Rossella Catanese

L’ultimo spettacolo dei Santasangre, intitolato Gravure - Le Chevalier, è il secondo quadro di un ampio progetto che il gruppo di teatro porta avanti da diversi mesi. Santasangre nasce nel 2001, all’insegna della sperimentazione tecnologica visiva e sonora in grado di rendere indiscernibili spazi reali e virtuali. Vincitore nel 2009 del Premio Ubu (Premio Speciale), il gruppo ha partecipato in questi anni alle principali manifestazioni internazionali del settore.

Presentato in anteprima al festival Fabbrica Europa, presso la stazione Leopolda di Firenze, e poi alla manifestazione Attraversamenti Multipli di Genova, questo spettacolo, per la regia di Diana Arbib e Dario Salvagnini, esplora l’immaginario di leggende che attraversano il tempo e le culture. A cavallo tra la storia e il mito, le tracce di una cultura secolare prendono vita sul palcoscenico animando con particolare intensità un paesaggio visivo e sonoro che sprigiona una forza ieratica, alla radice della cultura occidentale e dei suoi legami con il magico e con la corporeità del gesto.

Il progetto Gravure aveva già coinvolto per il suo primo quadro un’esplorazione delle vicende dell’Orlando Furioso e dell’isola di Lampedusa, in una ricerca visuale dedicata al segno dell’artista Lucamaleonte. Infatti, il writer romano ha realizzato in occasione dell’evento Make your Mark un graffito intitolato Orlando, Oliviero e Brandimarte salvano Agramante dal mare, in cui l’ispirazione principale è data dal poema cavalleresco di Ariosto, conferendo una prospettiva originale alla narrazione. I paladini di Francia salvano il re africano Agramante dalle fauci di un mostro marino, metafora del naufragio. I naufragi continuano a produrre morte negli sbarchi intorno a Lampedusa, teatro di una battaglia per la vita, nel poema chiamata Lipadusa, sede della battaglia tra Orlando, Oliviero e Brandimarte contro i re saraceni. Nell’estetica stilizzata dell’opera, che ricorda le incisioni dei bestiari medievali, ritroviamo anche l’immaginario dei pupi siciliani.

Il secondo quadro, Gravure - Le Chevalier, torna nuovamente sulla figura del cavaliere, ma stavolta anziché descrivere una parabola politica, analizza il paradigma concettuale del cavaliere medievale, il suo rapporto con la ritualità del gesto, la sua relazione con l’animalità. Il mondo mostruoso e bestiale proprio dell’iconografia medievale era nel primo quadro una metafora di morte; qui l’animale è la linea di confine che delimita anche l’identità stessa dell’eroe. Dal provenzale cavalier, latino caballarius (derivato di caballus, ‘cavallo’), l’eroe di gesta cavalleresche è un guerriero a cavallo, che instaura un rapporto unico tra il proprio corpo e quello del destriero. Non è un caso se sia le leggende che le fiabe hanno spesso coinvolto l’archetipo dell’eroe a cavallo, un vero e proprio leitmotiv nella tradizione occidentale, come emblema di limite tra la Storia e le storie come luoghi del meraviglioso. L’ingresso di un cavallo in carne ed ossa, nella lenta andatura del passo, ha conferito un’ulteriore forza espressiva all’esperienza dello spettacolo: il suono degli zoccoli che risuona in scena è inconfondibile ed intenso, diventando esso stesso una narrazione quasi mitologica.

Si tratta di un’indagine sulla dimensione rituale del cavaliere, in cui la spada è l’icona archetipica della guerra. In essa si configurano il piacere dell’assalto, il virtuosismo dell’arte bellica, la misura della strategia. Le diverse posture dei cavalieri, annunciate con i loro nomi tradizionali della scherma antica, hanno una valenza coreutica, che rimanda alla forma musicale e rituale del racconto.

Tra il cavallo e la spada c’è l’uomo: il performer Gian Michele Montanaro ha dato la sua voce e il suo corpo alla presenza dell’uomo/cavaliere. Presenza intesa in senso antropologico, secondo la definizione di Ernesto De Martino, ovvero la capacità di conservare nella coscienza le memorie e le esperienze necessarie per partecipare attivamente alla propria realtà storica. Secondo De Martino i rituali rispondono ad una “crisi della presenza” che avviene di fronte all’indomabile minaccia della natura sull’uomo e svolgono, attraverso una performance gestuale, una funzione rassicurante. Gian Michele Montanaro ha declamato e cantato in scena testi di Bertran De Born (Il piacere della guerra), Ridolfo Capoferro ( Gran simulacro dell'arte e dell'uso della scherma), ma anche canti popolari e testi di tradizione popolare meridionale che si riferiscono ai rituali di fascinazione. Un rimando al “magismo”, ovvero primo tentativo dell'uomo di affermare la propria presenza come una lotta intrapresa per esistere, per essere nel mondo. Il cavaliere è qui rappresentato alla stregua del mago; è un “eroe della presenza”, che può entrare in contatto con il sovrasensibile e attingere alla memoria del sacro. Oltre al canto di Montanaro, i vocalizzi di Nora Tigges (A Chantar M’er e Reis Glorios, in lingua occitana) contribuiscono notevolmente al senso di sacralità e al lirismo epico di Gravure - Le Chevalier.

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