Stefano Jossa

Gli Eroi di Georg Baselitz è una mostra che disturba. Trenta grandi tele, realizzate tra il 1965 e il 1966, tra Firenze e Berlino, rappresentano il male del mondo: corpi smembrati, lacerati e scomposti, cadaveri in forma di feti abortiti e alberi mutili che piangono sangue disegnano un paesaggio di macerie storiche, affettive ed esistenziali che dà voce all’orrore della guerra, quell’orrore che non è generica ripulsa, ma arriva fino alla persona, ferisce la carne, strazia il corpo, annienta la vista e annulla i sentimenti. Opprimono e respingono, queste tele, con i loro crudi primi piani, i colori primari sempre sporcati, i contorni a rilievo e i dettagli iperrealistici. Allucinate e maledette, le immagini sono lì, ripetute ossessivamente, a impedire ogni empatia, come sotto scosse continue di elettroshock: urlano la solitudine, invocano l’alterità, aspirano al nulla. Resta solo la morte, inutile liberazione e agognato riscatto.

Ad averla raggiunta, la morte, agognata e inutile, sono gli eroi, che proprio la morte ha reso belli, vincenti e soprattutto immortali: eterni nel ricordo dei vivi, più vivi di loro, perché hanno vissuto una vita degna di memoria e di racconto. Uno squarcio azzurro nel cielo, ritorno di Pan, era l’eroe nella retorica al testosterone di Gabriele d’Annunzio, che celebrava il milite ignoto in un discorso del 15 giugno 1936 intitolato all’Eroismo della nostra stirpe: tutti diversi, nell’individualità del gesto che li resi eroi, eppure tutti uguali, perché tutti hanno in comune quel sentire eroico che li ha resi speciali davanti all’umanità intera. Una comunità di eroi, anonimi e ignoti: ecco ciò che si trovavano di fronte i figli della Seconda guerra mondiale, i nati – come Baselitz – a ridosso dello schianto, sul finire degli anni Trenta del Novecento. Calpestata da un eroismo senza senso, che non aveva potuto vivere e doveva solo subire, esclusa della grande storia e invitata a essere solo epigona, questa massa di followers scopriva il piacere di essere nessuno, la possibilità di un eroismo non in opposizione (anch’essa tragicamente eroica) al corso della storia, ma nei suoi spazi interstiziali, dove si annida la vita, senza epocali ambizioni e mistiche compressioni: eroi di se stessi, della propria quotidianità, del riflusso e del ritaglio, dove le ferite del corpo non si sublimano nella memoria dei posteri e la violenza subita si vede nel tracciato del volto. Morti gli eroi, nascevano gli uomini: dolenti, sconfitti, mascherati o violati, ma finalmente senza esibizioni muscolari, senza uniformi omologanti e senza retoriche consolatorie (Nuovi tipi è l’altro titolo della serie).

Dietro , c’è la lezione di Antonin Artaud, l’inventore del teatro della crudeltà, colui che – parole di Baselitz – «si divora da sé», simile a «quegli animali, quegli insetti che si divorano da sé, o sono divorati», che Baselitz ritraeva postumo nel 1963 e di cui ha illustrato Le t héâtre de Séraphin nel 2003. Accanto, c’è l’amicizia con Anselm Kiefer, l’autore di Occupazioni (Besetzungen, 1969) e Germania eroica (Deutschlands Geisteshelden, 1973), con il quale rappresentò la Germania alla Biennale di Venezia del 1980. Baselitz propone eroi a pezzi, nel doppio senso materiale, frantumati, e figurato, in crisi, che avvitano e svitano la loro lacerata anatomia, perforando la tela di talismani per liberarsi degli influssi malefici degli invasamenti che li santificano e mortificano: passando dalla figura colossale e dalla violenza esibita al dettaglio spesso sfuocato di una carriola, una tavolozza, uno zaino o un paio di scarpe, che questi eroi-zombie portano con sé, lo spettatore è invitato a riconoscere l’uomo dietro l’eroe e la vita oltre la retorica. Concettismo e allegoria incombono, ma Baselitz non dice e non guida: tocca a noi cercare l’invisibile nell’esibito e l’alternativa all’esistente, perché, dove tutto è blasfemia, la parola del poeta non ha più luogo e resta solo l’immagine a parlare. Robusti e vulnerabili insieme, i suoi eroi sono consapevoli di un fallimento e dischiusi al futuro, ambigui, introspettivi, insicuri e malfermi, ma anche dotati di infinite potenzialità, perché tantogià-accaduti quanto a-venire: rivolti sempre verso il basso e l’interno, li attraversa una pennellata che procede per scatti d’energia, apparentemente tremolante ma in realtà solo e sempre in fuga da sé stessa, da ogni uniformità, convergenza e appartenenza. Chiedono pietà per la colpa commessa e sollevano l’angelo caduto: eroi manieristi, se manierismo è, come insegnava Gustav René Hocke proprio negli anni in cui Baselitz studiava alla Casa per Artisti Villa Romana a Firenze, un «rapporto ‘problematico’ con il mondo», alla luce di quell’«armonia dell’arte moderna» che Theodor Adorno individuerà «nel dare espressione a tutto ciò che è lacero, nella sua inconciliabilità, senza alterarlo e sopportandone anzi il peso».

Feticci di uno ieri orroroso, gli eroi sono anche i totem di un oggi che non sa liberarsi di quello ieri: ricondotti a icone astratte e lontane, gli eroi e i loro eredi nella civiltà dei consumi, i super-eroi popolano il nostro immaginario di post-borghesi del tardo capitalismo, unica risposta al tedio esistenziale di una società che ci ha inscatolato e ha inscatolato ogni ipotesi di passione: difendendoci dalle emozioni per garantire la nostra efficienza quotidiana e la nostra routine di acquiescenti repressi, ci affidiamo a Superman e Batman, Jeeg Robot e i superpigiamini, per vivere i nostri bisogni di gesti forti, azioni eclatanti e lotte benefiche. Poco importa se male e bene non sono così assolutamente separati nella vita come nelle favole e se gli eroi c’impongono di essere followers anziché liked: il fantasma dell’eroe serve a produrre sogni e obbedienza, deresponsabilizzante e ordinante – non era l’ordine, del resto, la missione politica dell’eroe secondo Carlyle, il grande fondatore dei miti eroici nella modernità occidentale, che Freud aggiornava con la formula dei fratelli che dopo il parricidio non potevano che rifugiarsi nel mito dell’eroe per evitare la lotta di tutti contro tutti? «Sono stato messo al mondo in un ordine distrutto, in un paesaggio distrutto, in una società distrutta. E non volevo introdurre un nuovo ordine. Avevo visto fin troppi cosiddetti ordini», dichiara Baselitz nel 1995.

Altro che un aiuto a formare la personalità del bambino nella fase della crescita: l’eroe lo schiaccia e lo omologa: al punto che, quarant’anni dopo la serie degli eroi degli anni Sessanta, Baselitz è tornato a moltiplicare la figura dell’eroe in grandi tele nella serie dei Remix Paintings (2007: qui cinque in mostra; purtroppo fuori catalogo perché non incluse nella mostra di Francoforte), che riportano in vita i baffi del Fuhrer. Dietro ogni icona eroica c’è lui, infatti, se è vero che l’eroe chiede obbedienza cieca e fiducia passiva: non imitazione ma applauso, narcisisticamente, è ciò cui l’eroe aspira. Smontarlo, con l’uso di immagini tagliate e ricomposte a riquadri, è il modo migliore di mostrarne le contraddizioni e restituirlo all’umanità: una critica dell’eroe, colui che incorpora l’ideale nel suo agire giusto ed etico secondo Hegel, è oggi finalmente possibile.

Georg Baselitz

Gli Eroi

a cura di Max Holleim con Daniela Lancioni

Roma, Palazzo delle Esposizioni, 4 marzo-18 giugno 2017

catalogo a cura di Max Holleim, Palaexpo-Hirmer, 2017, 166 pp. ill. col.

***

Il Cantiere di Alfabeta è uno spazio di dibattito online e dal vivo concepito per sostenere e ampliare il lavoro quotidiano della rivista. E da qualche giorno per i soci è stato avviato un gruppo di lettura.

Entra anche tu nel Cantiere di Alfabeta!

Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi

THIS ARM / DISARM
Le macchine armate di Paolo Gallerani in un filmato di Maurizio Gibertini - Milano 10 marzo guarda il trailer