basata sull'empatia del divertimento

Marco Dotti

Che cosa cerca, che cosa trova, che cosa, al più, spera di trovare o s’impone di cercare il turista impegnato a farsi un selfie davanti a una di quelle cattedrali della simulazione imperfetta che sono le varie “venezie” in replica sparse per il globo?

Prendiamo The World, il parco a tema vicino a Pechino.

Le Piramidi, il Partenone, i moai dell’Isola di Pasqua. Tutte riproduzioni, certamente. Ma, in scala o meno che siano, queste riproduzioni giocano un ruolo nella costruzione di un immaginario, così come i turisti giocano una parte in qualcosa che eccede questo immaginario sfondando in un campo, il “turismo”, che stentiamo a elaborare a pieno. Tutto suona inautentico, in questo gioco fra ruolo e parte, non fosse che per il fatto che una parte di quel tutto, in qualche modo, resiste e sfugge al circolo, fin troppo vizioso, del “post-”.

Anche del turismo odierno si è parlato in termini di post-turismo, forse perché nel fenomeno del turismo di massa e della nozione di “città turistica” che vi si connette si è tardato a cogliere la valenza epocale e il “post”, in questo come in molti altri casi, è valso da esorcismo. Di un’età del turismo, al contrario, parla Marco d’Eramo nel suo importante Il selfie del mondo e invita farlo così come si è parlato dell’età del vapore, dell’acciaio o dell’età dell’imperialismo.

Trattare la questione in termini di età del turismo, per d’Eramo, non è un semplice modo di dire. Per molte ragioni. Una su tutte è cruciale e, soprattutto, decisiva nel guidare l’analisi di d’Eramo: il turismo è l’industria del secolo, ciò nonostante fatichiamo a percepirla come tale. L’industria principale, un’industria pesante, che impatta su sistema e ecosistema in maniera radicale e che, secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, nel 2015 ha generato ricavi globali per 1522 miliardi di dollari.

Il lavoro di Marco d’Eramo, fonte di grande erudizione e rigore, portando all’atto l’insegnamento del miglior Bourdieu, opera un ribaltamento di prospettiva: a dispetto di quanto troppo spesso si è disposti a concedere, il turismo non è solo un’industria e nemmeno un’industria pesante fra tante. Il turismo, spiega, dati alla mano, d’Eramo, è «l’industria più pesante, più importante, più generatrice di cash-flow del XXI secolo» e, come tale, «ci mostra quanto assurda è la contrapposizione tra moderno e postmoderno». In quanto “superfluo”, il turismo, nella lettura di Marco d’Eramo, rientra di diritto nel postmoderno ma, ecco il punto, «la sua materialità di acciaio, auto, aerei, navi, cementifici lo situa tutto dentro la pesantezza industriale del moderno».

Milioni di addetti, miliardi di dollari, innovazione tecnologica e forza lavoro bruta: eppure, continuiamo a considerare il turismo come un fenomeno tipico della postmodernità immateriale. Perché?

Torniamo ai nostri turisti sorridenti davanti ai loro monumenti in replica. Torniamo alla nostra domanda: che cosa cercano? Che cosa li attrae? Che cosa li seduce? Che cosa li spinge a desiderare ancora, a desiderare di vedere, toccare, sentire ciò che già stanno toccando, sentendo, vedendo... ma in copia? Marco d’Eramo, nel capitolo di taglio, il nono, del suo importante lavoro sull’età del turismo, chiama questa “spinta” aura dell’autentico. Il turista o, per usare il termine di Maxine Feifer, il post-turista è sì soggetto che, osserva d’Eramo, «gioca il gioco dell’inautentico», ma in contemporanea e in parallelo a questa dimensione ludica è alla ricerca, ed è una ricerca «talvolta pressante, di una qualche autenticità».

I turisti cinesi che affollano The World e si ritrovano a passeggiare in una piazza San Marco che non è Piazza San Marco o si affannano a salire su una Tour Eiffel che non è la Tour Eiffel, poi risparmiano per anni, spesso indebitandosi nella speranza di poter passeggiare per la vera piazza San Marco o salire sulla vera Tour Eiffel. I turisti sanno benissimo che viene loro offerto qualcosa di inautentico, ma senza la nostalgia dell’autentico, senza questa ricerca di un inizio che non è all’inizio, ma alla fine di un percorso le città turistiche non sarebbero tanto affollate e non attrarrebbero milioni di visitatori intenti solo a non vedere. A non vedere ciò che meglio, con meno affanno e più cura del dettaglio potrebbero godersi da casa aprendo, con un gesto oramai banale e scontato, Google Earth in 3D. Eppure sono lì, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Magari migrando da parco a parco e da città a città, ma ci sono.

Se è vero – ed è vero – che questa nostalgia dell’autentico è una contraddizione che le multinazionali del settore turistico non sono riuscite a risolvere attraverso i fenomeni di riproduzione o “turistizzazione” dell’esistente, è altrettanto vero che esiste un luogo dove le stesse transnational corporations sono riuscite in una sorta di impianto totale, di innesto radicale, di edificazione (e già questo è un paradosso che la dice lunga) di un grado zero del turismo che, spiega d’Eramo, non scorre in parallelo a quel secondo grado che si colora di nostalgia. Tutt’altro. Questo luogo è Las Vegas, in Nevada. Città sorta letteralmente dal nulla nel 1905, sbucata in mezzo al deserto del Mojave e disegnata letteralmente a tavolino quando un lotto di 45 ettari venne messo all’asta accanto alla ferrovia della Union Pacific. Un luogo che, ci ricorda Marco d’Eramo, nasce ab origine con il solo mandato di sedurre, attrarre, stordire, accogliere i turisti e fare profitto. Un immenso profitto. Las Vegas non è il turismo al suo secondo grado, ma al suo degré zéro, ossia al suo più alto grado perché in potenza tutti li raccoglie: «qui a essere autentico è l’inautentico per eccellenza. O, viceversa, l’autenticità che si cerca è quella del perfettamente, totalmente, radicalmente inautentico».

Se pensiamo alla città come a un dispositivo e, nel caso di Las Vegas, a un dispositivo per produrre turismo ovvero – detto un po’ brutalmente – spostamento di masse capitalizzabili in un processo di estrazione di valore, allora la città che poi divenne sede dei traffici di Bugsy Siegel, di Howard Hughes, di Kirk Kerkorian e fu sottoposta agli strali della Commissione Kefauver, che sul tema del gambling legalizzato e frammisto all’entertainment (con il turismo congressuale la chiave del perdurante successo di Las Vegas) si trovò a indagare sulla possibilità di estendere il modello a tutti gli States, è un modello perfetto. Un modello perfetto e in evoluzione. Mutante eppure sempre ridotto a quel grado zero che non produce un autentico ma copie di copie, sempre uguali, sempre nuove.

Già nel 1976, nel suo riaggiornamento della teoria leisure class applicata al tipo-umano “turista”, Dean MacCannell spiegava come, dal loro comportamento, fosse evidente che negli ultimi trent’anni le mutinazionali «stanno diventando matte per venire a capo della relazione umana che è al cuore dell’industria più grande al mondo; cioè per venire a patti con il fatto che l’economia del sightseeing dipende in ultima istanza da una relazione non-economica», ovvero dal puro e mero fatto che il Gran Canyon esista o che l’alzaia sul Naviglio Grande di Milano sia diventata un’attrattiva, senza che nessuno li abbia pianificati creandoli per quello scopo.

A Las Vegas accade il contrario. Qui l’esperimento è riuscito in pieno. Deserto, luci, la costruzione di una diga che permise a una città senza risorse di accumularne e dissiparne a oltranza... Una gated community del desiderio senza fine, chiusa ma aperta se solo hai il denaro per andare e restare quel tanto che basta per spenderne o perderne (ma c’è differenza?) un po’.

Alla fine dell'anno scorso, la capitale dell'azzardo, con le sue cattedrali farlocche e i suoi hotel e le sale slot innervate di azoto liquido per non far abbassare mai il tasso di ebrezza, poteva contare su un giro d'affari legato a 42 milioni di visitatori. Tanti coloro che, nel 2016, per divertimento, passione, disperata ricerca di un sogno o per partecipare a meeting, convegni, concerti hanno affollato la città del Nevada. Nel 1970, i visitatori erano poco meno di 7milioni. Las Vegas è falsa, ma Las Vegas è l’unico falso per definizione non falsificabile. Nessuno, qui, ha nostalgia dell’autentico. E quei rimandi alle grandi cattedrali del mondo (la Tour Eiffel, Venezia, etc.) non rimandano a un fuori, ma ricacciano dentro. Qui il turista che varca la soglia passando per una piramide non sogna l’Egitto, ma il retro di quella piramide: un casinò. E lo raggiunge.

Per questa ragione, d’Eramo insiste spiegando che proprio qui le cose vanno viste e capite a fondo e «le strategie che hanno messo in atto i progettatori di Vegas vanno studiate con il rispetto che si deve a ogni iniziativa riuscita».

Da Las Vegas, parafrasando il celebre libro-manifesto di Robert Venturi, Denise Scott Brown e Steven Izenour c’è da imparare. Ma, forse, abbiamo imparato poco, anche perché Learning from Las Vegas (1972), ha fatto più da filtro che da lente. Se Venturi e Scott Brown hanno ammesso che Las Vegas è cambiata radicalmente, mutando rispetto alla «non città degli anni sessanta» che avevano studiato, non hanno forse compreso che, non tanto sui cambiamenti materiali, quanto sul linguaggio si è giocata la loro fondamentale incomprensione. Un’incomprensione che d’Eramo legge in questi termini: «a differenza di quel che dicono Venturi e Brown, i segni di Las Vegas non hanno nessuna funzione simbolica, metaforica, allegorica o decorativa, ma sono rigidamente funzionali. In realtà, non sono nemmeno segni, ma sono metonimie, o abbreviazioni o sigle».

In questo «regno della parte per il tutto», il Paris Las Vegas ha davanti a sé una piccola Tour Eiffel, il Luxor una piramide, il Venitian Casinò è annunciato dal campanile di San Marco e via di questo passo. Anzi, “sono” quella piramide, quel campanile, quella torre. Il marker diventa l’attrazione, non rimanda a nient’altro che a sé.

«L’iconografia di Las Vegas è funzionalità allo stato puro», marker che diviene oggetto immediato del suo sightseeing. Ma dove il ragionamento degli autori di Learning from Las Vegas si inceppa veramente, seguendo la puntigliosa rilettura di Marco d’Eramo, è ancora una volta sul tema del “post” e nella contraddizione irrisolvibile che il turismo incarna fra moderno e postmoderno. D’Eramo ci ricorda che 43 casinò di Las Vegas hanno più di 1000 dipendenti l’uno, 15 ne hanno fra 1000 e 2000, altri 15 tra 2000 e 3000, 13 vanno ben oltre i 3000. Poi ci sono 6 casinò che superano la soglia dei 6000 dipendenti, con il record di 8500 toccato dal Wynn Las Vegas.

Un casinò di Las Vegas ha quindi più lavoratori di una fabbrica di medie dimensioni, tanto che circa il 30% della forza lavoro della città ha un impiego diretto nel settore turistico.

Las Vegas è, così, un’oasi di postmodernità in un deserto di modernità. E viceversa. Con un dato interessante: Las Vegas è l’unica città statunitense dove la lotta di classe possa realmente dirsi organizzata e sindacalizzata. Forse perché i grandi impianti “produttivi” non possono essere delocalizzati, ma solo rilocalizzati secondo un principio – lo zoning – che d’Eramo analizza a lungo nel suo importante lavoro. Qui c’è gente che lavora e, come tale, si organizza, lotta. Ma, per quanto possa organizzarsi e lottare, chi li riconoscerà mai come tali, come lavoratori? Nello scenario del turismo globale, sono solo comparse.

Forse un domani, quando anche quest’epoca sarà arrivata al suo fine corsa (se diamo per certo che sia iniziata, dovrò pur finire), qualcuno si chiederà infine, né più né meno come facciamo noi, che cosa fosse il turismo. Anche domani, scrive d’Eramo, continueremo a spostarci ma forse «non sapremo più partire». Forse l’assuefazione al dislocamento, anche dai nostri corpi non solo dei nostri corpi, sarà tale che ogni movimento coinciderà con la loro stasi più completa. Quando questo avverrà, non è dato saperlo. Ma se avverrà, sarà ancora una volta in ragione di quel principio dello zoning, che ha governato tutta la pianificazione urbana del XX secolo, che ha comportato la divisione della città in zone adibite a funzioni diverse. Uno zoning in declino ovunque in Occidente e che, spiega Marco d’Eramo, sul finale del suo lavoro, ha tradotto e ancora cerca di tradurre «in geografia urbana la struttura disciplinare della società, rende spaziale il monopolio esclusivo che ogni istituzione disciplinare esercita sull’individuo, mappa la scansione temporale della vita». Non è un caso, che questo principio ordinatore-regolatore delle discipline nel moderno sia in crisi proprio a causa dell’obiettivo che si prefigge: isolare i singoli cittadini, rendere difficile l’incontro, annichilire il dialogo. Non è parimenti un caso se, mentre Venturi e i suoi pubblicavano il loro Learning from Las Vegas, un ignoto ai più ex giocatore d’azzardo, Bill Friedman, diventato nel frattempo il guru della progettazione strategica degli ambienti di gioco stravolgeva radicalmente il modo di fare business con il machine gambling, proprio in quella città partendo proprio dallo zoning e dall’architettura funzionale (al profitto) degli interni.

Mentre il mondo discuteva di come imparare da Las Vegas, i Friedman Casino Design Principles cambiavano radicalmente ciò che c’era da imparare. Solo che ad ascoltarlo c’erano solo i businessmen e noi siamo rimasti indietro. Non ce ne siamo accorti e, anche se il fatto che il mondo si avvii a diventare una immensa Las Vegas non è certo né comprovato, nemmeno il contrario lo è. Seguendo senza saperlo i dettami di Friedman sulla costruzione di «labirinti empatici» del divertimento, la società ha trovato il modo di connetterci isolandoci, di farci stare insieme ma soli. Diluendo il turismo nella vita di ogni giorno, osserva d’Eramo, «alla lunga farà sparire i turisti dal paesaggio quotidiano». Ci farà «sfiorare senza incrociarci, guardare senza vedere, ascoltare senza sentire alla ricerca di markers che ci segnalino un senso». Solo che un senso non c’è, anche a cercarlo tra le piramidi d’Egitto.

Marco d'Eramo
Il selfie del mondo
Feltrinelli 2017
pp. 254, euro 22

Giovedì 22 giugno alle 19.30 da Sparwasser (via del Pigneto 215, Roma) si terrà un incontro su Il selfie del mondo. Con l'autore dialogano Giacomo Giubilini, Carlo Mazza Galanti, Paolo Pecere e Christian Raimo. Segnaliamo inoltre agli iscritti al Cantiere di Alfabeta che, per il gruppo di lettura online sul libro, i commenti sul primo capitolo dovrebbero essere postati entro domenica 25 giugno e che Marco d'Eramo ha dato la sua disponibilità a rispondere a eventuali domande e in generale a partecipare alla discussione.

***

Stefano Cerio, anatomia comparata dell’assenza

Elisabetta Marangon

«È solo un sogno, mi devo svegliare […]. È solo un sogno, solo un sogno. Vattene, vattene via, sparisci», ripete Chihiro a sé stessa con voce soffocata dall’incredulità, mentre il suo corpo sta per dissolversi, contaminato dall’aria di un mondo post-organico popolato da spiriti e da creature mitologiche che si mostrano solo di notte. Se Hayao Miyazaki in Spirited Away (Orso d’oro a Berlino nel 2002 e Oscar come miglior film di animazione nel 2003) disegna una città incantata, incentrando la sua riflessione sulla dicotomia tra le antiche e le contemporanee tradizioni nipponiche sullo sfondo di un ambiente urbano sempre più finzionale e sintetico, Stefano Cerio compone la serie fotografica Night Games (esposta nelle antiche sale della Galleria del Cembalo a Roma; in contemporanea anche a Torino, presso CAMERA, Centro Italiano per la Fotografia) con la stessa visionarietà scritturale, ma capovolgendo la prospettiva del reale secondo i parametri personali di un possibile che si rivela altrettanto inatteso.

Come la protagonista su Miyazaki, anche lui si inoltra di notte all’interno di un luogo dedito alla distrazione ludica, ma vi accede nel momento in cui quel tessuto brulicante di corpi si sottrae alla contemplazione giocosa, avvolto da un silenzio in apparenza stridulo, nel quale il suo sguardo vigile riesce a cogliere gli echi svaniti nell’assenza. Un’assenza che si rivela ancora più tangibile perché solo suggerita; dai feticci, veri e propri simulacri di una mortalità sottaciuta, che pullulano con le loro membra ramificate (ferrose, di plastica o di cartapesta), all’interno dei parchi del divertimento dislocati in ogni angolo del mondo, quali specchi di una standardizzazione turistica e consumistica che si scinde, sempre identica a sé stessa, a New York così come a Hong Kong o a Ravenna. «Considero i miei una sorta di ritratti dell’assenza», confida l’autore a Nadine Barth in una conversazione raccolta nell’omonimo libro fotografico. Un’assenza laterale, fuori fuoco, già tangibile nei suoi precedenti lavori – come Aqua Park (2010), Night Ski (2012) e Chinese Fun (2015) – simile, per certi versi, a quella indagata dal cineasta austriaco Michael Haneke in molte delle sue opere cinematografiche, come Code Inconnu (2000) e Das Weiße Band (2009) tra le tante, nelle quali la provvisorietà e l’ambiguità dell’essere umano si palesano con maggior lucidità proprio attraverso la sua sottrazione figurale.

Una marginalità che Cerio riesce a sentire «in quella terra di mezzo dove ci sono cose insospettabili», sulla cui superficie colloca la sua Alpa, incentrandone la messa a fuoco sugli esseri artificiali che sembrano riappropriarsi della loro autonomia nel momento in cui il suo sguardo si posa su di loro per scolpirli con la luce. Sembrano risvegliati da uno stato di sonno criogenico che li ha intrappolati nelle pieghe cementificate di un tempo che ora gravita sospeso tra un prima e un dopo già avvenuti, come evoca Tommaso Ottonieri in uno splendido testo poetico che accompagna l’edizione limitata in venti copie del libro-opera di Night Games, curata e stampata personalmente da Cerio: «fatta metallo, della gabbia del sonno, la notte gravita […] qui si affastella, tra le anse del sonno, gela i tuoi occhi, stanno in pausa le cose, strette al gioco panottico del tempo fermo».

Nella mostra fotografica allestita nella capitale, ad attendere il visitatore c’è un aviatore (Gardaland, Verona), colto dall’autore mentre adagia le sue sintetiche membra in una posa plastica, a eterna rimembranza del feticismo ludico e consumistico di uno show di massa che è appena terminato o che forse deve ancora iniziare. Un alter ego dalle parvenze talmente reali da non essere con facilità distinguibile dall’essere umano che lo ha ideato, accanto alla cui solitaria figura sono esposte due fotografie nelle quali sono ritratti in campo medio un veicolo da trasporto, intrappolato sotto una fitta coltre di neve (Gardaland, Verona), e un aeroplano (Nettuno Beach, Roma), appena atterrato: solo facendo scorrere con lentezza gli occhi sui singoli componenti è possibile coglierli in tutto il loro splendido inganno.

La percezione esperienziale del reale inizia a incrinarsi appannata dalla visione delle sedici attrazioni, fotografate e presentate in scatti singoli, che paiono rivelare una natura aliena: come gli scivoli acquatici, che sembrano voler trattenere all’interno delle loro ciclopiche bocche le emozioni di coloro che li hanno appena sfiorati (Hydromania, Roma); oppure le montagne russe, che sembrano disegnare nell’aria draghi orientali, mentre una monumentale torre di metallo si staglia verso l’alto, in uno spettrale eco memoriale delle due bombe atomiche sganciate a Hiroshima e a Nagasaki (Coney Island, New York). Poco distante un pony di legno sembra restituire lo sguardo inaspettato posato su di lui (Parco di Villa Pamphili, Roma), mentre la testa recisa della Statua della libertà galleggia su un paesaggio post-atomico bidimensionale, simile a una scenografia teatrale di Josef Svoboda, tra due macchine volanti della polizia che indicano l’ingresso a un Drive In (Mirabilandia, Ravenna), «un finto di una cosa finta degli anni Cinquanta», nel quale ogni elemento è perfettamente simmetrico e speculare, come le due gemellari porte di plastica sulla cui soglia si arresta lo sguardo dello spettatore.

Una febbrile tensione dialettica contraddistingue Night Games, serie nella quale si sovrappongono, fino a confondersi per l’equilibrio instabile, la soggettività e l’oggettività, il vero e il falso, il grande e il piccolo, la luce e l’ombra, come evidenziano Gabriel Bauret e Angela Madesani nell’introduzione del libro. Quel che ne deriva è una riflessione topografica e sociale basata su un’anatomia comparata dell’assenza, non priva di un’algida ironia, nella quale «viene esaltata l’imprescindibile ambiguità dell’esistenza. È una cercata e voluta trasformazione dei fenomeni, in nome del senso del dubbio, della relatività che domina, sovrintende, giorno dopo giorno, la nostra esistenza».

Stefano Cerio

Night Games

Hatje Cantz, 2017, 128 pp. ill. col, € 35

Night Games

Roma, Galleria del Cembalo, 5 maggio-8 luglio 2017

Torino, CAMERA, 1 giugno-30 luglio 2017

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