Elena Malara

Shirin Neshat, The home of my eyes

Christine Macel l'ha dedicata agli artisti, gli artisti ne hanno fatto la Biennale del corpo nomade. Un corpo, entità fisica, filosofica, concettuale e politica, che è la massa dell'umanità tutta e allo stesso tempo la singola presenza di ognuno di noi; nomade, poichè costretto nella sua dimensione collettiva e individuale a spostamenti, mutamenti, metamorfosi nel tentativo di riadattarsi e resistere con uno sguardo lucido agli smottamenti della geopolitica contemporanea.

Questa vena sottopelle scorre in un percorso diramato tra la mostra principale, le mostre nazionali e gli eventi collaterali: gli artisti selezionati sembrano aver lavorato come antenne immerse in una comune atmosfera altamente conduttiva, assemblando i segnali ricevuti in una - involontaria? - mappa dei solchi residuali di altrettante esperienze umane.

Il corpo nomade collettivo e assieme individuale emerge dai lavori concentrati su identità culturale, libertà di movimento, diritto all'autodeterminazione, nazionalismo e cittadinanza; la presenza di alcuni lavori è tutt'uno con lo sforzo di sbarazzarsi delle ingessature che la storia e la politica dei secoli scorsi hanno imposto ai cittadini nomadi di oggi.

Questo corpo, allo stesso tempo ente fisico e linguaggio, soggetto e strumento di esplorazione, espressione e azione, lo incontriamo per primo nella mostra centrale; il tema “Viva Arte Viva” sviluppato in sotto sezioni dai titoli evocativi, si lega al corpo nomade nella costellazione di lavori disseminati negli spazi dell'Arsenale e dei Giardini.

In Arselane, Maria Lai e Anna Halprin avviano questo sotterraneo tracciato nel “padiglione dello spazio comune”: i loro lavori “Legarsi alla montagna” e “Planetary Dance”, ambientati rispettivamente in Sardegna e San Francisco, orchestrano corpi in azioni di gruppo per focalizzare l'attenzione su identità culturale, comunità, potere politico della dimensione collettiva. Nello stesso padiglione, Marcos Ávila Forero amplifica con “Atrato” le percussioni sull'acqua e le istanze identitarie degli afro-colombiani dell'Amazzonia Colombiana.

Il “padiglione degli sciamani” apre al rapporto tra uomo e ambiente attraverso il corpo performatore in “Third Lung” di Naufus Ramìrez-Figueroa, ma anche alla riflessione sullo sradicamento dei corpi nella deportazione delle popolazioni africane in “O sacudimento da casa da Torre” e “O sacudimento da Maison des Esclaves em Gorée” di Ayrson Heráclito.

Koki Tanaka fa del suo corpo metro di misura e strumento di osservazione e trasmissione dei danni già perpetrati dalla presenza delle centrali nucleari sul territorio giapponese in “Of walking in unknown”, parte del “padiglione della terra” come i disegni di Kananginak Pootoogook, al cui centro presenzia un corpo rappresentato nella sua spietata funzione di schermo identitario nelle transizioni sociali e culturali delle tribù Inuit, sotto il controllo della politica canadese.

Nel “padiglione degli artisti e dei libri” ai Giardini non possiamo evitare di entrare in relazione coi corpi presenti di Dawn Kasper e dei migranti ospiti per il progetto di Olafur Eliasson: in “The Sun, the Moon ad the Stars” invadiamo lo studio e le azioni quotidiane della performer americana, che rivendica così l'indispensabile condizione nomade dell'individuo contemporaneo e la necessità di spazi adatti ad accoglierlo; con “Green light – an artistic workshop” incontriamo invece i rifugiati e i migranti che vivono a Venezia o in Veneto, in azione assieme al pubblico per costruire lampade con componenti disegnati dall'artista danese, in un momento da lui concepito come un “atto di benvenuto”.

Accoglienza, identità culturale, fisicità politica sono temi che sconfinano dal percorso della mostra principale, innestandosi in modo pervasivo nelle ricerche presentate da alcuni padiglioni nazionali: la Tunisia con “The absence of paths” presenta la Freesa, documento per la libera determinazione dei singoli e passaporto simbolico per il mondo, in contrapposizione ai meccanismi vigenti che regolano l'ingresso e l'uscita dagli Stati e la circolazione dei corpi secondo parametri di genere, appartenenza politica, appartenenza religiosa, identità culturale e nazionale. L'identità nazionale e culturale è la trincea che con “Love Story” l'artista Candice Breitz cerca di scavalcare, portando nel padiglione del Sud Africa una immediata riflessione sulla percezione dei corpi e il valore di conseguenza attribuito alle vite, e alle storie, delle persone costrette ad immigrare o in cerca di una vita diversa in paesi stranieri.

Il corpo in movimento come condizione inevitabile del presente diviene nuovamente strumento di azione e riflessione politica nei padiglioni Spagna e Olanda: se nel primo, Jordi Colomer con “¡Unete! Join Us!” documenta azioni di cittadinanza nomade in opposizione al degrado degli agglomerati urbani e della precarietà causata dall'incertezza economica, nel secondo l'artista Wendelien Van Oldenborgh rappresenta in “Cinema Olanda” l'identità inter-nazionale nata dai flussi migratori verso il suo stato d'origine, e i conseguenti movimenti intestini di intolleranza e conflitto identitario che ne animano la società contemporanea.

Il riverbero del corpo nomade si propaga anche negli eventi collaterali presenti nel resto della città, in calendario a fianco dell'esposizione principale.

Presso il palazzo delle prigioni, la mostra “Doing Time” sintetizza la ricerca dell'artista cinese Tehching Hsieh in due performance di un anno e una serie di documentazioni fotografiche e video di azioni in cui il corpo, il suo corpo, è stato oggetto assoluto di disciplina e resistenza in pratiche con tempi e modi spesso estremi; l'ambientazione è quella urbana, la rivendicazione è quella di una singolarità migrante clandestina che ha riflettuto sulla sua esperienza e ha toccato con mano soggezione, precarietà e lotta per la sopravvivenza.

Su un simile filone narrativo si posiziona la mostra di Shirin Neshat presso il Museo Correr, “The home of my eyes”, dove le serie di ritratti si pongono forse come una rappresentazione allegorica di alcune nazioni, sicuramente come una fotografia di umani sopravvissuti a un trauma collettivo; l'emotività e lo stato psicologico dei soggetti da lei investigati, migranti in fuga o rifugiati politici, si intrecciano alla sua storia e percezione personale, alla sua dimensione di corpo destinato al movimento continuo, interiore ed esteriore.

Questi corpi nomadi, così clandestinamente presenti a intessere una narrativa di più stringente attualità rispetto al tema fortemente poetico di “Viva Arte Viva”, sono lì per coinvolgerci, per farci immedesimare e farci partecipi delle loro vite; in ultimo, per richiamarci a una presa di responsabilità.

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