Gigi Roggero

“Scrivere questo libro ha significato soprattutto rimettere insieme i pezzi di un oggetto rotto, riassemblare i frammenti di un’unità ormai perduta”. Così si conclude l’acuto volume di Luca Chiurchiù, La rivoluzione è finita abbiamo vinto. E così inizia la sua ricerca, concepita come tesi di laurea dell’autore e successivamente rivista. L’“oggetto rotto” in questione, l’“unità ormai perduta”, è la rivista A/traverso, di cui Chiurchiù ricostruisce storia e sostanza. Una storia legata, innanzitutto, al movimento del doppio Sette, anno concretamente simbolico assurto a paradigma di un ventennio di lotta di classe. Una storia legata in modo niente affatto secondario a una città, Bologna, in cui il Settantasette ha avuto caratteri al contempo specifici e generali; una città che di quell’anno riassume almeno in parte potenza, possibilità e nodi irrisolti.

L’autore si concentra sui numeri della rivista che vanno dal 1975 al 1979, anno marchiato da un altro 7, di segno opposto – quello di aprile, firmato da Calogero e dal PCI. Ne usciranno altri due numeri, nell’80 e nell’81, che a quel punto del futuro non cercheranno più l’anticipazione, si limiteranno a testimoniarne l’esaurimento. Con una scrittura chiara e penetrante Chiurchiù centra la sua analisi sul tentativo fatto da A/traverso di “mettere in moto la rivoluzione dal linguaggio”, mischiando Mao con Dada, Artaud con Majakovskij. Tentativo che va inquadrato nel contesto dei movimenti e dei conflitti di quei due straordinari decenni, di cui l’autore fornisce introduttivamente una ricostruzione sintetica e accurata, per quanto a tratti un po’ scolastica. Nel libro si prova anche a tratteggiare le figure, gli ambienti, gli umori sociali in cui presero vita l’esperienza di questo “piccolo gruppo in moltiplicazione” e quella, genealogicamente e politicamente gemella, di Radio Alice.

Il primo editoriale della rivista afferma con precisione: “il problema della ricomposizione è il problema del passaggio dall’estraneità diffusa e dissoluta alla ricostruzione di nuovi strumenti di aggregazione e collettivizzazione del desiderio”. Moltiplicazione e ricomposizione, due concetti chiave, che ruotano attorno a un asse centrale: il rifiuto del lavoro, non utopia o ideologia astratta, ma comportamento di rottura storicamente determinato. È dal quel rifiuto, diffuso e massificato, che trae forza la soggettività di movimento che può distruggere la macchina capitalistica, ed è nel processo di questa distruzione che si forgiano le capacità per costruire un nuovo mondo. Altroché ricette e soli dell’avvenire, il cielo sta sotto i piedi di una “jacquerie senza bandiere”.

A/traverso si colloca all’interno di una miriade di riviste grandi e piccole, la cui importanza è sottolineata dal volume. Nel ’76 il sottotitolo cambia: non più “giornale dell’autonomia”, ma “giornale per l’autonomia”. Proprio perché l’autonomia è fondata sulla materialità delle pratiche di conflitto e rifiuto, la stessa distinzione tra autonomia creativa e autonomia organizzata andrebbe posta in un rapporto di tensione più che fissata rigidamente in una secca contrapposizione. Il dibattito politico, anche aspro, è semmai su come quel rifiuto si ricompone in forza d’attacco, come l’estraneità al lavoro e alla politica istituzionale si ribalta in potenza autonoma. Ma la base materiale della creatività e dell’organizzazione è affatto comune. Tant’è che A/traverso si scaglierà programmaticamente contro i professionisti della creatività, le figure dell’avanguardia artistica e dell’intellettuale, la prima riassorbita dentro il movimento reale, la seconda messa al lavoro e proletarizzata. Tenterà di essere “avanguardia celibe” e intellettuale collettivo, di “leggere nella merda” – come recita un editoriale del ’76 –, perché solo lì si può afferrare la maledetta materialità dei bisogni, dei comportamenti e delle pratiche, la radice concreta del linguaggio, di ciò che viene rimosso, del profumo dell’essere. Quanto avrebbe da insegnare quella lezione ai grigi intellettuali che oggi hanno l’ardire di definirsi “militanti”, con la loro puzza sotto il naso, con la loro schifata spocchia per la sporcizia dei comportamenti sociali.

A questo punto, immerso e affascinato dalla radicalità di questo esperimento (quello di A/traverso, in quanto prodotto specifico di quella potenza autonoma), Chiurchiù si pone correttamente un problema: si può studiare una rivista avanguardistica che voleva porsi oltre qualsiasi forma di esegesi, perfino distruggerne la possibilità? Consapevoli dell’azione di volontaria chiusura nei confronti del potere e dei suoi servitori, si può ricostruire un archivio di chi rifiutava la forma-archivio, rimettere insieme i pezzi di una rivista il cui supporto cartaceo sembra quasi essere stato scelto appositamente per dissolversi rapidamente? La risposta è sì, ci dice l’autore, a patto che si faccia i conti con la contraddizione. Aggiungiamo: è una contraddizione che è nelle cose, non solo nelle parole che descrivono le cose. Il capitale è una formidabile macchina di produzione, di organizzazione e di cattura: il museo arriva in ritardo rispetto alla dirompenza delle avanguardie, e tuttavia se non lo si distrugge per tempo arriva. La sovversione dei linguaggi di Radio Alice e di A/traverso le ritroviamo nei decenni successivi dentro l’industria della comunicazione neoliberale: con segno opposto, senza più sovversione. Il desiderio e la prassi molecolare, a partire dagli anni Ottanta, sono divenuti merci con cui riempire gli scaffali dei supermercati tangibili e virtuali. Cosa è cambiato nel frattempo? I rapporti di forza: la risposta è semplice, e qua non c’è “post” che tenga.

Nel gennaio del ’78 A/traverso prova a rilanciare in avanti: la rivoluzione è finita abbiamo vinto, ma noi facciamone un’altra. Invece, incapaci di trasformare la sovversione in rottura, la rivoluzione l’hanno rifatta i nostri nemici chiamandola innovazione. Il cielo è caduto sulla terra, e il capitale è riuscito ad appropriarsene trasformandolo in un inferno. È andata così, certo. Eppure, non doveva necessariamente andare così. Soprattutto, non sta scritto da nessuna parte che debba continuare così. Dipende da noi.

Per favore non prendiamo il potere, ripete A/traverso; però il potere continua a prendere noi. “Guai a chi smette. Guai a chi continua”: se c’è chiarezza nell’individuare cosa non funziona più, la difficoltà è individuare cosa può funzionare. Quarant’anni dopo o giù di lì, siamo ancora e in modo nuovo attorcigliati in questi nodi. Senza rottura, non si esce dal cielo infernale. Non concediamo alcuno spazio alla disperazione, non concediamo alcuno spazio all’euforia. La traversata del deserto continua. Ma, come ci spiegava Huey P. Newton, il deserto non è un circolo, è una spirale. Quando siamo passati attraverso il deserto, niente sarà più come prima.

Luca Chiurchiù

La rivoluzione è finita abbiamo vinto. Storia della rivista “A/traverso”

prefazione di Franco Berardi Bifo

DeriveApprodi, 2017, 206 pp., € 18

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2 Risposte a A/traverso , quando il cielo cade all’inferno

  1. Giovanni Mottura ha detto:

    Forse come ottantenne, ma veramente senza ironia né supponenza,
    consiglio spesso in casi come questo la lettura (o rilettura) delle “memorie” di Victor Serge. Non in cerca di modelli, ovviamente, né di nostalgie per così dire ideologiche. Al contrario: proprio perché cercare di vivere la rivoluzione – se l’obbiettivo non è la sola conquista del potere politico – richiede capacità e interesse a guardarsi intorno con spassionata passione per capire e per cambiare anche sé stessi.

  2. Federico La Sala ha detto:

    A PARTIRE DA NAPOLI, E DAL SUD…. A/TRAVERSO!!!

    Sul filo della memoria, e riprendendo la sollecitazione del “vecchio”(!?) Giovanni Mottura, ricordo che nel lontano 1973 sulla mia tesi di laurea teso a una rilettura di Marx (“Sul rapporto Marx-Hegel”) annotai una dedica: «A GASPARAZZO/Al compagno ROBERTO ZAMARIN/Al compagno “meno contagiato dal mestiere della politica” /al compagno “più capace di amare la vita”».

    Federico La Sala

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